17/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Storie di ceceni che hanno osato denunciare le violenze russe alla Corte di Strasburgo
La Corte di StrasburgoSono tanti i cittadini ceceni che negli ultimi quattro anni hanno avuto il coraggio di denunciare alla Corte Europea per i Diritti Umani di Strasburgo le violenze e i soprusi subiti dalle forze armate russe.
E tutti, senza eccezione, hanno pagato un caro prezzo per aver osato sfidare chi si sente al di sopra di tutte le leggi, chi riconosce solo la legge del più forte: la propria.
Non appena i servizi russi scoprono che un cittadino ceceno ha sporto denuncia a Strasburgo, contro di lui e contro la sua famiglia si scatena una spietata ritorsione volta a terrorizzarlo e a fargli bloccare il procedimento legale.
Un recente rapporto di Amesty International ("Il rischio di parlare") denuncia alcuni di questi gravi casi, criticando l’incomprensibile cecità delle istituzioni europee riguardo al terroristico atteggiamento delle autorità russe nei confronti dei suoi cittadini ceceni, e soprattutto nei confronti di coloro che a quelle stesse istituzioni europee si rivolgono per chiedere giustizia.
 
Soldati russi a Grozny
Aslambek, il pensionato.Aslambek Utsaev, 58 anni, pensionato e senza un occhio (perso nella prima guerra cecena), è uno dei promotori della denuncia alla Corte europea sporta nel 2003 da lui e da altri abitanti del villaggio di Novye Atagi.
Il 2 giugno 2002, durante una zaciska dei soldati russi, quattro persone (compreso suo figlio Islam) vennero portate via, sparendo nel nulla.
I russi hanno scoperto la denuncia di Aslambek solo parecchio tempo dopo.
Alle quattro del mattino del 4 luglio scorso, alcuni blindati russi hanno sfondato la recinzione di casa Utsaev e decine di soldati hanno fatto irruzione nell’abitazione, saccheggiandola. Hanno presero soldi, vestiti e provviste. Poi hanno iniziato a picchiare selvaggiamente Aslambek, fino a farlo svenire. Lo hanno trascinato in giardino e, nonostante fosse privo di sensi, hanno continuato a prenderlo a calci. Poi se ne sono andati, minacciando di tornare se non avessero ritirato la denuncia.
E infatti, il 30 luglio, altri soldati sono arrivati. Sono entrati nella camera da letto dove Aslambek giaceva ancora dolorante per le ferite del precedente pestaggio, e lo hanno picchiato ancora.
Aslambek è rimasto sotto shock, non si è più ripreso. Il suo volto è sfigurato dalle cicatrici e riesce a camminare solo con il bastone.
La sua denuncia alla Corte di Strasburgo è ancora sotto esame. E’ difficile pensare che, in caso di accettazione, Aslambek riesca ad andare a testimoniare.
 
L'arresto di un cecenoVendetta in giardino. Sharfudin Sambiev e altri nove abitanti del villaggio ceceno di Starye Atagi hanno sporto denuncia alla Corte europea nel luglio del 2003. Il caso da loro presentato riguarda una zaciska condotta dai militari russi nel loro villaggio nell’aprile del 2002: durante il rastrellamento undici persone (tra cui Amir, figlio del signor Sambiev) vennero portate via dai soldati sparendo nel nulla.
Appena i russi hanno saputo della denuncia a Strasburgo, per Sharfudin e la sua famiglia è iniziato l’inferno.
I soldati hanno iniziato a presentarsi a casa loro, minacciandoli di rapire l’altro figlio, Anzor, se non avessero ritirato al denuncia.
La mattina del 10 aprile scorso una cinquantina di soldati hanno fatto irruzione in casa Sambiev. Sharfudin non c’era. Sua moglie Rukiyat appena ha visto arrivare i blindati ha fatto nascondere suo figlio nel giardino sul retro di casa. I soldati l’hanno presa e l’hanno portata in strada, immobilizzandola dietro un blindato. Poco dopo da dietro la casa si sono sentiti degli spari. Dopo che i militari se ne sono andati, Rukiyat è corsa in giardino, senza trovare più suo figlio. Il mattino dopo il cadavere di Anzor è stato ritrovato in un fosso nei pressi di in un villaggio poco lontano.
La denuncia di Sharfudin Sambiev non è ancora stata accettata dalla Corte di Strasburgo.
 
