Scrivi Birmania, leggi Cina. Il conflitto in corso dal 9 giugno tra forze della giunta militare e ribelli Kachin ruota attorno a due dighe che la compagnia cinese di proprietà statale Datang sta costruendo al confine tra i due Paesi, in territorio Birmano, sul corso del fiume Salween (Nujiang in cinese).
Almeno quattro sono finora i morti - venti secondo fonti della dissidenza birmana - mentre alcuni profughi sono già entrati nello Yunnan cinese, dove esiste una forte minoranza Kachin, e circa diecimila si sono accampati alla frontiera. Il ministero degli Esteri di Pechino ha fatto appello a "negoziati pacifici" tra le parti in causa per "evitare l'escalation".
Sempre secondo fonti della dissidenza birmana, gli scontri sarebbero cominciati quando truppe fedeli al governo centrale hanno attaccato una base della Kachin Independence Organization (Kio) per sloggiare potenziali oppositori dall'area interessata dai lavori delle dighe. In base ad altre versioni, sarebbero stati invece i ribelli Kachin ad attaccare per primi.
La Kio e il suo braccio armato, il Kachin Independence Army (Kia) - guidato dal generale Gam Shawng - hanno siglato un cessate il fuoco con il governo birmano nel 1994, mantenendo di fatto il controllo della regione al confine con la Cina, riscuotendo tasse e ottenendo altri profitti dal commercio di giada, legname, oro e, tradizionalmente, oppio.
Le minoranze etniche sono sempre state una spina nel fianco del regime centrale e un problema per la Cina, abilmente sfruttato da Washington in funzione anticomunista sia durante la guerra del Vietnam sia successivamente. Con l'oppio, i gruppi etnici birmani compravano le armi per combattere contro il regime centrale.
A fine 2010, un rapporto dell'Ufficio antidroga delle Nazioni Unite (Unodc) ha rilevato che dopo gli anni "afghani", il baricentro della produzione mondiale di oppio sta spostandosi di nuovo in Birmania. La gran parte viene dall'area orientale degli Shan, ma anche la regione settentrionale Kachin fa la sua parte, con un buon 8 per cento della produzione birmana.
Secondo alcuni osservatori, il regime starebbe utilizzando il pretesto delle dighe cinesi - e le necessità di sicurezza per le maestranze che vi lavorano - per pacificare definitivamente le aree di confine. Tra gli altri strumenti di controllo, la giunta avrebbe anche cercato di intruppare le milizie locali in una guardia di confine sotto il comando dell'esercito.
Questa tendenza si sarebbe acuita a partire dalle elezioni-farsa dello scorso novembre che, dando stabilità al regime, l'avrebbero indotto all'offensiva. Subito dopo il voto, si registrarono scontri tra esercito e ribelli Karen che indussero circa 15mila profughi ad attraversare il confine thailandese. A inizio 2011 si sono poi sollevati gli Shan. Precedentemente, nel 2009, circa diecimila profughi Kokang avevano attraversato la frontiera cinese a seguito di fatti analoghi.
Ma nell'intreccio di interessi che contraddistingue l'area, le dighe fanno gola anche ai "signori della guerra" (e della droga) locali. Alcuni analisti sostengono che i ribelli Kachin potrebbero utilizzarle come "ostaggio" per ottenere dal regime una fetta della torta quando saranno operative.
Queste tensioni innervosiscono Pechino, che vuole garantirsi il 90 per cento della produzione di energia che scaturirà dalle dighe - come da accordi - e che teme inoltre l'emergenza umanitaria (leggi "profughi") collegata a un'escalation militare.
Dal punto di vista più generale, è interessante inserire la vicenda in una più ampia "geopolitica delle dighe" di cui la Cina è protagonista, condizionando i Paesi circostanti. I progetti cinesi in Birmania si collegano a quelli analoghi lungo il corso del Mekong e, a nord, in Siberia. Ovunque si registrano problemi sociali - il trasferimento forzoso delle popolazioni - ed ecologici.
È soprattutto una questione di controllo delle acque, la nuova risorsa strategica del ventunesimo secolo.
Gabriele Battaglia