Il presidente siriano Bashar al-Assad, da un paio di giorni, si starà chiedendo che cosa è cambiato. Non molto, forse, sul piano della tensione nel Paese. Quando le vittime dall'inizio dell'insurrezione sono almeno 3mila, la situazione sul terreno resta in stallo. Focolai di rivolta in quasi tutto il Paese, Damasco a parte, esercito schierato in forze. Solo che, all'improvviso, cambia il contesto internazionale.
Teheran, per cominciare. C'eravamo tanto amati, potrebbe essere il titolo del resoconto delle ultime ore nelle relazioni tra la Siria e l'Iran. La repubblica islamica, dopo aver sostenuto per anni il regime di Assad, che ricambiava tanta gratitudine garantendo la logistica agli aiuti che via Teheran raggiungevano gli Hezbollah nel Libano meridionale, ora si allontana. Un'amicizia profonda. Solo il 3 marzo scorso, mentre erano già in corso manifestazioni contro il governo, gli ayatollah annunciavano la firma di un accordo militare per la costruzione di una base navale iraniana in Siria. La città prescelta è quella Lattakia che poi è diventata un luogo simbolo della rivolta, con i massacri denunciati dall'opposizione.
Le dichiarazioni ufficiali dell'esecutivo iraniano, attraverso l'agenzia stampa governativa Irna, dopo settimane di silenzio, sottolineano che al-Assad deve rispondere alle richieste della piazza, e un giornale vicino all'ayatollah supremo iraniano Khamenei dice che il presidente siriano deve ''fare le riforme''. Secondo un articolo apparso ieri su al-Arabiya, gli iraniani hanno smesso di inviare pellegrini al santuario di Sayyida Zaynab, a Damasco, nonostante il flusso non si fosse mai fermato durante i moti. Per alcuni, addirittura, i pellegrini nascondevano corpi speciali inviati in soccorso di Assad.
Tutte voci, non verificabili, ma di sicuro le dichiarazioni ufficiali di Teheran sembrano un passo indietro rispetto al vecchio sodale. L'Iran, mentre si esaurisce la parabola di Gheddafi, non vuole apparire troppo legato ad Assad? Si vedrà, ma intanto Damasco sente freddezza dall'alleato storico, al quale si aggiunge pure la Turchia, proprio nel giorno in cui nasce il Consiglio Nazionale di Transizione delle opposizioni siriane che si ispira al nome dei ribelli libici.
Anche Ankara, infatti, dopo aver sempre preso le distanze dagli atteggiamenti minacciosi di paesi come gli Stati Uniti contro Damasco, ieri ha invitato Assad - per voce del presidente turco Abdullah Gul - a farsi da parte.
''La Turchia non si fida piu' del regime del presidente siriano Bashar al-Assad che prosegue nella sua sanguinosa repressione delle manifestazioni di protesta'', ha dichiarato Gul. La situazione in Siria, ha aggiunto ol presidente turco, ''ha ormai raggiunto un tale livello che tutto e' infimo e troppo tardivo. Non abbiamo piu' fiducia''. Da oggi Assad è molto più solo.
Christian Elia