“Tutti quelli con i quali sono riuscito, con molta fatica, a
tenere i contatti in Libano mi chiedono la stessa cosa: non state zitti. Hanno
molto
chiaro anche il ruolo mediatico di questa guerra e chiedono di informare, di
manifestare dissenso. Qualcosa, una minima parte, dei gesti di solidarietà gli
arriva, ma chiedono che si continui a parlare di loro. Senza lamentarsi”.
Memoria di un popolo. Marco Pasquini, documentarista
romano, conosce bene la gente del Libano. Da molto tempo lavora a un progetto
difficile e, proprio per questo, ancora più affascinante: la memoria del Gaza
Hospital. Il Gaza Hospital era un
ospedale gestito dalla Mezzaluna Rossa Palestinese, uno dei punti di forza
della politica sociale dell’Olp (Organizzazione per la Liberazione della
Palestina). E’ un luogo emblematico che è stato oggetto e testimone di eventi
che hanno segnato la storia dei rifugiati palestinesi in Libano, una struttura
nel tempo danneggiata, depredata e successivamente occupata da molte famiglie
palestinesi che nel periodo tra l’invasione israeliana e la Guerra dei Campi
erano rimaste senza casa. Circa 2500 persone vivono ora al suo interno,
rendendolo di fatto un campo profughi sviluppato in verticale.
Marco, armato solo della sua videocamera, raccoglie
le loro storie. “Per molti a Beirut qualcosa bolliva in pentola”, spiega Marco,
“come se i conti con il passato non fossero stati chiusi definitivamente. Non
si pensava a un attacco di questo tipo, era più temuto il ritorno della guerra
civile, ma la gente non era convinta che la guerra fosse finita”. Il lavoro lo
ha portato a vivere quotidianamente con la comunità palestinese di Beirut e,
nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, l’opinione pubblica palestinese è
divisa. Secondo alcuni, Hizbollah, come spesso è accaduto in passato, ha solo
strumentalizzato la causa palestinese. Preoccupato del possibile disarmo, visto
che il conflitto non c’era più, ha voluto provocare una escalation militare per
legittimarsi di nuovo come paladino della lotta anti-israeliana. Altri invece,
per le vie di Gaza e Ramallah, hanno sfilato con il ritratto di Nasrallah,
inneggiando all’unico leader che combatte ancora per la causa palestinese. I
palestinesi con i quali hai avuto modo di parlare cosa ne pensano? “La maggior
parte dei palestinesi è convinta che l’attacco di Hizbollah sia stata solo una
scusa”, risponde Marco, “per tanti lo stesso rapimento dei due militari israeliani
è stata un’esca per scatenare un’operazione preparata da tempo. Ma allo stesso
tempo le reazioni a quello che sta accadendo sono articolate, perché se una
nuova crisi era attesa, pochi se l’aspettavano di una tale intensità.
Il fenomeno Hizbollah. Qual è il clima che si avverte ascoltando gli amici da
Beirut? “Le persone che ho sentito io
mi hanno tutte comunicato un forte senso di resistenza, di volontà di tenere
duro”, racconta il documentarista, “la gente non chiede compassione, ma mostra
compattezza e determinazione, come se quello che sta accadendo spaventasse più
noi che loro, da troppo tempo abituati alla guerra. Predomina una voglia di
vivere e di sopravvivere molto forte, animata da una voglia di resistere che
viene da dentro”. Nonostante questo, le immagini delle colonne di civili in
fuga e dei quartieri rasi al suolo non possono lasciare indifferenti. Nella
prima settimana di bombardamenti, almeno 300 persone hanno perso la vita, in
maggioranza donne e bambini. Possibile che tutto questo non scateni anche
sentimenti negativi verso Hizbollah che, al di là delle possibili teorie, ha
dato il via allo scontro? “Ci sono sentimenti trasversali”, racconta Marco, “ma
in primo luogo viene fuori un’immagine di Hizbollah molto più sfaccettata di
quella che abbiamo noi. Hizbollah è un movimento militare, ma non solo quello.
Ha una grande forza che nasce dal fatto di essere un movimento popolare molto
radicato tra la gente, che gli riconosce il lavoro nel sociale e nelle
infrastrutture del Libano meridionale. Il Gaza Hospital di trova di fronte al
campo profughi di Chatila, teatro della strage del 1982. Il distretto è sotto
il controllo di Hizbollah e di Hizbollah è il sindaco del distretto. Lui è
l’uomo che è riuscito, da 6 anni a questa parte, a organizzare la
commemorazione della strage ogni anno. E’ anche l’uomo che ha aperto un dialogo
diplomatico con gli stranieri in questa zona, ha riorganizzato la fossa comune
delle vittime e ha indetto un bando pubblico per un monumento che ricordi
l’eccidio. Insomma Hizbollah è molto più trasversale di quello che si creda in
Italia”.