08/11/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Il Quirinale: Berlusconi si dimetterà, ma dopo l'approvazione della legge di Stabilità. Un gioco politico. Una finestra di giorni e giorni che lascia drammatici dubbi sulla reazione dei mercati.

Le dimissioni ci sono. Anzi, ci saranno. Ma solo dopo la legge di stabilità. Il comunicato del Quirinale, dopo un'ora di colloquio fra Silvio Berlusconi e Giorgio Napolitano, lo dice nero su bianco. Ma il quesito, anzi i quesiti, che restano sul tavolo sono pesanti. Il primo: perché il presidente del Consiglio mette la legge di Stabilità come condizione per arrivare alle dimissioni? Per evitare un governo tecnico e rimanere in sella fin sotto dicembre e sponsorizzare elezioni anticipate. Cosa che ha detto lo stesso Berlusconi, appena uscito dall'incontro con Napolitano.

Il relatore del disegno di legge sulla Stabilità, che dovrà essere emendato dopo le richieste di una manovra aggiuntiva da parte dell'Unione europea, ha parlato di tempi che hanno dell'incredibile. Lavoro in Commissione e poi in aula dal 15, che è martedì prossimo, per chiudere il venerdì seguente. E saremmo così al 18 di novembre. E qui si innesta una nuova domanda: nel frattempo lo spread che andamento avrà? Per riacquisire la fiducia perduta, e quindi avere una leva per abbassare la differenza fra il rendimento dei titoli di stato italiani e tedeschi, basterà il comunicato del Quirinale? E se non fosse così perché dovremmo continuare a creare debito?

Fra un passaggio parlamentare e l'altro rischiamo una agonia di venti giorni, mentre la stessa presidente di Confindustria Emma Marcegaglia ci sta avvisando che uno spread a 500 punti base comporta un peso da 8.7 miliardi di euro per lo Stato. Cioè per noi, perché accumulando debito saranno necessarie nuove manovre. Le precedenti sono state mandate in fumo esattamente nella stessa maniera.

Il destino dell'Esecutivo Berlusconi è rimasto legato a due numeri. Quota 308, la maggioranza relativa totalizzata nel voto sul rendiconto dello Stato, grazie all'atto responsabile delle opposizione che sono rimaste in aula, astenendosi o votando dichiarando un voto di responsabilità. Alla fine i 'traditori' sono stati otto. Il presidente del Consiglio li ha cercati sul tabulato, uno a uno, compreso il fantozzi calabrese che si è perso il voto perché in bagno (con tanto di dichiarazione in assemblea scusandosi molto e dichiarando che avrebbe votato a favore, uno spettacolo imbarazzante).

Tutta la giornata politica è stata attraversata dai numeri dello spread, che ha altalenato, così come il giorno precedente, ma con un messaggio chiarissimo al momento del risultato del voto. La maggioranza crollava, ma il segno dello spread invece che placarsi si innalzava. L'uomo era battuto, ma non ancora finito, il colpo di grazia andava assestato: record a 497 punti base in chiusura dei mercati. Come già detto: cosa accadrà adesso con un periodo finestra così lungo?

Per l'uomo tutto immagine, la giornata della perdita della maggioranza è stata l'occasione della mascella serrata, della smorfia, della vecchiaia che cadeva sul viso tutta di un colpo, anche dietro i finestrini antiproiettile in compagnia del fido e compassato Gianni Letta. Seduto sul suo scranno, anche quando i deputati se ne andavano, rinvigorito poche ore dopo quando saltellava fra un tg e l'altro a dispensare il messaggio tormentone: elezioni anticipate.

In serata le dichiarazioni paradossali, la riscrittura dei fatti: "Il governo non ha più quella maggioranza che noi credevamo di avere - ha detto Berlusconi al Tg5 -. E quindi, con realismo, dobbiamo prendere atto di questa situazione e preoccuparci della situazione italiana e di ciò che sta accadendo sui mercati". Tutto il contrario, hanno affermato importanti economisti ormai da settimane: proprio perché c'era questo governo i mercati martellavano e martellano con così tanta insistenza.

Alla fine, rimane una sensazione, per quello che valgono le emozioni impercettibili. Che anche nella scrittura della parola fine si vogliano strascicare lettere e utilizzare ben più inchiostro di quanto sarebbe necessario. Se davvero saranno due settimane o venti giorni, saranno due settimane o venti giorni lunghissimi.

 

Angelo Miotto

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