20/06/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Si dimette il premier, sacrificato nell'accordo tra presidente e speaker. La faida politica prosegue mentre il Paese è sempre nello stesso pantano

Si è dimesso domenica, dopo dieci giorni sulle barricate. Il premier somalo Mohammed Abdullahi Farmayo è l'ultima vittima della guerra al vertice delle istituzioni che oppone il presidente allo speaker dell'Assemblea. Era già successo lo scorso settembre al suo predecessore, Omar Abdirashid Sharmarke. Era stato deciso tutto con gli accordi di Kampala, contestati da una folla di cittadini stanchi del drammatico teatrino somalo. I manifestanti che venerdì si sono riuniti a Mogadiscio per protestare contro la classe politica assomigliano alle migliaia di persone che hanno animato le piazze del Maghreb e del Mashreq ma non fanno assomigliare la capitale somala al Cairo, a Tunisi o a Damasco. Perché in Somalia manca addirittura la cornice entro la quale immaginare il cambiamento. E' passato quasi un anno dal summit dell'Unione africana che avrebbe dovuto portare ad una svolta nella gestione della crisi somala, ma il pantano è sempre lo stesso: milizie filo-qaediste padrone del centro e del sud del Paese, porzioni di territorio, Puntland e Somaliland, che al nord hanno operato una secessione de facto, rispettivamente da 13 e 20 anni; la pirateria marittima che è diventata una minaccia di dimensioni globali e che ha i suoi santuari nella costa meridionale della Somalia. E infine, una crisi istituzionale, fortemente destabilizzante tra il presidente Sharif Sheikh Ahmad e il presidente dell'assemblea, Sharif Hassan Sheick Aden, che si sono scontrati per mesi sul rinnovo dei rispettivi mandati, che entrambi avevano arbitrariamente prorogato per uno e tre anni, rispettivamente. Nonostante nuove elezioni fossero state previste per il mese di agosto, quando scadrà il mandato del Governo federale di transizione, il presidente ha prorogato il suo mandato di un anno. Aden, dopo aver attaccato Ahmad, ha deciso che lui e gli altri membri del parlamento sarebbero rimasti in carica altri tre anni. 

L'accordo, negoziato con fatica a Kampala il 9 giugno, alla presenza del presidente ugandese Yoweri Museveni e dell'inviato delle Nazioni Unite, il diplomatico tanzanese Augustine Mahiga, prevede il rinvio delle elezioni all'agosto 2012. Presidente e speaker avranno un altro anno per garantire le reti clientelari che nel frattempo hanno costruito. In questo quadro rientrano le dimissioni imposte al premier, una contropartita che ha acceso la piazza stanca di operazioni di maquillage. Venerdì 10 i manifestanti hanno tentato di assaltare l'albergo in cui si trovavano membri del parlamento. Tre persone sono rimaste uccise negli scontri. Il fatto che ai disordini abbiano partecipato uomini degli apparati di sicurezza rende la questione più preoccupante. Così come non bisogna dimenticare i giochi paralleli condotti da Etiopia ed Eritrea ma anche da Kenya e Sudan, che hanno una propria agenda e nella crisi somala muovono proprie pedine: ad imporre la proroga del mandato di Ahmad, ad esempio, è stato il suo sponsor più importante, Museveni, al quale è bastato minacciare il ritiro dei suoi soldati, che costituiscono la quasi totalità del contingente della missione Onu, Amisom. Una missione che finora è servita a poco. Il governo resta padrone di alcuni distretti di Mogadiscio ma non può assicurare nemmeno la sicurezza del principale mercato cittadino, Bakara, da tempo infiltrato dai miliziani che, mescolati tra i civili, da lì sparano colpi di mortaio contro truppe e palazzi governativi. Bakara è uno dei tanti simboli di una normalità quasi irrecuperabile.

Resta l'insicurezza cronica. Il bollettino di maggio del World Health Organization delle Nazioni Unite dice che nell'ultimo mese 1600 persone sono rimaste ferite da colpi di arma da fuoco, l'80 per cento in più rispetto ad aprile: sono cinquemila dall'inizio dell'anno. Le morti non fanno più notizia. Tra venerdì e sabato scorso 25 persone sono rimaste uccise nei combattimenti tra al Shabaab e la formazione di Ahlu Sunnah, nella regione centrale di Hiraan Anche le infiltrazioni qaediste sono ben note. Anche se forse bisognerebbe riflettere sulla loro qualità. Il giorno prima dell'accordo di Kampala, è stato ucciso a Mogadiscio Fazul Abdullah Mohammed, uomo del vertice di al Qaeda nel Corno d'Africa, ritenuto da Washington una delle menti degli attentati alle ambasciate americane di Nairobi e Dar es Salaam del 1998. Nessuna operazione sofisticata di intelligence: era finito per sbaglio in un posto di blocco e ha tentato una reazione. Pochi giorni dopo, è stato ucciso il ministro dell'Interno del governo di transizione, Abdi Shakur Sheikh Hassan. Una kamikaze lo ha fatto saltare in aria mentre si trovava a casa sua. Era sua nipote. Al Shabaab l'aveva reclutata, ad ulteriore conferma della debolezza istituzionale somala.  

 

Alberto Tundo

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