Afgani alle urne dopo 30 anni di guerra. Tanti dubbi e poche speranze
Dal nostro inviato
Enrico Piovesana
Kabul è chiusa. Chiuse le strade d'accesso alla città. Chiusi i negozi. Chiuse
le scuole. I bambini si godono questa vacanza straordinaria giocando con i loro
coloratissimi
gudiparan, gli aquiloni, che volteggiano a decine nel cielo terso di Kabul sullo sfondo
delle colline coperte di case e delle montagne dell'Hindu Kush.
In giro per la città, insolitamente poco trafficata e pattugliata dai militari
afgani e stranieri, campeggiano migliaia di variopinti manifestini elettorali,
attaccati sui muri, sugli alberi, sui pali, sulle auto. Centinaia di facce serissime
e poco rassicuranti con accanto gli stravaganti simboli ad uso degli analfabeti:
paperelle, uccellini, spazzolini da denti, telefonini per riconoscere ogni singolo
candidato. Niente simboli di partito, vietati dalla legge elettorale. Si vota
solo la persona.
Evento storico, per chi lo ha organizzato. Oggi 12 milioni e mezzo di afgani sono chiamati a scegliere tra quasi seimila
candidati per eleggere il primo parlamento e i primi consigli regionali dopo trent'anni
di guerra.
Un evento storico secondo le potenze occidentali che lo hanno organizzato.
Ma parecchi afgani con cui abbiamo parlato nei giorni scorsi qui a Kabul, soprattutto
quelli più istruiti, hanno idee molto diverse e molti di loro non andranno nemmeno
a votare.
Nuri, ingegnere.
“Io non mi sono nemmeno registrato. Non vado a votare per questa
buffonata organizzata dagli americani”, dice Nuri, ingegnere
elettronico, 55 anni, di Kabul. “E' una messa in scena fatta per
dimostrare al mondo e agli afgani più ingenui che
gli Stati Uniti hanno portato la democrazia in
Afghanistan. Nulla di più falso. Vincerà chi ha avuto gli appoggi, i
mezzi e i soldi per farsi campagna elettorale, cioè gli amici degli
americani e i potenti signori della guerra, non certo i veri
rappresentanti del popolo afgano. E' normale che sia così, perché non
ci possono essere elezioni libere in un Paese sotto occupazione
militare straniera. Gli Usa non sono venuti qui per portare democrazia
e sicurezza, sennò avrebbero disarmato i signori della guerra e
dell'oppio e avrebbero sconfitto i talebani che continuano ad essere
sostenuti dal Pakistan, alleato degli Usa. Gli americani non sono
venuti qui per difendere il popolo afgano, ma per difendere i loro
interessi, per controllare un Paese strategico dal punto di vista
militare ed economico. A loro fa comodo che l'insicurezza continui e
che la gente continui a dire 'se se ne vanno adesso riscoppierebbe
subito la guerra come nel 1992 dopo la partenza dei russi'. Così sono
giustificati a rimanere”.
Shukur, medico chirurgo. “Domenica io, come quasi tutti i miei amici, non andrò a votare. Non ci andrò
perché questa è tutta una farsa”, dice Shukur, medico chirurgo trentaduenne di
Kabul , ma originario del Panjshir. “Gli americani hanno già deciso chi deve vincere
come hanno fatto con le elezioni presidenziali. Faranno vincere i signori della
guerra e perfino i talebani per comprare la loro fedeltà dando loro una poltrona.
Poco importa se sono dei criminali di guerra come l'ex ministro talebano Muttawakil,
o come il signore della guerra talebano Rasul Sayyaf o Abdulsalam Raketi, responsabile
dei massacri di civili nella Piana di Shomali compiuti dai talebani durante la
guerra con l'Alleanza del Nord. Non parteciperò a questo gioco. Sono altre le
cose importanti: tra una settimana mi sposo”.
Yamat, studente universitario. “Non andrò a votare a queste elezioni: sono una messa in scena inutile, uno spettacolo
organizzato a pagato dagli americani per dimostrare che adesso che sono arrivati
loro, qui c'è la democrazia”, dice Yamat, studente di medicina ventisettenne originario
di Herat. “Ma in realtà in Afghanistan non cambierà niente, il nostro rimarrà
un Paese occupato in cui comandano gli americani e i loro fantocci locali. Questo
parlamento sarà una farsa perché sarà un'assemblea di gente che sta lì solo per
i soldi e che non farà altro che litigare senza concludere niente: ci saranno
talebani e filoamericani, ex mujaheddin ed ex comunisti filosovietici, fondamentalisti
conservatori e donne, e poi, trasversalmente, pashtun e tagiki, hazara e uzbechi,
insomma gente che non potrà mai trovarsi d'accordo su niente e che continuerà
a farsi la guerra anche in parlamento come hanno fatto fuori per gli ultimi trent'anni
distruggendo il nostro Paese”.
