Rep. Dem. Congo

 
 
Nome ufficiale: 
Republique Democratique du Congo 
Ordinamento politico: 
Repubblica 
Governo attuale: 
Joseph Kabila, presidente nominato dal 26 gen. 2001 in séguito all’assassinio del padre Laurent Kabila  
Capitale: 
Kinshasa 
 
 
Superficie: 
2.344.860 Kmq 
Popolazione: 
52.800.000 abitanti 
Densità: 
21,8 ab./Kmq 
Crescita demografica annua: 
3% 
Lingua: 
Francese (ufficiale), lingala, swahili, kikongo, tshiluba 
Religione: 
Cattolica, protestante, animista, musulmana 
 
 
Popolazione urbana: 
31,2% 
Alfabetizzazione: 
62,7% (74,2% maschi, 51,8% femmine) 
Mortalità infantile: 
12,9% 
Aspettativa di vita: 
45 anni 
Tasso HIV/AIDS: 
4,2% 
Indice sviluppo umano: 
0.365 – 168esimo su 177 stati 
 
 
Moneta: 
Franco congolese 
PIL: 
5.600 milioni USD 
Ripartizione PIL: 
Agricoltura 58,7%; Industria 12,5%; Terziario 28,8% 
Crescita economica (2004): 
6,3% 
Reddito nazionale lordo per ab.: 
110 USD/ab. 
Pop. sotto soglia povertà: 
Non disponibile 
Inflazione: 
14% 
Esportazioni: 
1.242 milioni USD 
Importazioni: 
1.370 milioni USD 
Principali risorse economiche: 
Rame, diamanti, oro, agricoltura e pesca 
Spese militari: 
93,5 milioni USD (1,66% del PIL) 
 
 
 
GEOGRAFIA
Situata nel cuore dell’Africa Centrale, la Repubblica Democratica del Congo confina a nord con Camerun e Sudan, a sud con Angola e Zambia, a est con Uganda, Ruanda, Burundi e Tanzania e a ovest ancora con l’Angola e con il Congo-Brazzaville. Inoltre una breve striscia di terra che parte dalla capitale Kinshasa verso ovest arriva fino all’Oceano Atlantico, dividendo l’Angola dalla regione della Cabinda.
Il paese è dominato dal bacino del fiume Congo, che ospita la seconda foresta pluviale più grande del mondo dopo quella amazzonica e copre quasi la metà del territorio congolese. La foresta lascia gradualmente spazio alla savana arborea a sud-ovest, e ai rilievi montani situati lungo la Great Rift Valley a est. Qui il confine orientale è caratterizzato da numerosi laghi, tra i quali il Tanganica, il Mweru e l’Albert. Presso la Rift Valley si segnalano anche modeste attività vulcaniche dovute ai movimenti della crosta terrestre.
Il clima è ovviamente diversificato, vista l’estensione del paese: si va dal clima equatoriale, molto umido e piovoso, presso il bacino del fiume al clima tropicale nella savana, gradualmente mitigato dall’altitudine nei pressi dei rilievi orientali. 

