Solo 9 dollari statunitensi, poco più di 7 euro. Tanto
costa, al mercato all’aperto della piazza Tahrir di Baghdad, un’uniforme
completa da poliziotto iracheno. Non una versione molto simile, come quella che
si può acquistare anche in Italia per esempio, ma proprio una vera divisa, con
tanto di mostrine e radiotrasmittente d’ordinanza.
Il mestiere delle armi. Poco dopo la caduta del
regime di Saddam, ad aprile 2003, alla popolazione irachena si presentavano
poche opportunità di lavoro. Gli uomini, e anche i ragazzi, potevano lavorare
come civili con le truppe della Coalizione, oppure offrirsi come interpreti e
autisti per i giornalisti e i cooperanti stranieri, oppure arruolarsi nella
nuova polizia o nel nuovo esercito
iracheno. Mentre la guerra diventava sempre più brutale, di cooperanti e di
giornalisti se ne vedevano sempre meno. La Coalizione si fidava solo di pochi
iracheni e allora la polizia e l’esercito restavano più o meno l’unica forma di
sopravvivenza per tutti coloro che non volevano entrare nella resistenza armata
o vivere di espedienti criminali. In ogni quartiere di ogni città si aprivano
uffici per il reclutamento: il
lavoro era immane, visto che i vertici della Coalizione avevano deciso di
azzerare le forze armate irachene ritenendole troppo filo-saddamite. Quelle
file di disoccupati, considerati come collaborazionisti dai miliziani in
conflitto con le truppe straniere, sono diventate uno dei bersagli preferiti degli
attentati. Sono migliaia le autobombe o i kamikaze che sono esplosi massacrando
persone in attesa di un posto di lavoro.
Adesso, dopo che le perdite della Coalizione hanno superato
la cifra di guardia per le opinioni pubbliche occidentali (fino al 25 luglio
sono 2792 i militari del contingente internazionale che hanno perso la vita in
Iraq in 3 anni), i soldati stranieri vivono blindati in zone sicure e il lavoro
‘sporco’ in mezzo alla strada, posti di blocco e perquisizioni per intenderci,
è
totalmente affidato alle reclute della polizia irachena. Nella quale, come
dimostra il mercato della piazza Tahrir di Baghdad, è molto facile infiltrarsi.
Una crisi sempre più intensa. Il generale Mohammed Abdel Aziz, capo delle
operazioni del ministero della Difesa iracheno, ha annunciato, un mese fa, che
questo fenomeno verrà
combattuto e le forze dell’ordine avranno nuove uniformi, ma il problema della
totale inaffidabilità della polizia in Iraq, tra l’altro spaccate al loro
interno tra sunniti e sciiti, che non riescono a restare neutrali di fronte ai
massacri interconfessionali, non sarà risolto da un cambio di look. La
compravendita di divise ufficiali della polizia è la punta dell’iceberg del
totale fallimento della strategia del passaggio di consegne tra i militari
della Coalizione e gli iracheni. Oggi, dopo tre anni di guerra, l’unica
provincia irachena nella quale è stata effettuata la staffetta è quella di Muthanna.
Non proprio una della
zone chiave del paese.
Difficile, per altro, pensare
di lasciare il comando delle azioni a una polizia divisa e sotto attacco, a
corto di equipaggiamento e di addestramento, in un paese dove, per stessa
ammissione del premier al-Maliki, sono morti 5818 civili e altri 5762 civili
sono rimasti feriti nei mesi di maggio e giugno 2006. Un massacro che,
dall’inizio della guerra, non ha precedenti. La situazione, invece di
migliorare, peggiora.Tanto che il premier iracheno, in visita negli Stati Uniti,
ha chiesto all'amministrazione
Bush di aumentare il contingente nel suo paese.
L’inefficienza della polizia irachena non è certo da attribuire solo agli
agenti. Un elemento che chiarisce quanto sia dura la vita dei poliziotti
iracheni è quello dello stipendio: un agente guadagna al mese poco meno di 200
dollari statunitensi. Una miseria, soprattutto per chi ogni giorno è bersaglio
di attacchi. E quando un poliziotto non perde la vita in azione è vittima di agguati
nel quartiere dove abita
oppure è la sua famiglia a pagare l’odio dei combattenti che li reputano né più
né meno che strumenti nelle mani degli occupanti.