Jos bolle di nuovo, titola Vanguard. Nel Plateau la violenza religiosa tra cristiani e musulmani è tornata a mietere vittime. L'ultimo incidente si è verificato giovedì pomeriggio quando negli scontri tra opposte fazioni e polizia sono morte 22 persone. Le autorità non hanno ancora ricostruito la dinamica degli incidenti ma è probabile che ci sia un collegamento con i gravi fatti di lunedì, con la violenza esplosa mentre la comunità islamica della capitale del Plateau si accingeva a celebrare la fine del Ramadan con un bilancio di circa 20 vittime, una cinquantina di feriti, un centinaio di mezzi distrutti e due palazzi dati alle fiamme. Secondo le prime ricostruzioni degli inquirenti, gli scontri sono cominciati quando membri di una setta islamica, Izala, che sfilava in processione diretta verso la propria moschea, ha attraversato un'area di Jos a maggioranza cristiana, la Rubuka Road. Le testimonianze divergono a questo punto: secondo dei testimoni, alcuni giovani cristiani avrebbero creato un blocco stradale e chiuso in una trappola i fedeli Izala, che a quel punto avrebbero impugnato coltelli e bastoni; secondo altre fonti, sarebbero stati elementi presenti nel corteo religioso a cantare slogan e a intimidire la popolazione cristiana del luogo.
Quel che è certo, è che tutto era stato previsto: le autorità locali sapevano che in alcuni distretti di Jos il rischio di scontri era alto se non sicuro e, a prescidere da ogni eventuale provocazione, sembra che alcune frange cristiane avessero già pronto un piano d'azione per vendicarsi degli attacchi subiti a Natale: l'obiettivo era quello di rovinare le celebrazioni del "nemico". Cosa che è avvenuta quando gli scontri si sono estesi fino alla vicina moschea che è stata quasi assaltata. La reazione degli apparati è stata immediata: sul posto sono arrivati membri della Special Task Force delle Forze armate, forze da combattimento impegnate nell'operazione "Safe haven", la polizia e i servizi di sicurezza di stato (Sss) che a Jos conducono l'operazione "Rainbow" ma con quale risultato non è ancora chiaro. Non sono poche le persone che raccontano di spari ad altezza d'uomo ed esecuzioni sommarie. Jos è tornata ad essere una città fantasma, con strade deserte e centinaia di persone che vanno ammassandosi nei cortili delle caserme in cerca di protezione mentre in migliaia fuggono altrove.
Per quanto la situazione non sia paragonabile alle crisi del gennaio e del marzo 2010 che fecero centinaia di morti, la tensione resta comunque molto alta a Jos e in tutto il Plateau, lo stato a cavallo della frontiera invisibile tra il nord musulmano e il sud cristiano della Nigeria, dove lungo la linea delle deffirenze religiose si condensano tensioni politiche ed economiche, legate soprattutto all'accesso alle risorse. E la violenza esplode periodicamente, anche se fino a qualche settimana fa il peggio sembrava passato. Ma a metà agosto tutto è precipitato nuovamente: 25 morti in tre giorni di scontri e, anche allora, pesanti sospetti sul coinvolgimento degli apparati di sicurezza, alimentati dal ritrovamento di quattro carte d'identità militari sul luogo di un attacco. Si temeva la reazione della comunità oltraggiata, gli Izala, un movimento nato proprio nel Plateau, noto anche come Jibwis, Jama’t Izalat al Bid’a Wa Iqamat as Sunna, Società per la rimozione dell'innovazione e il ristabilimento della sunna, un gruppo radicale che combatte il sufismo ed è in forte espansione nel nord della Nigeria. I morti di giovedì dicono che il meccanismo di azioni e vendette si è rimesso in moto.
Alberto Tundo