STORIA
Nel XV secolo i primi esploratori che arrivano sulla costa entrano in contatto con il vasto impero del Kongo, che al massimo splendore si estenderà dalle coste dell’attuale Angola fino a quelle del Gabon. L’impero sfrutta soprattutto il commercio di avorio, prodotti di rame e schiavi che arrivano nel bacino del fiume da tutta l’Africa centrale, e che permetteranno la sopravvivenza della formazione politica fino all’800. Nell’est del paese invece il commercio degli schiavi viene organizzato dai mercanti arabi di Zanzibar.
La difficoltà di penetrare nella fitta foresta pluviale fa sì che solo tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 si esplori l’interno del paese. L’esploratore britannico Henry Morton Stanley risale così lungo il corso del fiume Congo verso il 1870, per conto del re del Belgio Leopoldo II che vede premiati i suoi sforzi al Congresso di Berlino del 1878. Il Congo infatti viene affidato al sovrano come possedimento personale, nonostante venga proclamato stato libero. Il dominio belga si rivela essere uno dei peggiori regimi colonialisti, tanto che all’inizio del secolo successivo saranno già 10 milioni i Congolesi morti a causa della feroce repressione delle forze di sicurezza, impegnate a organizzare al meglio la produzione della gomma. Le vibrate proteste internazionali costringono il Belgio a annettere il Congo come colonia nel 1908, ma senza che le condizioni della popolazione migliorino. Il paese si ritroverà a essere suo malgrado protagonista anche durante la seconda guerra mondiale, visto che l’uranio impiegato per la fabbricazione delle atomiche americane verrà proprio dai giacimenti congolesi.
Dopo 10 anni di mobilitazione, finalmente il paese riesce a proclamarsi indipendente nel giugno 1960. Immediatamente scoppia una rivolta in seno alle Forze Armate, dove sono impiegati elementi belgi soprattutto tra gli ufficiali. La gravità della situazione spinge i due leader congolesi, il presidente Joseph Kasavubu e il premier Patrice Lumumba, a rivolgersi all’Onu e a “epurare” l’esercito dagli elementi europei. Migliaia di bianchi abbandonano il paese e soprattutto l’amministrazione, lasciando il Congo nel caos. Giunge intanto un contingente Onu, che si trova subito a dover affrontare la delicata questione della secessione del Katanga, regione ricca di minerali preziosi spinta a intraprendere la lotta armata da alcune compagnie minerarie europee che non vogliono perdere i privilegi acquisiti nella zona. A capo della rivolta si trova Moise Tshombe.
Lumumba chiede inizialmente aiuto ai caschi blu per riportare l’ordine nel paese, ma l’Onu si rifiuta di intervenire nella guerra contro i secessionisti in quanto forza neutra. Per tutta risposta il premier decide di affidarsi all’aiuto dell’Urss, scatenando così la rappresaglia di Belgio e Usa: dopo un fallito attentato ai suoi danni, Lumumba viene destituito da Kasavubu e, a fine anno, posto agli arresti domiciliari dal Capo di Stato Maggiore Joseph Mobutu. Un tentativo di fuga di Lumumba, che avrebbe dovuto raggiungere i suoi fedelissimi a Stanleyville (ora Kisangani) fallisce, e l’ex-premier nuovamente catturato viene consegnato ai ribelli di Tshombe, che nel gennaio del 1961 lo uccidono. La notizia viene diffusa solamente il mese successivo, provocando manifestazioni e scontri in tutto il paese.
La situazione militare migliora solamente nel 1963, quando grazie all’aiuto dell’Onu l’esercito riesce a avere ragione dei secessionisti katanghesi. Tshombe fugge all’estero, ma viene richiamato da Kasavubu e messo a capo del governo per sancire la riconciliazione nazionale. La difficile situazione economica e l’instabilità interna però spingono gli alleati occidentali a appoggiare un uomo forte, che governi con pugno di ferro il paese. La scelta cade su Mobutu, che nel 1965 rovescia con un colpo di stato Kasavubu e si autoproclama presidente, sciogliendo i partiti e il Parlamento. Comincia così il regno del dittatore, che regnerà sul paese fino al 1997.
Il dominio di Mobutu si caratterizza subito come estremamente duro, con una sistematica violazione dei diritti umani (specie nei confronti degli oppositori politici) e una corruzione dilagante, tanto che nel 1984 i fondi esteri intestati al presidente ammonteranno a 4 miliardi di dollari. Mobutu si impegna dalla metà degli anni ’60 in una politica di africanizzazione, che porta a cambiare il nome di numerose città: la capitale Leopoldville diventa Kinshasa, lo stesso presidente cambia nome in Mobutu Sese Seko e il paese nel 1971 viene rinominato Zaire. Il dominio del signore e padrone del Congo comincia a vacillare solo all’inizio degli anni ’90, quando il crollo dell’Urss fa perdere a Mobutu molta importanza. Da allora in poi si moltiplicheranno le richieste per una liberalizzazione della vita politica.
Nel 1994 l’est del paese viene investito dall’ondata di profughi provenienti dai vicini Ruanda e Burundi, che complicano il quadro politico. Nel 1996 proprio la persecuzione dei profughi Tutsi orchestrata dal governo di Mobutu fornirà il pretesto ai ribelli capeggiati da Laurent Kabila, e armati da Uganda e Ruanda, per cominciare la lotta armata contro il dittatore. Lo sfacelo delle Forze Armate congolesi è evidente, tanto che l’esercito si sfalda non opponendo alcuna resistenza al manipolo di ribelli, che anzi durante la loro avanzata accrescono i propri effettivi arruolando i tanti oppositori del regime. Nel 1997 Mobutu fugge, lasciando il paese nel caos e in mano a Kabila.
Il nuovo governo congolese non si differenzia molto dal primo: corruzione dilagante e nessuna attenzione verso le condizioni della popolazione. Ben presto i paesi vicini, delusi dall’uomo che avevano contribuito a portare al potere, decidono di rovesciarlo finanziando una serie di gruppi ribelli che operano sempre nell’est del paese. Comincia la guerra civile, che vede impegnate anche le truppe di Ruanda, Burundi e Uganda a sostegno dei ribelli, e quelle di Zimbabwe, Namibia e Angola a fianco del presidente. Una vera e propria guerra mondiale africana, come la definirà Madeleine Allbright, che si rivelerà essere il conflitto più sanguinoso dalla seconda guerra mondiale: ben 3.500.000 morti, la maggior parte dei quali civili. Una guerra che non si conclude neanche con l’assassinio di Kabila, avvenuto per mano di una sua guardia del corpo nel gennaio 2001.
Al potere sale il figlio Joseph Kabila, che intavola subito trattative per arrivare alla firma degli accordi di pace. Il nuovo governo di transizione che segna però la fine delle ostilità viene inaugurato solo nell’estate del 2003. La guerra nell’est del paese non si è ancora conclusa: numerosi gruppi armati non hanno aderito al programma di disarmo e continuano a lanciare saltuariamente attacchi contro l’esercito, i civili o la Monuc, la missione Onu nel paese. 

