22/07/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



La nuova generazione di Fratelli Musulmani, spesso in disaccordo con i vertici del movimento

Non è una piazza, in realtà, piazza Tahrir, ma strade a tripla corsia, tranci d'erba transenne, rotatorie, cavalcavia. Diventa una piazza solo quando trabocca di persone. Solo allora gli ostacoli, le barriere non si notano più, e da luogo distratto di passaggio diventa luogo di aggregazione, partecipazione condivisione - conversione. Non è tanto un'icona della rivoluzione, mi dice Rasha, quanto una sua metafora. Da una bottiglia di plastica, scalpella con forbici e cacciavite una maschera antigas. La cittadinanza mi dice, si custodisce praticandola.

Perché non è solo questione di Mubarak, ed è per questo che è qui. Il bersaglio, ora, è l'esercito. Ha prestigio di granito dai tempi di Nasser, e ancora di più, dello Yom Kippur, con cui riconquistò il Sinai nella sola vittoria araba su Israele. Ma doveva limitarsi a presiedere la transizione. E invece il Consiglio Supremo delle Forze Armate si definisce oggi, pericolosamente vago, garante della democrazia, mentre ancora non sono state discusse riforme né fissate elezioni, e soprattutto, mentre i vecchi notabili sono ancora impuniti in circolazione. Insieme a una nebulosa di forze di sicurezza. L'ultimo venerdì di giugno è degenerato in guerriglia, è il momento di lavorare, sostenevano, non di protestare.

Anche se è proprio per questo, alla fine, che sono qui. Marwan, tassista, una laurea in architettura, Ismail cameriere, una laurea in informatica Rami, avvocato e meccanico. Essam, che arrostisce spiedini con un dottorato in biologia. Perché sono passati quarant'anni, dallo Yom Kippur, era il Cile di Allende l'Italia di Rumor, e di anni invece gli egiziani in media ne hanno ventiquattro, sono nati insieme ai Simpson. L'esercito non è medaglie impolverate, ma una gramigna di interessi economici, proprietario di industrie e imprese di ogni tipo. Dagli pneumatici alle lavatrici, dall'edilizia alle telecomunicazioni, è ormai il socio occulto del governo. Di ogni governo, il garante non della transizione ma della continuità. Il suo obiettivo era sostituire Mubarak, non certo travolgere il regime - travolgere se stesso.

Per questo sono ancora qui, anche se non dovrebbero esserci. Perché militano nei Fratelli Musulmani, e i Fratelli Musulmani, come già a gennaio, si sono uniti solo all'ultimo minuto: solo quando hanno capito che piazza Tahrir sarebbe tornata a riempirsi. Ma hanno invitato a smobilitare al tramonto. Mantenere l'ordine pubblico, e votare a settembre, votare il prima possibile, quando gli altri non avranno avuto tempo di organizzarsi: la strategia è chiara. E in tacita alleanza con l'esercito. Quanto ottenuto per molti è più che sufficiente, mi dice Esraa, l'inglese impeccabile, velo e tacco. Per questo sono ancora qui. Alle tre, mi dice, puntuale mi raccomando. Alle tre al McDonald's.

Perché l'Islam, in realtà, in Egitto è mille cose. Soprattutto, è un Islam popolare a fronte di un Islam dottrinale, il silenzio rarefatto di Al Azhar ma anche l'anima napoletana dei moulid, un po' come le nostre feste patronali: si celebrano santi copti, mistici sufi, dotti miracoli e profeti e eventi di ogni natura, musulmani e cristiani insieme, e la voce non è quella dei muezzin, ma dei telepredicatori come Amr Khaled, la fede nello spirito è fine a se stessa, ammonisce, bisogna avere piuttosto fede nello sviluppo, e investire in alberghi sul mar Rosso. Si occupano dei rituali, dice Wajdi, del velo del pellegrinaggio alla Mecca, mentre sullo schermo sulla sua testa, in sovrimpressione, ammicca il numero per ricevere da un esperto, via sms, una fatwa, tre dollari l'una. Non è vincolante, è l'interpretazione di un passo del Corano. Se ti è scomoda, cambi numero. Non parlano mai di libertà, dice, giustizia eguaglianza - come se sia questione di virtù private, qui, e il cancro di questa società non chi impone tangenti, chi trucca elezioni, ma chi beve vino.

Si sono opposti ai cortei per Gaza e per l'Iraq, dice, e esattamente come adesso invitano a pregare, invece che a manifestare. Perché i Fratelli Musulmani per genetica non sono affatto sovversivi, ma al contrario: pronti al compromesso. La loro priorità, da sempre, non è lo stato islamico, ma la società islamica. Così, hanno costruito scuole e ospedali, costruito case e influenza, offerto prestiti e lavoro. E in definitiva, dice, assolto il governo dalle sue responsabilità. Degradato i diritti a forme di solidarietà. E poi conosciamo questi processi di transizione infinita, dice, questa idea che prima viene la stabilità e poi le riforme, prima il benessere e poi la democrazia, la partecipazione. Questa filosofia del gradualismo, candidare donne perché abbiano potere in parlamenti che non hanno potere. Per questo sono qui.

