21/07/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



La guerra con il Libano vista dagli Stati Uniti, osservatori parziali
scritto per noi da
Matteo Colombi
 
Chiamiamo qualsiasi avversario, piccolo o grande, dell'alleanza di interessi e potere che fa capo agli Stati Uniti (e di cui l'Italia è socio in parte distaccato e in parte osannante) ad ubbidire il diritto internazionale. Che diritto è sempre meno, in quanto lo si applica ad alcuni e mai a noi ed i nostri alleati.
 
Le operazioni di evacuazione dei cittadini statunitensi in LibanoSui mass media americani impazza la guerra in Medio Oriente vista da un unico prisma: ascoltiamo le sirene di Haifa e possiamo osservare i giornalisti della CNN o della FOX News, o della NBC che ci parlano da ovunque tranne che da Beirut. Anderson Cooper, che almeno ci rammenta di continuo che il numero di morti è estremamente elevato al di là del confine, ogni giorno ci parla da un posto diverso: Haifa, Naharia, Cipro. Al di là del confine chi ci va? Forse Al-Jazeera, ma non ci viene trasmessa.
 
Ripetendo la buona trovata della US Army in Iraq, molti giornalisti sono assegnati a postazioni della artiglieria israeliana, e dormono nei bunker con i soldati. Dal Libano arrivano poche immagini, per lo più in distanza. Quelle poche immagini che arrivano mostrano devastazione fisica, ma poca visibilità per i morti e feriti. L'accorato appello al cessate il fuoco del primo ministro libanese Fouad Siniora è giunto interamente. Questo doveva essere il "nostro uomo", la speranza della Rivoluzione dei Cedri; adesso l'abbiamo scaricato, vogliamo che punisca Hizbollah, ma gli abbiamo tolto aeroporto, strade, accesso al mare, elettricità, danni per oltre 2 miliardi di dollari. Abbiamo punito il suo popolo, per aiutarlo.
 
Siniora non è disposto a fare il lavoro sporco per noi e noi non siamo disposti a spenderci per difendere il suo governo, la sua democrazia; nella sua intervista alla Cnn la frustrazione del premier libanese è evidente, il bisogno di trovare una soluzione definitiva alla questione israelo-palestinese reiterata, ma il giornalista chiede solo insistentemente: “e non siete disposti a porre fine ad Hizbollah?”.
 
Soldati israeliani in marcia vicino al confine con il LibanoUso il 'noi', perché cosi ci viene presentata questo fronte della 'Guerra Globale al Terrorismo'; noi ed Israele, noi l'Occidente, noi la civiltà contro la barbarie, noi e i libanesi buoni, da bombardare per liberarli dal nemico. Come dice Hillary Clinton, probabile candidata alle presidenziali del 2008 per il partito Democratico: “Noi stiamo con Israele perché Israele sta per i valori americani tanto quanto quelli Israeliani.”
 
I neocon imperversano, invocando non solo il nulla osta che già impera, ma di fatto pretendendo l’intervento militare a fianco di Israele per colpire la Siria e bombardare l’Iran, come ha fatto ripetutamente Will Kristol del Weekly Standard. Mentre imperversano in tv ‘esperti’ che discettano dell’utilita’ della guerra contro i ‘terroristi’, o una sua espansione, da Beirut si mettono in collegamento cittadini libanesi-americani in fuga, a cui viene insistentemente chiesto: 1) come state, 2) come uscirete e 3) di chi è la colpa? I cittadini rispondono buttandola sul personale, evitando per lo più di criticare Hizbollah; altri criticano Hizbollah ma denunciano la reazione israeliana, che prende di mira l’intera popolazione civile.
Ho avuto modo di assistere ad un battibecco tra anchorman comodamente seduto in studio e una concittadina sotto le bombe, la quale era assai dura con Israele, con il via libera dato da Bush a Olmert, e che comunicava con la sua voce l'angoscia per un intero paese messo a ferro e fuoco, chiedendo al suo paese di intervenire per il cessate il fuoco.
 
Ma la campagna di propaganda in Occidente si muove esplicitamente contro il cessate il fuoco! Contro l’assistenza ai civili. Al contrario la propaganda è scattata su simili parole d'ordine. Condi Rice dice che non ci sono ancora le condizioni per un cessate il fuoco. Newt Gingrich, ex-presidente della Camera e l'Ambasciatore Israeliano all'ONU Dan Gillerman ci dicono che siamo nella Terza Guerra Mondiale (e non intendono porle fine, ma reclutarci per combatterla ed espanderne i fronti). Queste sono posizioni che intendono spargere altro sangue. Nella stessa settimana il Pentagono ha notificato al Congresso che intende vendere ad Israele carburante per i jet militari, per un valore di 210 milioni di dollari, con l'obiettivo di "mantenere la pace e la sicurezza nella regione."
 
Che credano o meno alle proprie interpretazioni, è chiaro che si sta cercando di recuperare quello che si era appannato con il fallimento dell'invasione dell'Iraq: una coidentificazione degli obiettivi israeliani, con quelli americani, con quelli della grande famiglia occidentale. Condi Rice è esplicita, e così altre teste parlanti più o meno legate all’Amministrazione: gli Usa vogliono lasciar fare, credendo di potersi liberare di Hizbollah, dopo aver cacciato la Siria dal Libano, e sfasciato l'Iraq. Della Palestina non rimane nulla, se non un ghetto bombardato e affamato collettivamente dall'Occidente (prima ancora che si uccida con le bombe, si uccide con la fame, si analfebetizza chiudendo le scuole, si avvelena facendo saltare la rete fognaria e l'acqua potabile).
 
