08/05/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Israele bombarda una postazione Hezbollah in territorio libanese

"Durante l’infiltrazione di forze d’occupazione sioniste c’è stata un’imboscata vicino a posizioni della resistenza islamica e uno scambio di colpi d’arma da fuoco e di razzi, che ha portato morti e feriti nei ranghi nemici. Violenti scontri continuano nella zona”.

Questo il testo di un comunicato diffuso ieri mattina, 7 maggio 2004, dall’emittente radio libanese al-Manar, vicina a Hezbollah (Partito di Dio), gruppo fondamentalista islamico sciita filo-iraniano, come commento agli scontri tra l’esercito di Tel Aviv e il gruppo stesso che infuriano da tre giorni al confine tra Libano e Israele.

All’alba di ieri, infatti, secondo testimonianze locali, i guerriglieri libanesi di Hezbollah hanno sparato almeno 50 colpi di mortaio contro tre avamposti militari israeliani alle pendici del monte Dov, chiamati Ramta, Sammaqa e Roueisset al-Aalam. La reazione dell’esercito di Tel Aviv è stata pronta e violentissima: l’artiglieria pesante ha cominciato ha tirare sulle postazioni Hezbollah, mentre decollavano gli elicotteri da combattimento e i caccia bombardieri israeliani che colpivano quattro villaggi nella zona delle cosiddette “fattorie di Shebaa”.

Alla fine il bilancio è di un militare israeliano morto, il sergente Denis Laminov, 21 anni, e di otto militari feriti, di cui due in gravi condizioni. Fonti palestinesi e della polizia locale riportano danni materiali ma non vittime tra i civili libanesi.

La zona degli scontri al confine tra Siria, Libano e Israele, è un territorio conteso. Dopo la guerra dei sei giorni del 1967 è infatti occupato dalle truppe israeliane che lo considerano parte integrante delle alture del Golan, quindi territorio siriano, in base alla risoluzione 425 delle Nazioni Unite. La Siria e il Libano invece lo ritengono un territorio libanese a tutti gli effetti.

Sono tre giorni che ci sono scontri nella regione, visto che martedì 4 maggio 2004, l’aviazione militare israeliana aveva bombardato un presunto campo di addestramento di Hezbollah, violando lo spazio aereo libanese.

Jean Obeid, ministro degli Esteri del Libano aveva chiesto “un’inchiesta delle Nazioni Unite”, mentre Mohammed Hammuod, ministro della Difesa di Beirut, sottolineava “la violazione della sovranità del suo Paese”.

I commenti israeliani non sono più distesi, sia della maggioranza che dell’opposizione.

Yuval Steinitz, presidente della Commissione Affari Estri e Difesa della Knesset, il Parlamento israeliano, ha dichiarato che “è giunto il tempo che il governo del Libano si assuma la responsabilità della situazione della parte meridionale del Paese, dove nei fatti comanda Hezbollah”, mentre Efraim Sneh, esponente del partito laburista all’opposizione in Israele ha affermato che “è la Siria, e non il Libano, ad avere la responsabilità di quello che accade alle fattorie di Shebaa”.

Il governo israeliano ritiene le incursioni aeree nel territorio di Paesi confinanti operazioni di legittima difesa, come era già successo nell’ottobre del 2003, quando aveva attaccato quello che l’intelligence di Tel Aviv riteneva un rifugio di terroristi in territorio siriano. Gli Stati Uniti, in Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, hanno sempre posto il veto su qualunque risoluzione di condanna all’operato dell’esercito israeliano.

La situazione della regione era molto migliorata dopo il ritiro delle truppe israeliane dal Libano, completato nel 2000, dopo dieci anni di una sanguinosa guerra costata la vita a 15mila persone.

Nei mesi scorsi c’era stato uno scambio di prigionieri tra Hezbollah e governo israeliano, con la mediazione del governo tedesco e, seppur manca qualunque conferma ufficiale, che siano in corso ancora dei colloqui tra le parti. Eppure, soprattutto negli ultimi giorni, la situazione diventa sempre più conflittuale.

Il Libano, dopo la guerra, è retto da un equilibrio politico delicatissimo che cerca di rispecchiare la composizione religiosa del Paese. Il Presidente della Repubblica dev’essere cristiano maronita e il primo Ministro musulmano, per dare pari rappresentanza alle due principali confessioni religiose del Libano.

Questo ha però sostanzialmente creato una paralisi amministrativa: il Presidente Emile Lahoud e il primo Ministro Rafiq al-Hariri sono ai ferri corti e, il gioco del potere in Libano, non può prescindere dal parere del potente vicino siriano.

Difatti il governo di Damasco mantiene un forte contingente in Libano e nulla si muove a Beirut senza il lasciapassare della Siria. Gli Stati Uniti, che dal dicembre 2003 intensificano la pressione su Damasco, hanno votato il “Libanese Sovereignty Restoration Act”, chiedendo alla Siria di ritirarsi. Damasco sembra cominciare a pensarci, anche perché l’accusa di sostegno al terrorismo preoccupa molto il regime siriano.

Israele approfitta di questo vuoto di potere attaccando impunemente oltre i confini del diritto internazionale. La sua è una difesa leggittima e preventiva che non conosce più confini, come ci conferma un cooperante italiano che lavora in Libano.

Non capisco la novità”, dichiara il volontario, “tre volte al giorno l’aviazione militare israeliana sorvola i cieli libanesi, arrivando fino a Beirut. Ogni tanto gli scontri sono più gravi e allora ne viene data notizia. Il Libano non ha un peso politico specifico, ma dipende dalla Siria, che in questo momento è accerchiata dalle pressioni Usa. Beirut ha troppi problemi interni, basti pensare che qui si stanno svolgendo le elezioni amministrative e, i risultati sfinali si conosceranno solo a fine mese".

Christian Elia

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