26/07/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



La polizia irachena allo sbando: infiltrata, divisa e minacciata
Solo 9 dollari statunitensi, poco più di 7 euro. Tanto costa, al mercato all’aperto della piazza Tahrir di Baghdad, un’uniforme completa da poliziotto iracheno. Non una versione molto simile, come quella che si può acquistare anche in Italia per esempio, ma proprio una vera divisa, con tanto di mostrine e radiotrasmittente d’ordinanza.
 
un agente di polizia iracheno sul luogo di un attentatoIl mestiere delle armi. Poco dopo la caduta del regime di Saddam, ad aprile 2003, alla popolazione irachena si presentavano poche opportunità di lavoro. Gli uomini, e anche i ragazzi, potevano lavorare come civili con le truppe della Coalizione, oppure offrirsi come interpreti e autisti per i giornalisti e i cooperanti stranieri, oppure arruolarsi nella nuova polizia  o nel nuovo esercito iracheno. Mentre la guerra diventava sempre più brutale, di cooperanti e di giornalisti se ne vedevano sempre meno. La Coalizione si fidava solo di pochi iracheni e allora la polizia e l’esercito restavano più o meno l’unica forma di sopravvivenza per tutti coloro che non volevano entrare nella resistenza armata o vivere di espedienti criminali. In ogni quartiere di ogni città si aprivano uffici per il reclutamento: il lavoro era immane, visto che i vertici della Coalizione avevano deciso di azzerare le forze armate irachene ritenendole troppo filo-saddamite. Quelle file di disoccupati, considerati come collaborazionisti dai miliziani in conflitto con le truppe straniere, sono diventate uno dei bersagli preferiti degli attentati. Sono migliaia le autobombe o i kamikaze che sono esplosi massacrando persone in attesa di un posto di lavoro.
Adesso, dopo che le perdite della Coalizione hanno superato la cifra di guardia per le opinioni pubbliche occidentali (fino al 25 luglio sono 2792 i militari del contingente internazionale che hanno perso la vita in Iraq in 3 anni), i soldati stranieri vivono blindati in zone sicure e il lavoro ‘sporco’ in mezzo alla strada, posti di blocco e perquisizioni per intenderci, è totalmente affidato alle reclute della polizia irachena. Nella quale, come dimostra il mercato della piazza Tahrir di Baghdad, è molto facile infiltrarsi.
 
due agenti di polizia ispezionano un'auto distrutta a baghdadUna crisi sempre più intensa. Il generale Mohammed Abdel Aziz, capo delle operazioni del ministero della Difesa iracheno, ha annunciato, un mese fa, che questo fenomeno verrà combattuto e le forze dell’ordine avranno nuove uniformi, ma il problema della totale inaffidabilità della polizia in Iraq, tra l’altro spaccate al loro interno tra sunniti e sciiti, che non riescono a restare neutrali di fronte ai massacri interconfessionali, non sarà risolto da un cambio di look. La compravendita di divise ufficiali della polizia è la punta dell’iceberg del totale fallimento della strategia del passaggio di consegne tra i militari della Coalizione e gli iracheni. Oggi, dopo tre anni di guerra, l’unica provincia irachena nella quale è stata effettuata la staffetta è quella di Muthanna. Non proprio una della zone chiave del paese.
Difficile, per altro, pensare di lasciare il comando delle azioni a una polizia divisa e sotto attacco, a corto di equipaggiamento e di addestramento, in un paese dove, per stessa ammissione del premier al-Maliki, sono morti 5818 civili e altri 5762 civili sono rimasti feriti nei mesi di maggio e giugno 2006. Un massacro che, dall’inizio della guerra, non ha precedenti. La situazione, invece di migliorare, peggiora.Tanto che il premier iracheno, in visita negli Stati Uniti, ha chiesto all'amministrazione Bush di aumentare il contingente nel suo paese.
L’inefficienza della polizia irachena non è certo da attribuire solo agli agenti. Un elemento che chiarisce quanto sia dura la vita dei poliziotti iracheni è quello dello stipendio: un agente guadagna al mese poco meno di 200 dollari statunitensi. Una miseria, soprattutto per chi ogni giorno è bersaglio di attacchi. E quando un poliziotto non perde la vita in azione è vittima di agguati nel quartiere dove abita oppure è la sua famiglia a pagare l’odio dei combattenti che li reputano né più né meno che strumenti nelle mani degli occupanti.  

Christian Elia

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