"Meglio morire in Libia che essere giudicati da Ocampo". Così parlava un braccato Muhammar Gheddafi, pochi giorni prima della sua sommaria esecuzione compiuta dal gruppo di ribelli di Misurata. Il Colonnello non aveva la minima intenzione di lasciarsi interrogare dal procuratore del Tribunale penale dell'Aia. Lo ricorda in un'intervista al quotidiano francese Le Monde Manshour Dhaou, il capo della sicurezza dell'ex rais libico.
Dhaou racconta di un colonnello stanco, sfibrato e deluso da quelli che un giorno considerava i suoi amici "ma che ora l'avevano tradito: Sarkozy, Berlusconi, Erdogan e Tony Blair ma anche altri leader africani". La mattina in cui è stato ucciso, il 20 ottobre, si stava recando a Jaraaf, una trentina di chilometri a est di Sirte.
"È il luogo dove è nato - dice Dhaou - e dove sono sepolti i suoi genitori. È come se fosse voluto morire a casa sua". Nei primi tempi, Gheddafi è stato in albergo, poi ha cominciato a cambiare abitazione ogni quattro cinque giorni. Lo seguivano in venti fedelissimi: "non c'era acqua, corrente elettrica, telefono. Eravamo tagliati fuori dal mondo. Non era abituato e questo lo deprimeva".