Da Vancouver,
Michela Corallo
Contemporaneamente a quanto è avvenuto in circa novanta città nel mondo, il 15 ottobre un gruppo di attivisti ha occupato con tende, tavoli e sedie lo spazio adiacente la Artgallery, uno dei luoghi simboli della città situato in pieno centro.
Il movimento Occupy Wall Street è nato da un'idea lanciata la scorsa estate sul sito di una delle riviste di Vancouver più trasgressive e progressiste, Adbusters, ha trovato spazio prima a New York come tutti sappiamo e poi, nell'ambito della diffusione mondiale del movimento, qui in città.
Gli attivisti mi hanno raccontato con un certa fierezza che l'organizzazione dell'occupazione ha preso forma nel giro di una settimana con un intenso passaparola via internet e con una sola riunione organizzativa avvenuta pochi giorni prima la giornata di inaugurazione.
L'accampamento è ben strutturato: c'è la tenda adibita a cucina gestita da "Food no Bomb" che prevede distribuzione gratuita di cibo rigorosamente vegano e vegetariano; la tenda denominata "Education station" una sorta di biblioteca cittadina composta dai libri portati dai cittadini con l'intento di concretizzare una delle idee forza del movimento, cioè la condivisione della conoscenza tra le persone. Dall'altro lato della piazza è dislocato il palco, la tenda adibita alla distribuzione di abiti e coperte, la tenda infermeria, la tenda a disposizione del personale che lavora per i media e la tenda dove è possibile bere te e caffè a qualsiasi ora. L'aria in terra battuta circostante lo spazio in cemento difronte al palco nel corso di queste due settimane è stata completamente occupata da tende.
La giornata d'apertura ha visto una delle manifestazioni più partecipate degli ultimi mesi. Intere famiglie con bimbi al seguito, donne e uomini di tutte le età hanno dato vita ad un vivace corteo che ha fatto emergere i temi che sono stati poi sviluppati nelle settimane successive.
Accanto a questioni di portata globale toccati anche in altre città come l'inquinamento ambientale, l'importanza e l'economicità dello sviluppo di un sistema energetico sostenibile, il potere economico e giuridico detenuto dalle multinazionali a discapito della democrazia e del benessere dei cittadini, il potere vincolante a cui gli Stati che aderiscono a un'organizzazione priva di qualsiasi base democratica come l'Organizzazione mondiale per il commercio (Wto) devono piegarsi, mentre l'Onu (organizzazione internazionale dotata di uno statuto democratico) continua ad avere un potere consultivo.
I manifestanti hanno anche introdotto e poi con il passare dei giorni sviluppato temi di politica interna. Come dimostra quanto emerso in queste quasi tre settimane di dibattiti qui a Vancouver, la questione ambientale in Canada è molto sentita e non perché, come qualcuno può pensare, Greenpeace è nata a Vancouver. Il Canada è stato uno dei primi paesi al mondo ad adottare una legislazione di tutela dei parchi naturali all'inizio del secolo scorso e oggi si trova nella spiacevole posizione di dover costatare che il 50 per cento del patrimonio forestale è stato tagliato per essere messo sul mercato. Un tempo questo enorme paese si distingueva per l'esportazione internazionale di pesce, ora l'oceano non ha quasi più nulla da mettere sul mercato.
Il secondo giacimento di petrolio più ricco del pianeta dopo quello dell'Arabia Saudita si trova nella provincia dell'Alberta, situata nella parte occidentale del Canada. I danni ambientali e umani causati da questo industria che vede la Cina come destinazione commerciale privilegiata (qualche ambientalista sostiene che la provincia abbia uno dei più alti tassi di diffusione tra la popolazione di tumori e leucemie), secondo molti attivisti di Occupy Vancouver non possono in nessun modo essere accettati.
Altri temi di politica interna che trovano ripercussione in questioni globali sono le critiche emerse tra gli attivisti ma anche dall'intervento di David Suzuki, molto seguito e apprezzato dalla gente, avvenuto sabato 22 ottobre alle idee forza del governo diretto dal conservatore Harper. Il continuo aumento delle spese militari con contemporaneo taglio della spesa sociale, l'idea che la conversione del sistema produttivo all'energia verde sia un suicidio economico sono oggetto quotidiano di critiche tra gli attivisti. Anche l'alto astensionismo al voto (in Canada alle ultime elezioni ha votato il 60 per cento circa degli aventi diritto) che ha portato S. Harper ha vincere le elezioni con il 34 per cento dei suffragi e un altro tema che è stato più volte sollevato nel corso di queste settimane.
Gli attivisti di Occupy Vancouver spiegano che secondo un'antica legge se l'occupazione continua a essere formata da materiale facilmente rimovibile come tende e tavoli pieghevoli gli occupanti non possono essere sgomberati. Il dialogo tra forze dell'ordine e dimostranti, secondo quanto affermato da più parti, è aperto e pacifico, al contrario di quanto è avvenuto in altre parti del mondo.
Il Canada è uno dei pochi paesi al mondo in cui la crisi economica non si è abbattuta come in altre parti del globo. Questo sia perché il Paese, il secondo al mondo per estensione geografica, è ricchissimo di materie prime e sia perché, in mondo lungimirante il governo federale ha avviato la ristrutturazione del sistema bancario all'indomani della crisi finanziaria dell'inizio degli anni '80, cosa che rende l'andamento del debito pubblico (in diminuzione da più di un decennio) in controtendenza rispetto ad esempio a quanto sta avvenendo negli Stati Uniti.
Insomma i canadesi hanno ancora la possibilità di mantenere un tenore di vita che in Paesi come la Grecia e l'Italia sta diventando una mera chimera, cosa che rende la politicizzazione una scelta più etica che legata alle necessità quotidiane. Non sorprende quindi in una città come Vancouver, popolata da un milione e mezzo di persone circa, gli attivisti di Occupy Vancouver siano circa 300.
Occupy Vancouver è un laboratorio di confronto e condivisione di contenuti privo di una prospettiva di azione concreta che ha il pregio di avere costretto gli attivisti di vecchia data presenti in città a reinventare linguaggi e modalità per misurarsi con un movimento che ha portata globale. , e che ha visto anche la scesa in campo sulla scena politica di giovani figli del benessere muniti di abbastanza sensibilità sociale da permettere loro di capire che i criteri propri del mondo in cui viviamo probabilmente necessitano di essere rivisti.