Centinaia di cambogiani hanno assistito all'apertura del processo a Phnom Penh contro tre alti esponenti dell'ex regime dei Khmer rossi, incriminati per genocidio, crimini di guerra e contro l'umanità. Alla sbarra sono finiti Nuon Chea, il 'fratello numero due' ed ex braccio destro di Pol Pot; Khieu Samphan, e l'allora ministro degli Esteri, Ieng Sary. All'appello mancava Ieng Thirith, la 'First Lady' del sanguinario regime comunista, che la settimana scorsa è stata dichiarata incapace di intendere e di volere dal tribunale ma che è tuttora sotto custodia in attesa del giudizio sull'appello presentato dalla procura. Tutti gli imputati hanno negato le accuse.
I tre esponenti del regime dovranno rispondere delle atrocità che tra il 1975 e il 1979 portarono alla morte oltre due milioni di cambogiani, quasi un quarto della popolazione totale, trasferiti forzatamente in campi di lavoro disumani nelle campagne e morti di stenti, tra violenze e crudeltà. "Le prove che vi mostreremo dimostreranno che il Partito comunista di Kampuchea trasformò la Cambogia in un enorme campo di schiavi, riducendo un'intera nazionale in prigionieri che vivevano sotto un sistema brutale" ha sottolineato il co-procuratore nazionale, Chea Leang, puntando il dito contro le "insopportabili condizioni" nei campi di lavoro e "la crudeltà" dei trasferimenti forzati. Circa 4mila sopravvissuti si sono presentati come parte civile nel processo, che segna "una pietra miliare" nella storia dello Stato asiatico, dopo la sentenza lo scorso anno contro Kaing Guek Eav, conosciuto come il compagno Duch. Il responsabile del famigerato centro di tortura S-21 è stato condannato a 30 anni di prigione per la morte di 15mila persone, nella prima sentenza contro un alto esponente dei Khmer rossi.