Perché è l'Islam in sé, in realtà, a essere mille cose. Il Corano non prescrive né descrive uno stato islamico. La shari'ah, la retta via, distingue quello che è giusto, e dunque consentito, da quello che è sbagliato e dunque proibito: ma sono solo trecentocinquanta versi su seimila, non è onnicomprensiva né dettagliata, deve essere integrata. E in ogni caso interpretata: come ogni testo, non solo sacro. Cercando di capire quella che è la direzione indicata da Maometto, dice Bahia, sua moglie Aisha per esempio, guida battaglie - il Corano dice, migliorò la condizione delle donne. Guida una Mercedes e l'azienda di famiglia. Una buona interpretazione, dice, non è mai solo letterale. In Egitto la shari'ah è già adesso, per costituzione, la fonte principale della legislazione, fu introdotta da Sadat, l'alfiere del libero mercato e dell'occidentalizzazione. Ogni nuova legge, cioè, deve essere coerente con la shari'ah, così come interpretata dagli esperti di Al Azhar. Lo scontro è su questo, dice, non sulla shari'ah. Oggi sono esperti nominati dall'alto, una specie di teocrazia costituzionale. Vogliamo eleggerli, dice. Per questo sono qui.

Vogliamo tornare, dice, a un rapporto diretto con Dio. Perché è importante il jihad, l'impegno a realizzare la volontà di Dio, vivere una vita virtuosa, ma anche, e non meno, l'ijtihad, dice, l'esercizio personale, autonomo di comprensione del Corano. Della volontà di Dio. Il ruolo dei giuristi, oggi, è ruminare testi altrui scritti migliaia di anni fa, e fornire risposte a qualsiasi domanda. Se cercassi risposte dice, andrei su Wikipedia, non in moschea. Così, dice, la fede diventa una fuga dalla responsabilità - la comodità dell'opinione, senza la scomodità del pensiero.

Anche perché è questo paese, in realtà, a essere mille cose insieme, ma una su tutte: la povertà. Si teme un nuovo Iran, il rischio è un'altra India: per strada ognuno che tenta di vendere qualcosa, fazzoletti un bullone, magliette, ognuno che implora una moneta. Ma nessuno sembra scomporsi. Finito lo shopping al bazar, allungate fino al cimitero, consiglia la Lonely Planet, le tombe sono abitate. Disoccupati, sfrattati. Quando scattate fotografie ricordatevi la mancia.

Il problema è che in Egitto nessuno, neppure Nasser, ha mai avuto un progetto di sviluppo alternativo a quello occidentale, che qui si è tradotto in una falce di ricchissimi e una maggioranza di poverissimi - in campi da golf sotto le piramidi, dice Alaa, in una città in cui non arriva acqua potabile. Lavorava a Milano come muratore. L'obiettivo, per tutti, è la società dei consumi. Con minori diseguaglianze, ma nessuno contesta l'idea di fondo dice, più auto più telefonini, la casa al mare, un modello ormai in corto circuito che alla nostra generazione garantisce solo precarietà e emarginazione. Ottocento euro al mese, quattrocento di affitto, in sei in sessanta metri quadri. Perché oggi la crisi, dice, non è semplicemente la fame degli esclusi, è la fragilità degli inclusi. E non mi batto dice, per avere una società in cui ognuno è solo e conti come cliente, mai come cittadino, una società in cui si organizzano mense, invece che aggiungere posti a tavola, in cui si arricchiscono le case e impoveriscono le città e devi pagare uno psicanalista, per avere qualcuno con cui parlare. Questa piazza, dice, appartiene più a un trentenne greco, spagnolo italiano, che a un sessantenne musulmano. Perché ha una laurea in ingegneria, Alaa, e il fine settimana lavorava come cuoco. E non sei più libero se sei più ricco, dice, ma anche più in ansia per il tuo futuro, e senza tempo per esercitare la tua libertà. Per questo siamo qui.

Perché non è solo questione dell'esistenza dell'ingiustizia, in realtà, né della consapevolezza dell'ingiustizia. Quello che innesca una rivoluzione, dice Wael, è la consapevolezza delle cause dell'ingiustizia. Chi disconosce e nega le ragioni della crisi, chi disabitua ai dubbi, alle domande, dice, non è che un suo tacito alleato.

Francesca Borri

 

Parole chiave: fratelli musulmani, islam, esercito, cairo
Categoria: Politica, Popoli, Storia, Costume
Luogo: Egitto