Qualche tessera elettorale a testa, un po' di candeggina, e la democrazia è fatta
Dal nostro inviato
Enrico Piovesana

Fuori dall'ingresso del seggio elettorale, piantonato da un soldatino afgano
con il kalashnikov sulle ginocchia intento a bere tè, un manifesto avverte che
è vietato votare per un candidato dietro compenso o intimidazione e che non è
consentito possedere e utilizzare più schede elettorali per votare più volte per
la stessa persona in seggi diversi. Una pratica, quest'ultima, che aveva pesantemente
falsato il risultato delle elezioni presidenziali dello scorso ottobre, grazie
anche alla scadente qualità dell'inchiostro per marcare indelebilmente le dita
dei votanti. “Questa volta non ci saranno problemi”, dice il presidente di seggio
mostrando la boccetta d'inchiostro in cui gli elettori devono infilare l'indice.
“Questo non si cancella, non va via con niente e rimane sulla pelle per almeno
dieci ore. E poi – aggiunge contraddicendosi – anche se si pulisse, la tessera
elettorale viene obliterata e quindi non è riutilizzabile”.
Candidati e candeggiati. Questa è la teoria. La pratica la spiega Assim, appena uscito dal seggio in cui
ha depositato il suo secondo voto della giornata grazie alle sue due tessere elettorali:
stesso nome e stessa foto, ma col timbro di diversi uffici di registrazione. “Ho
votato in un seggio con una tessera, poi sono andato a casa a lavarmi il dito
con la candeggina e
burubakhair, via a votare di nuovo”, dice Assim ridendosela a crepapelle. Dice di aver votato
due volte per lo stesso candidato “Così vincerà di certo!” aggiunge candidamente.
“Ci sono miei amici che ne hanno addirittura dieci di tessere!” dice con aria
di ammirazione. “Quanti ne conosco personalmente con più tessere?
Biosior, molti!” e giù un'altra risata. Subito ce ne fa conoscere un po'. Goldan ha
quattro tessere, Haji tre, Saidi due, Zulmain tre. Sorge spontanea la domanda:
lo fate per soldi? Alcuni ridono con malizia. Altri dicono che vogliono semplicemente
essere sicuri della vittoria del loro candidato.
Scarsissima affluenza. In un altro seggio incontriamo un uomo e due donne, osservatori elettorali afgani.
Katsia, insegnante di 43 anni, sta girando per seggi insieme ai suoi due colleghi
dalle sei di questa mattina. “Appena aperti i seggi c'era parecchia gente, ma
poi non abbiamo mai visto fila, al massimo una decina di persone in attesa di
votare davanti alle cabine. Contando che tra un paio d'ore, alle 16, i seggi chiuderanno
e facendo il confronto con le file interminabili di gente alle elezioni presidenziali
di ottobre, questa volta è evidente che la popolazione si è disinteressata al
voto. E' comprensibile: dopo le promesse elettorali non mantenute da Karzai nessuno
crede più alla democrazia”.
In effetti nei seggi che visitiamo – una ventina, sia in centro che nella periferia
– di elettori ce ne sono davvero pochi. Entrando nelle moschee e nelle scuole
adibite a seggi, si trovano spesso solo gli impiegati elettorali, con le scatole
delle schede piene, le urne di plastica trasparente semivuote e le cabine di cartone
deserte. Nella maggior parte dei casi ci sono non più di tre o quattro persone
che guardano con preoccupazione le gigantesche schede elettorali che vengono consegnate
loro.
Le voci degli elettori. Parlando con gli afgani che sono andati ai seggi e chiedendo loro perché votano
e cosa si aspettano da questo parlamento, quasi tutti rispondono la stessa cosa:
“Voglio che questo parlamento garantisca la sicurezza al nostro popolo che ha
tanto sofferto”. Così dicono Said, 42 anni, camionista, Wahid, 28 anni, calzolaio,
e tanti altri che, dopo quasi trent'anni di guerra, non hanno altro desiderio
che vivere in pace. Altri, come Mohammed, 18 anni, studente liceale sperano invece
che il parlamento “lavori per la ricostruzione e lo sviluppo dell'Afghanistan”
e che, come dice Rusbi, 22 anni, impiegato, “pensi al futuro del Paese e non all'arricchimento
dei politici”.
Abdul, 57 anni, guardiano, desidera che il parlamento “serva il popolo afgano
lavorando in maniera onesta”. Ahmad, 21 anni, disoccupato, si augura che questo
parlamento “tuteli i diritti della gente che fino ad oggi sono sempre stati calpestati”.
Sherzar, 25 anni, studente di ingegneria, ha la speranza che esso “servirà per
tenere sotto controllo l'operato del governo e la corruzione che lo caratterizza”.
Amanullah, 41 anni, farmacista, vota “per una persona onesta che pensi soprattutto
all'educazione del popolo afgano”. Abdulsalam, 64 anni, professore universitario
in completo nero e gemelli d'oro, è “felice di dare il suo contributo per l'edificazione
del terzo pilastro dello Stato di diritto afgano: un potere legislativo che faccia
buone leggi senza interferire nell'azione del governo e della magistratura”. Amin,
27 anni, studente di scienze politiche, ha votato ma non pensa invece che “il
sistema della democrazia rappresentativa occidentale possa funzionare nell'Afghanistan
di oggi, dominato dall'analfabetismo, dalla miseria e da una mentalità tradizionale
di soggezione feudale ai capi locali e di fedeltà al proprio gruppo etnico”.
La prova della candeggina. Alla fine del giro per i seggi di Kabul, in uno dei quali abbiamo intinto il
dito nell'inchiostro indelebile, rientrati a casa proviamo a pulirci con la candeggina:
una strofinata con la spugna e dell'inchiostro non c'è più traccia.
Viene da ridere, proprio come facevano Assim e i suoi amici multitesserati.
Ma poi viene da piangere pensando all'assurdità di chi pretende di esportare
la democrazia con le bombe prima e le elezioni poi.
Ma almeno a una cosa le elezioni di oggi saranno servite: il blocco del traffico
in città, solitamente asfissiata da un ingorgo permanente di auto strombazzanti,
avrà sicuramente diminuito un po' l'inquinamento e il numero di vittime da incidenti
stradali che ogni giorno affollano il pronto soccorso di Emergency e degli altri
ospedali di Kabul.