POLITICA
Nel febbraio del 2006 sono state finalmente adottate la Costituzione (approvata a stragrande maggioranza dalla popolazione tramite il referendum di dicembre 2005) e la nuova legge elettorale. A luglio si sono tenute le elezioni politiche, che hanno visto la vittoria della coalizione vicina al presidente Kabila, mentre a fine ottobre si è avuto il ballottaggio presidenziale tra lo stesso Kabila e l'ex-ribelle e vice-presidente Jean-Pierre Bemba, i cui risultati devono ancora essere pubblicati. Si teme che nuovi scontri possano scoppiare quando verrà ufficializzato il responso delle urne, tanto che sia la Monuc che l'esercito congolese sono in stato di allerta.


SOCIETA'
La guerra civile ha lasciato cicatrici pesanti: milioni di profughi innanzitutto, ma anche una situazione sanitaria disperata e più della metà dei Congolesi che vivono sotto la soglia di povertà. I rapporti tra le varie comunità inoltre sono stati spesso avvelenati dal conflitto, dove le potenze straniere hanno sfruttato le divisioni tra gli stessi Congolesi per trarne il maggior profitto possibile. E’ il caso per esempio delle comunità Hema e Lendu in Ituri, foraggiate per anni dall’Uganda in modo da destabilizzare la regione e permettere alle truppe di Kampala di intervenire nel paese. Saranno necessari forti investimenti per migliorare la condizioni di vita della popolazione. 

ECONOMIA
Il Congo è uno dei paesi più ricchi di tutto il continente: oltre che su un enorme bacino idrico e su terreni fertili, il paese può contare sui numerosi giacimenti di diamanti, oro, coltan, rame e altri minerali preziosi, che potrebbero garantire senza problemi lo sviluppo del paese. Sfortunatamente però finora le ricchezze congolesi hanno solo attirato gli appetiti di dittatori corrotti e di paesi stranieri, rivelandosi essere la causa di tutte le recenti disgrazie del paese.
Lo sfruttamento dei giacimenti diamantiferi è cresciuto del 37% l’anno scorso, mentre l’estrazione di rame e coltan ha subito una battuta d’arresto anche a causa dei debiti in cui naviga la compagnia mineraria statale Gécamines. L’economia del paese è comunque in costante crescita da 3 anni, e nel 2004 ha fatto registrare un più che confortante progresso del 6,3%.
Sarà importante rimettere in sesto le infrastrutture e in maniera particolare le reti di trasporto. I fondi necessari dovrebbero essere garantiti nei primi anni dai paesi donatori. Sarà importante anche riavviare lo sviluppo agricolo, dal quale dipende ancora buona parte della forza-lavoro.
Per il resto, le note più positive arrivano dall’industria di lavorazione del legname e dalle compagnie di telecomunicazione, mentre il settore tessile è in crisi a causa della concorrenza dei capi di vestiario cinesi a basso costo. Il settore bancario è da ricostruire completamente. 

MASS MEDIA
Il quadro dei mass media congolesi è piuttosto variegato: ognuna delle fazioni in lotta per conquistare il potere a Kinshasa ha a sua disposizione una serie di organi di informazione, soprattutto nel settore della carta stampata. Questa molteplicità non favorisce però la libertà dei media, visto che i giornalisti subiscono quotidianamente pressioni da parte dei vari soggetti politici e militari che la fanno da padroni nel Paese. Inoltre, la sfacciata partigianeria di questi media influisce sulla qualità del prodotto giornalistico, contribuendo anche ad accrescere le tensioni politiche interne.