Soldato russo in CeceniaAlla ricerca del fratello.Yakub Magomadov si è rivolto alla giustizia europea nel 2001.
Il 2 ottobre del 2000, suo fratello Aiubkhan venne rapito durante un rastrellamento russo nel loro villaggio di Kurchaloy. Non ne seppero nulla per tre mesi, fin quando gli venne comunicato che Aiubkhan era stato rilasciato il giorno dopo il suo arresto. Ma non fece mai ritorno a casa.
Suo fratello non si diede pace, e oltre alla denuncia, iniziò a cercare tracce di Aiubkhan in tutte le carceri russe della Cecenia. E non solo.
Nell’autunno del 2003 è andato fino a una prigione militare nella regione di Rostov: gli avevano detto che Aiubkhan era stato tenuto lì. Uscito dalla prigione senza aver ottenuto risposte, Yakub è stato preso da un gruppo di soldati, picchiato e minacciato di morte se non avesse smesso di cercare suo fratello.
Il 2 aprile Yakub è partito per Mosca, deciso a bussare a tutte le porte pur di scoprire che fine avesse fatto suo fratello.
Il 28 aprile scorso, soldati russi in mimetica e passamontagna hanno fatto irruzione in casa Magomadov. Non c’era nessuno, tranne il figlio sedicenne di Aiubkhan. I militari lo hanno picchiato per sapere dove fosse suo zio. Lo stavano per portare via, poi un ufficiale ha ordinato di lasciarlo perdere perché era troppo giovane.
Da quando era partito per Mosca, Yakub non aveva dato più notizie di sé.
Il 16 maggio scorso un amico dei Magomadov che lavora per i russi ha dato ai suoi familiari la notizia che tutti temevano: anche Yakub è sparito, e l’ultima volta è stato visto, sotto tortura, nella famigerata prigione di Khankala. A Mosca non c’è mai arrivato.
Il caso denunciato da Yakub Magomadov non è ancora stato accettato dalla Corte di Strasburgo.
E non sarà certo lui, eventualmente, ad andare a testimoniare.
 
Una zaciska russaIl coraggio di Libkan.Libkan Bazayeva, 55 anni, originaria di Grozny, sporse denuncia alla Corte nel 2000 assieme ad altre due donne cecene, Medka Isayeva e Zina Yusupova.
Il 29 ottobre del 1999, mentre erano in corso il primo bombardamento russo su Grozny, le loro famiglie fuggirono dalla città assediata unendosi a un convoglio di auto dirette in Inguscezia. I caccia dell’aviazione russa lanciarono dei missili contro la carovana di profughi. Le tre donne vennero gravemente ferite e la loro auto andò distrutta assieme ai pochi beni che trasportavano con loro. La nipotina della Isayeva, che viaggiava con loro, morì.
I comandi russi si giustificarono dicendo che quella era zona di guerra e che i piloti erano stati attaccati da terra. Per questo la Bazayeva, dall’ Inguscezia, decise di rivolgersi alla giustizia europea.
Tre anni dopo, nel giugno del 2003, la Corte di Strasburgo ha comunicato alla Bazayeva l’accoglimento della loro denuncia.
Le autorità russe lo sono venute a sapere e quattro mesi dopo un gruppo di soldati in mimetica e passamontagna hanno fatto irruzione nella vecchia casa di Grozny della Bazayeva, dove viveva un’altra famiglia. Hanno minacciato quelle persone chiedendo notizie della donna, ma loro non sapevano dove fosse. I militari sono tornati ancora il mese successivo, terrorizzando la famiglia, che alla fine ha deciso di abbandonare quella scomoda casa.
Alla fine i servizi russi hanno scoperto che la Bazayeva viveva a Nazran, in Inguscezia.
Il 23 luglio scorso dei soldati russi sono andati a cercarla. Un suo amico vicino di casa, ufficiale dell’esercito inguscio, ha convinto i militari ad andarsene, ma non prima di aver lanciato una chiara minaccia. "Dica a quella donna che appena metterà piede fuori di casa noi la prenderemo".
Nonostante questo, il 14 ottobre Libkan Bazayeva è riuscita ad andare a Strasburgo per la prima audizione mai concessa dalla Corte a dei casi presentati da ceceni.
Ora il suo caso è all’esame della giustizia europea.

Enrico Piovesana

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