02/07/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Studi di impatto ambientale e pubblicazione obbligatoria dei documenti relativi alle concessioni in campo minerario e petrolifero. Kinshasa punta sulla difesa del suo tesoro

E' una glasnost in versione congolese l'ultima speranza di un Paese che è seduto sulla sua fortuna e insieme sulla sua maledizione: una ricchezza mineraria e di idrocarburi quasi sconfinata.  Fino ad oggi, complice una classe politica tra le più corrotte al mondo (il Congo è 175 esimo su 183 nell'indice della corruzione stilato da Transparency, ndr), lo stato africano ha lasciato che il suo tesoro venisse saccheggiato senza far nulla, anzi, accordando complicità in cambio di poche briciole. Il tutto avveniva in gran segreto, con contratti infarciti di trappole e magagne, tramite appalti assegnati con la massima discrezionalità e accordi da miliardi di dollari che ai cittadini congolesi hanno portato solo altra miseria e nuovi debiti. Ora Kinshasa cambia rotta e decide con un decreto firmato dal premier Adolphe Muzito che tutti i contratti relativi allo sfruttamento delle risorse naturali del Paese dovranno essere resi pubblici entro 60 giorni dalla firma. Il provvedimento, la cui pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale è imminente, è stato firmato da Muzito lo scorso 21 maggio e si trova ad essere finalizzato proprio in questi giorni. La legge coniuga trasparenza nella gestione economica e rispetto dell'ambiente. Perché un'altra parte della norma prevede l'obbligo di far precedere alla stipula di qualsiasi accordo in materia uno studio sull'impatto ambientale.

Quale sarà la corrispondenza tra le dichiarazioni e le azioni che seguiranno? Questo si chiedono gli analisti che da anni seguono il problema della spoliazione delle ricchezze naturali di un Paese grande come l'Europa occidentale dove il governo ha uno scarso controllo del territorio. I bacini minerari del Kivu, per esempio, sono in mano a milizie e bande armate. La Repubblica Democratica del Congo, quando ancora si chiamava Zaire, è stato saccheggiato per 30 anni da Mubutu Sese Seko, la cui caduta ha innescato due guerre combattute sul suo territorio da eserciti provenienti dall'intera regione dei Grandi Laghi ma non solo, che - alleati o meno di Kinshasa - intanto ne saccheggiavano le immense risorse. Il Congo infatti possiede un terzo del cobalto disponibile al mondo, un quattro per cento del rame, il cinque per cento dello stagno, e con altri Paesi della regione produce una quota compresa tra il 12 e il 14 per cento del tantalo, un minerale utilizzato nella produzione di apparecchi come laptop, telefonini e altri oggetti ad alto contenuto tecnologico. Poi ci sono le miniere di diamanti, di oro e di argento. Non mancano importanti bacini petroliferi e giacimenti di gas. Da non sottovalutare l'immenso patrimonio forestale, che fa gola ai commercianti di legname, un'altra ricchezza a rischio.

Restano quindi molte incognite. Non è questione da poco, ad esempio, quale sia la sorte dei contratti già firmati: verranno resi pubblici? Secondo Elisabeth Caesens, esperta del Mining Governance Project del Carter Center, ci sono una cinquantina di accordi opachi, per usare un eufemismo. Ad esempio quello del 2008 con la cinese Sicomines, uno scambio infrastrutture contro minerali del valore di nove miliardi di dollari, rinegoziato l'anno successivo per sei miliardi. Quelli siglati con due misteriose società registrate alle Isole Vergini, la Caprikat Ltd e la Foxwhelp Ltd, per perforazioni nel Congo orientale, blocco 1 e 2 sul lago Alberta, assegnati all'inizio del giugno 2010 per decreto presidenziale. E poi il progetto da due miliardi di dollari Freeport nelle miniere di Tenke Fugurume (rame e cobalto), i legami della kazaka Enrc con Boss Mining, che nell'area di Mukondo gestisce la più grande miniera al mondo di cobalto. In Congo la questione è ben nota da tempo: nel 2005, la cosiddetta Lutundula Commission riesaminò i contratti stipulati durante le due guerre, tra il 1996 e il 2003, proponendo una modifica di alcuni e una soppressione di altri. In quel caso però i revisori non disturbarono giganti come Rio Tinto, Bhp Billiton e Anglo e in ogni caso il documento rimase lettera morta. Scoperte molto interessanti fece, due anni dopo, la Interministerial Commission for Revisitation of Mining Contracts, che mise in evidenza come parastatali congolesi come Miba, EKM-Mn, Sodimico e Sakima avessero concluso accordi quasi sempre svantaggiosi, perdendo asset preziosi e ingenti somme. Negli ultimi anni istituzioni come il Fondo monetario e la Banca mondiale hanno più volte chiesto una maggiore vigilanza a Kinshasa. L'Fmi, l'anno scorso, è arrivato a promettere una cancellazione consistente del debito in cambio della rinuncia di un accordo con Metalkol. Un settore dominato da logiche poco chiare inoltre mette in fuga le compagnie più qualificate e richiama prevalentemente quelle corsare. Ma quanto sono credibili adesso queste istituzioni? Quanto lo è, ad esempio, la Banca mondiale? Nel 2002 aveva varato un nuovo codice che guidava le concessioni governative in Congo in ambito minerario e petrolifero, che sostituiva quello in vigore dal 1981: il nuovo testo era ritagliato su misura delle compagnie occidentali, tanto che nel 2006 un report interno segnalò il rischio di uno scandalo. Ora che sono soprattutto i cinesi a fare affari, la trasparenza è tornato ad essere un valore importante. E' comprensibile. D'altronde, è chiaro quali siano gli interessi di Pechino, Washington e delle altre capitali che contano. C'è da chiederersi se il Congo abbia finalmente capito quali sono i suoi. 

 

Alberto Tundo

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