É polemica intorno al tribunale istituito dall'Onu in Cambogia, incaricato di processare i responsabili dei crimini commessi negli anni Settanta durante il regime di Pol Pot, leader dei Khmer Rossi. Nata otto anni fa, la commissione internazionale si trova ora dilaniata dai conflitti interni, ed è accusata di subire le pressioni del governo di Phnom Penhn (l'attuale Primo Ministro Hun Sen, infatti, proviene a sua volta dalle fila dei Khmer Rossi). Accuse pesanti per un organismo sorto con la precisa missione di operare al di fuori del sistema corrotto cambogiano, lottando contro l'impunità che domina nel Paese.
La questione riguarda in particolare la decisione da parte dei giudici di non portare avanti un terzo processo ai leader del regime (i nomi degli accusati non sono stati diffusi in via ufficiale), in aggiunta a quello in cui è stato condannato un carceriere, e ad un secondo, previsto per il 27 giugno, che vede al banco degli imputati quattro alti funzionari del regime di Pol Pot. I giudici hanno già dichiarato chiuse le indagini, e assicurano di aver agito nella più completa imparzialità, ma già quattro membri del tribunale Onu hanno lasciato l'incarico in segno di protesta.
Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, ha rilasciato lo scorso martedì una dichiarazione in cui respinge tutte le critiche. Gli uomini di Pol Pot sono accusati di aver ucciso 1,7 milioni di persone, attraverso massacri, carestie e lavori forzati.