20/07/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Un documentarista italiano che lavora in Libano racconta le reazioni della gente
“Tutti quelli con i quali sono riuscito, con molta fatica, a tenere i contatti in Libano mi chiedono la stessa cosa: non state zitti. Hanno molto chiaro anche il ruolo mediatico di questa guerra e chiedono di informare, di manifestare dissenso. Qualcosa, una minima parte, dei gesti di solidarietà gli arriva, ma chiedono che si continui a parlare di loro. Senza lamentarsi”.
 
edifici devastati dai bombardamenti su beirutMemoria di un popolo. Marco Pasquini, documentarista romano, conosce bene la gente del Libano. Da molto tempo lavora a un progetto difficile e, proprio per questo, ancora più affascinante: la memoria del Gaza Hospital. Il Gaza Hospital era un ospedale gestito dalla Mezzaluna Rossa Palestinese, uno dei punti di forza della politica sociale dell’Olp (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). E’ un luogo emblematico che è stato oggetto e testimone di eventi che hanno segnato la storia dei rifugiati palestinesi in Libano, una struttura nel tempo danneggiata, depredata e successivamente occupata da molte famiglie palestinesi che nel periodo tra l’invasione israeliana e la Guerra dei Campi erano rimaste senza casa. Circa 2500 persone vivono ora al suo interno, rendendolo di fatto un campo profughi sviluppato in verticale. Marco, armato solo della sua videocamera, raccoglie le loro storie. “Per molti a Beirut qualcosa bolliva in pentola”, spiega Marco, “come se i conti con il passato non fossero stati chiusi definitivamente. Non si pensava a un attacco di questo tipo, era più temuto il ritorno della guerra civile, ma la gente non era convinta che la guerra fosse finita”. Il lavoro lo ha portato a vivere quotidianamente con la comunità palestinese di Beirut e, nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, l’opinione pubblica palestinese è divisa. Secondo alcuni, Hizbollah, come spesso è accaduto in passato, ha solo strumentalizzato la causa palestinese. Preoccupato del possibile disarmo, visto che il conflitto non c’era più, ha voluto provocare una escalation militare per legittimarsi di nuovo come paladino della lotta anti-israeliana. Altri invece, per le vie di Gaza e Ramallah, hanno sfilato con il ritratto di Nasrallah, inneggiando all’unico leader che combatte ancora per la causa palestinese. I palestinesi con i quali hai avuto modo di parlare cosa ne pensano? “La maggior parte dei palestinesi è convinta che l’attacco di Hizbollah sia stata solo una scusa”, risponde Marco, “per tanti lo stesso rapimento dei due militari israeliani è stata un’esca per scatenare un’operazione preparata da tempo. Ma allo stesso tempo le reazioni a quello che sta accadendo sono articolate, perché se una nuova crisi era attesa, pochi se l’aspettavano di una tale intensità.
 
il fumo delle bombeIl fenomeno Hizbollah. Qual è il clima che si avverte ascoltando gli amici da Beirut?  “Le persone che ho sentito io mi hanno tutte comunicato un forte senso di resistenza, di volontà di tenere duro”, racconta il documentarista, “la gente non chiede compassione, ma mostra compattezza e determinazione, come se quello che sta accadendo spaventasse più noi che loro, da troppo tempo abituati alla guerra. Predomina una voglia di vivere e di sopravvivere molto forte, animata da una voglia di resistere che viene da dentro”. Nonostante questo, le immagini delle colonne di civili in fuga e dei quartieri rasi al suolo non possono lasciare indifferenti. Nella prima settimana di bombardamenti, almeno 300 persone hanno perso la vita, in maggioranza donne e bambini. Possibile che tutto questo non scateni anche sentimenti negativi verso Hizbollah che, al di là delle possibili teorie, ha dato il via allo scontro? “Ci sono sentimenti trasversali”, racconta Marco, “ma in primo luogo viene fuori un’immagine di Hizbollah molto più sfaccettata di quella che abbiamo noi. Hizbollah è un movimento militare, ma non solo quello. Ha una grande forza che nasce dal fatto di essere un movimento popolare molto radicato tra la gente, che gli riconosce il lavoro nel sociale e nelle infrastrutture del Libano meridionale. Il Gaza Hospital di trova di fronte al campo profughi di Chatila, teatro della strage del 1982. Il distretto è sotto il controllo di Hizbollah e di Hizbollah è il sindaco del distretto. Lui è l’uomo che è riuscito, da 6 anni a questa parte, a organizzare la commemorazione della strage ogni anno. E’ anche l’uomo che ha aperto un dialogo diplomatico con gli stranieri in questa zona, ha riorganizzato la fossa comune delle vittime e ha indetto un bando pubblico per un monumento che ricordi l’eccidio. Insomma Hizbollah è molto più trasversale di quello che si creda in Italia”.  

Christian Elia

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