Come sempre, in questi frangenti, si tratta di difendere l'indifendibile. L'attacco di frontiera e la cattura di due soldati israeliani da parte di Hizbollah, con l'esplicito obiettivo di scambiare prigionieri, e' stata una provocazione. Dinanzi a questa provocazione ci viene intimato che sia logico e salutare passare alla demolizione di un'intera società. La stampa televisiva americana punta il dito alla Siria ed all'Iran; paesi su cui del resto continua un pressing che continua a minacciare bombardamenti da almeno due anni a questa parte. In questo senso l'escalation è utile a chi vuole procedere con l'opzione militare contro Teheran.
 
Sui blog progressisti, sulla rivista di centro-sinistra The Nation, che gira sempre più alla larga dall’establishment del Partito Democratico, sui siti della civil society progressista, come è visibile su Common Dreams, il tono è assai più guardingo e critico nei confronti dell'Amministrazione Bush e dei “likudnik” che inneggiano a Israele da dentro al partito democratico a quello repubblicano. Tra gli ebrei americani continua lo scisma che divide i pro-israeliani (senza se ne ma) e coloro che difendono una visione anti-imperialista, legata a concenzioni umanitarie, della politica estera americana e israeliana (vedi Jewish Voice for Peace). Secondo queste fonti, è chiaro che siamo di fronte ad una operazione legata sia alla sfida per il controllo della regione da parte degli Usa, nonché al conflitto con i palestinesi, e vi è rabbia e perplessità che la perdita di vite civili da ambo le parti, nonché l'ulteriore destabilizzazione non sia considerata un problema da Washington.
 
Tali voci americane puntano inoltre alla profonda incongruenza tra il sostegno alla Rivoluzione dei Cedri e la demolizione delle infrastrutture e dell'economia libanese: se queste azioni intendono rafforzare gli incentivi a liberarsi o normalizzare Hizbollah entro un più forte stato centrale, ne sottraggono anche i mezzi. Come potrà il già debole stato centrale crescere di statura dopo un simile trattamento? Si ripete il gioco mosso contro l'Anp negli ultimi anni: con la distruzione dell'"infrastruttura del terrore" si demoliscono anche i meccanismi e gli strumenti di governance e sviluppo economico.
 
L'effetto di un bombardamento israeliano nel LibanoCom'è ovvio, è difficile dare leggi alla guerra. Eppure, in reazione alla Seconda Guerra mondiale gli stati occidentali si sono dati precise regole, che stiamo violando. Tali regole sono state date perché la Seconda guerra mondiale si è svolta principalmente sulla pelle dei civili, e tramite tecniche, iniziate dai nazisti ed i fascisti, ma non a loro ristrette, che hanno utilizzato la punizione collettiva, e la violenza contro intere popolazioni.
 
Vorrei ricordare a tutti di leggere la Quarta Convenzione di Ginevra, che regola la condotta della guerra e delle occupazioni nei confronti di popolazioni civili:
 
“Articolo 33
Nessuna persona protetta può essere punita per un'infrazione che non ha commesso personalmente. Le pene collettive, come pure qualsiasi misura d'intimazione o di terrorismo, sono vietate E’ proibito il saccheggio. Sono proibite le misure di rappresaglia nei confronti delle persone protette e dei loro beni”.
Dopo le sistematiche violazioni da parte di Bush e i nostri governi, colludenti nel sequestro di persona e tortura, nonché nel rifiuto delle Convenzioni di Ginevra applicate ai combattenti ed i prigionieri di guerra; l'adesione alle modalità di risposta israeliana alle crisi che attanagliano il Medio Oriente è una adesione che intenzionalmente sovverte la legge internazionale, e il diritto umanitario. Contro il cessate il fuoco si sono schierati apertamente gli anglo-americani, ma anche la Germania, il Canada (ormai irriconoscibile potenza neocon); paesi come la Francia e l’Italia si sono posizionati più criticamente, ma del resto sono anni che tutto l’Occidente ha avallato la dissoluzione degli accordi di Oslo e poi assecondato il Piano Sharon per l’isolamento di Arafat, ed infine per il ‘ritiro unilaterale’ da Gaza, nonche’ la campagna di affamare il popolo palestinese come punizione per l’elezione di Hamas.
Vale la pena chiedersi, a che punto siamo disposti a fermarci? Esiste un limite alla collusione delle nostre società con le guerre mediorientali? Rammaricarsi per poi allinearsi non serve a nulla.  Nel film basato sul libro di Lemony Snicket, "A Series of Unfortunate Events", ai bambini che hanno perso i genitori in un fuoco doloso, viene detto che nel mondo ci sono due tipi di persone: "coloro che appiccano i fuochi, e coloro che i fuochi cercano di estinguerli."  E' chiaro che buona parte della grancassa mass-mediatica americana e buona parte dell’establishment politico fa parte della coalizione appicca-fuochi; coalizione ben nutrita anche in Italia e nel resto del mondo. Ma se vogliamo salvare altre vite israeliane, libanesi, palestinesi (ed in futuro italiane), se vogliamo spegnere l'incendio, è ora di mettere fine a certe ambiguità lessicali e politiche; a certi argomenti che chiedono il rispetto del diritto internazionale per alcuni e non per altri, a certe prassi che generano i semi di futura e presente violenza. 
Categoria: Guerra, Media
Luogo: Stati Uniti