Orzala, direttirce di Hawca. Proprio questo fa invece
essere ottimista Orzala, ventotto anni originaria del Nangarhar,
fondatrice e direttrice dell'associazione Hawca (Assistenza Umanitaria
per le Donne e i Bambini dell'Afghanistan), ex profuga rifugiatasi in
Pakistan per quattordici anni, da dove, durante il regime talebano,
organizzò in Afghanistan una rete di scuole clandestine per bambine.
“E' vero che in parlamento siederanno molti criminali di guerra e
comandanti talebani, molte di quelle stesse persone che hanno devastato
il nostro Paese combattendosi tra di loro. Ma riuscire a farli sedere
in una stessa stanza e farli dialogare è già un primo piccolo passo. E
poi ci saranno anche donne e uomini che credono nei diritti umani e che
finalmente lì dentro avranno almeno diritto di parola. Per questo io
andrò a votare. So che continueranno comunque a comandare gli
americani, ma d'altronde è giusto che sia loro la responsabilità di
tirarci fuori dalla disastrosa situazione in cui loro hanno precipitato
l'Afghanistan finanziando prima i mujaheddin e poi i talebani”.
Mahmooda, portavoce di Rawa. La pensa così anche Mahmooda, 26 anni, dirigente del Rawa (Associazione Rivoluzionaria
delle Donne Afgane). “Ovviamente questo parlamento sarà solo uno strumento politico
in mano agli americani e Karzai, che lo useranno solo per far passare le decisioni
già prese da loro. Ovviamente sarà un parlamento dominato da criminali di guerra
e fondamentalisti e che quindi non porterà cambiamenti democratici in Afghanistan.
Ma proprio per questo non è giusto rimanere a guardare: bisogna provare a fare
quello che si può, cercando di far eleggere anche delle donne e dei candidati
democratici. Certo, saranno pochissimi, ma anche una sola voce può essere importante,
come ha dimostrato il coraggio di Malalai Joya, la donna che prese la parola alla
Loya Jirga contro i fondamentalisti e i signori della guerra che stavano davanti
a lei. Quel suo gesto è stato importantissimo. Il dovere degli americani è smetterla
di sostenere questa gente che ha massacrato il nostro popolo, di smettere di utilizzarla
per
controllare l'Afghanistan. Che disarmino questi criminali che loro hanno armato
e che se ne vadano. Non possono rimanere qui per sempre con la scusa dell'insicurezza,
se invece non fanno niente per garantirla”.
Votano i poveri, anche due volte. Se tra la ristretta 'borghesia' afgana sembra prevalere un disilluso astensionismo
o un cauto ottimismo, la stragrande parte della popolazione, gli afgani poveri,
meno istruiti, gli abitanti delle province rurali e montane, andranno tutti a
votare, magari anche più di una volta dato che molti sono quelli che si sono registrati
in più seggi. E voteranno seguendo semplici quanto comprensibili logiche di appartenenza
etnica e territoriale e di conoscenza personale.
Il mujaheddin, l'operaio e l'infermiere. Shikeb, ex mujaheddin del Panjshir, 25 anni, voterà per il tagico Qanuni: “Lui
ha sempre combattuto per il bene
dell'Afghanistan, perciò farà bene anche come uomo politico per il nostro Paese.
Per questo io lo avevo votato anche come presidente. In Parlamento farà sì che
Karzai non faccia solo gli interessi dei pashtun”.
Mehredil, 28 anni, operaio di Bagram, voterà invece per un candidato della sua
regione, non per Qanuni. “Non voterò per Qanuni perché non lo conosco: preferisco
votare uno di Bagram di cui mi fido e che farà gli interessi della mia zona”.
Sardor, 33 anni, infermiere di Kabul, la mette direttamente sul personale: “Io
darò il mio voto a un mio amico di Kabul che conosco bene, un dottore, una brava
persona”.
Voti nel vento. Non saranno queste elezioni che cambieranno l'Afghanistan. Non saranno i parlamentari
eletti domenica a portare la democrazia in Afghanistan. Ci vorranno generazioni
prima che le ferite aperte da quasi trent'anni di guerra si rimarginino.
Saranno quei bambini che oggi fanno volare gli aquiloni a costruire un nuovo
Afghanistan. Magari senza i blindati e i soldati americani, inglesi, tedeschi,
francesi e italiani che pattugliano le strade con il mitra spianato.