Sopravvissuta ai campi dei khmer rossi, Chea Vannath oggi lavora per riconcilare vittime ed ex carnefici
Aveva una visione utopica dei leader, era ricca, conservatrice, timida, poi la
storia ha drammaticamente cambiato la sua vita. Chea Vannath, cambogiana, di 59anni,
ha assistito al collasso del suo Paese durante il regime dei khmer rossi (1975-’79)
e in sole 24 ore è stata costretta ai lavori forzati in un campo di concentramento.
Dopo essere sopravvissuta a quell’orrore, è diventata un’attivista per i diritti
umani e oggi lavora al processo di riconciliazione fra vittime ed ex carnefici.
L’abbiamo incontrata a Padova in occasione della
World Social Agenda, un’occasione
per vedere l’Asia con gli occhi delle donne.
In che condizioni vivono le donne cambogiane?

Per spiegarlo bisogna tornare indietro a trent’anni fa, al tempo della guerra
civile che iniziò nel 1970, cinque anni prima dell’insediamento al potere dei
khmer rossi. Da allora fino al 1998, quando la guerra finì, molti uomini sono
morti lasciando sole donne, bambini e anziani. Oggi gran parte della popolazione
è formata da persone molto giovani o molto vecchie. Le donne si sono trovate a
rimettere insieme le tessere della società divise e sparse come quelle di un puzzle.
Hanno dovuto ricostruire il tessuto sociale, finanziario, privato. Oggi sono ancora
svantaggiate rispetto agli uomini: la percentuale dei ragazzi che vanno a scuola
è superiore a quella delle ragazze, più si avanza negli studi e meno sono le donne.
Perché?
Il 35 per cento delle persone vive ancora sotto la soglia di povertà, ovvero
guadagna meno di 65 centesimi di dollaro al giorno. Le famiglie, in queste condizioni,
preferiscono mandare solo i figli maschi a scuola, mentre le ragazze, costrette
a lavorare, possono finire vittime del traffico sessuale e dello sfruttamento
sul posto di lavoro. In Cambogia la percentuale di infetti da Hiv e Aids è ancora
una delle più alte del Sud Est Asiatico, più alta che in Vietnam e Thailandia.
Lei ha svolto la prima indagine nazionale sulla corruzione. E’ ancora uno dei
principali problemi del suo Paese?
Sì, ma non solo del mio Paese. La corruzione in Cambogia è assai diffusa perché
le istituzioni sono ancora deboli. Non hanno sistemi di controllo e un’equa separazione
dei poteri. Il modo in cui dirigono il Paese non è basato sulle regole del buon
governo. Gli affari di stato non sono trasparenti e le autorità non rispondono
alle loro responsabilità. Ci sono molto nepotismo e impunità, tutti fattori che
favoriscono la corruzione.
Cambogia e Vietnam sono state accomunate dalla guerra nello stesso periodo, ma
oggi la situazione dei due Paesi è molto diversa. Per la Cambogia si parla di
decadenza, mentre per il Vietnam di grande crescita economica. Perché?
Condivido questa visione dei due Paesi, ma ci sono delle ragioni per tutto questo.
Il Vietnam, dopo la fine della guerra, nel 1975, non ha avuto i khmer rossi, ma
un partito unico che è tuttora al potere. Come dicevo prima, in Cambogia la guerra
civile è durata fino alla fine degli anni Novanta e le Nazioni Unite nel ’93 sono
arrivate nel Paese, aprendolo improvvisamente alla liberalizzazione. Il passaggio
dal socialismo al libero mercato è stato troppo veloce e caotico perché non c’erano
le infrastrutture adeguate. Ciò ha aperto la via alla corruzione. La Cambogia
ha fatto una scelta più difficile del Vietnam, cercando di abbracciare il pluralismo,
la democrazia e il rispetto per i diritti umani. E’ un vero caos perché i leader
dei partiti competono per il potere, mentre quelli vietnamiti sono concentrati
sul progresso economico della nazione.
Il processo ai khmer rossi, che è in preparazione, farà giustizia?
No. I processi da soli non possono fare giustizia. Per molti non è giustizia
processare solo i khmer rossi, perché bisognerebbe punire i crimini commessi dai
khmer rossi fra il ’75 e il ’79, ma anche quelli commessi prima, dal ’70 al ’75,
e dopo, fino agli anni Novanta, da altri governanti. Oltre al processo, inoltre,
bisognerebbe fare chiarezza su molti punti oscuri del regime dei khmer rossi e
cercare di capire cos’è accaduto. Questo processo di conoscenza deve essere un’occasione
per il sistema giudiziario e per gli attuali e futuri leader politici di apprendere
dal passato, affinché lavorino meglio e siano più responsabili verso il loro Paese.
Questo è il senso della riconciliazione a cui lei sta lavorando?
Sì. Stiamo cercando di riconciliare le differenze. Faccio un esempio: ‘Io non
sono d’accordo con te e tu non sei d’accordo con me. Noi siamo d’accordo sul fatto
che non siamo d’accordo. Come si può andare oltre? Come si può affrontare il presente
e il futuro da questo punto di partenza? Non dobbiamo vivere nel passato e per
fare ciò bisogna favorire il dialogo fra diverse comunità, fra ex khmer rossi
e non, fra ricchi e poveri. Dobbiamo organizzare dibattiti e forum, condurre ricerche
per trovare la verità. Queste attività possono unire le persone e liberarle da
stress e frustrazioni. Ciò che conta è il processo di riconciliazione.
Il regista cambogiano Rithy Panh ha fatto qualcosa di simile con i suoi documentari.
Con “S21, la macchina di morte dei khmer rossi” fa addirittura incontrare vittime
ed ex aguzzini del genocidio…
Sì. E’ proprio quello che intendevo dire. Rithy Panh ha partecipato ai forum
pubblici della mia organizzazione, il Centro per lo Sviluppo Sociale. Non bisogna
cercare solo di fare giustizia, perché potrebbe causare un altro conflitto.