
Per 14 paesi africani e 4 dell’America centro-meridionale è stato
annullato un debito di 40 miliardi di dollari. Di certo non sono pochi,
ma allora perché c’è chi grida al bluff? Perché gli unici ad essere
soddisfatti sono i ministri delle finanze dei paesi più ricchi ed
industrializzati del mondo? Le Ong, la
Roppa (rete che riunisce gli
agricoltori di 10 paesi dell’Africa occidentale), il Presidente della
Commissione europea Barroso, ministri e presidenti africani dicono che
si sarebbe potuto fare di più, si sarebbe
dovuto fare di più. E al coro
degli insoddisfatti si aggiungono il presidente dell’Istituto di
ricerche economiche di Amburgo Thomas Straubhara e addirittura Nicky
Oppenheimer, il magnate capo della De Beers, multinazionale leader nel
commercio dei diamanti.
Il debito. Secondo uno studio di un’associazione di Missionari
d’Africa, il debito dei paesi Africani nasce all’inizio degli anni
Settanta, per poi aumentare durante gli anni Ottanta a causa delle
importazioni dei prodotti petroliferi e della concorrenza a prezzi
stracciati delle materie prime agricole dei paesi industrializzati. Le
casse dei governi africani si ritrovano improvvisamente vuote. Da qui
l’esigenza di chiedere prestiti alle agenzie multilaterali (la Banca
Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale) o direttamente ai paesi
del Nord del mondo e, soprattutto, rispettare le loro condizioni. A
causa dei tassi di interesse e della severità nel rispettare le
scadenze che le agenzie impongono, il debito aumenta anno dopo anno
benché alcuni paesi non chiedano più alcun prestito. La Banca Mondiale
dichiara che nel 2003 il debito estero dei paesi sub-sahariani
ammontava a 231 miliardi di dollari, di cui 69 miliardi contratto con
donatori multilaterali (BM e FMI) e i restanti 162 con donatori
bilaterali (le singole Nazioni). Ad oggi l’Associazione delle Ong
italiane calcola che il debito totale dei paesi poveri (40 in tutto)
sia intorno ai 400 miliardi di dollari.
Solo 18 paesi su 40. I paesi che vedranno il loro debito multilaterale
annullato sono solo 18, ai quali se ne aggiungeranno altri 9 nel giro
di un anno e mezzo e poi, forse, altri 11. Questo solo nel caso
in cui, anche questi ultimi, come precedentemente hanno
fatto gli altri, riescano a soddisfare le condizioni richieste per
ottenere l’annullamento. Per entrare nelle grazie dei paesi più ricchi
non è sufficiente far parte dei “paesi poveri fortemente indebitati”
(
Heavily Indebted Poo Countries, HIPC) o avere il triste primato di un
bambino morto ogni 3 secondi, ma bisogna soddisfare alcune
“conditionalities”. Tra queste, combattere la corruzione, attuare
politiche per la crescita economica, migliorare lo sviluppo del settore
privato ed eliminare gli impedimenti agli investimenti privati, sia
nazionali che esteri. L’Uganda, ad esempio, per poter ricevere i fondi
della BM ha dovuto svendere gran parte delle aziende statali a privati,
ricavando solo 2 dei 500 milioni di dollari previsti. La
privatizzazione e la liberalizzazione dei flussi capitali sono stati
una manna per le multinazionali occidentali, che hanno trovato così nuovi mercati
da conquistare.
Come intervenire? Sono anni ormai che i paesi africani chiedono agli
Stati Uniti e all’Europa di interrompere le sovvenzioni a vantaggio dei
prodotti agricoli occidentali. Queste sovvenzioni, circa 300 miliardi
di dollari l’anno, hanno scombussolato l’equilibrio del mercato
agricolo mondiale, abbassando di molto i prezzi dei prodotti
occidentali. Alla fine degli anni settanta l’Africa copriva il 12% del
commercio mondiale di materie agricole, oggi, dopo poco più di
vent’anni, si è ridotta fino ad arrivare al 2,4%. Questo hanno chiesto
i ministri del commercio africano in una riunione a metà giugno al
Cairo. E a loro hanno fatto eco i contadini e gli agricoltori riuniti
nella rete “Roppa”. Il 70% dei lavoratori africani lavora la terra, i
prodotti da agricoltura familiare coprono buona parte del fabbisogno
delle comunità locali, ma le esportazioni non reggono il confronto con
i prezzi dei prodotti agricoli europei e statunitensi. Troppo bassi
proprio per le sovvenzioni e i sussidi che all’oggi ancora ricevono.
La regolarizzazione del commercio è la chiave anche secono Nicky
Oppenheimer, mentre il Presidente della Commissione europea Josè Manuel
Barroso afferma l’importanza del libero scambio per tutti i prodotti
dei paesi in via di sviluppo e una politica basata sulla riduzione
delle tariffe per i prodotti agricoli.
La cancellazione del debito è un passo avanti, ma la strada per
risolvere i problemi dei paesi in via di sviluppo è ancora troppo
lunga per poter definire l’annullamento un “momento storico” (John
Snow) o “un’intesa epocale” (Domenico Siniscalco).