07/12/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Ennesimo attentato in Arabia Saudita. Il regime dei Saud sempre più in difficoltà
consolato usa a geddaTutto è cominciato all'improvviso, alle 10 del mattino ora locale. Davanti al consolato degli Stati Uniti a Gedda, città industriale dell'Arabia Saudita sul Mar Rosso seconda per importanza economica nel Paese solo alla capitale Riyadh, protetto da enormi blocchi di cemento armato e dai blindati della polizia saudita, è scoppiata la battaglia.
Un commando di 5 uomini ha attaccato la sede del consolato cominciando a sparare sui poliziotti di guardia all'ingresso. Quattro agenti sono rimasti uccisi e gli assalitori sono riusciti a fare irruzione nell'edificio, ma i corpi speciali hanno reagito subito, uccidendo tre terroristi e arrestandone altri due. Cinque morti e due feriti tra gli impiegati del consolato, tutti di nazionalità saudita.
 
Assedio. L'attacco, considerata anche la pronta reazione dell'antiterrorismo saudita, era nell'aria da tempo. Le autorità dell'Arabia Saudita vivono in una sorta di mobilitazione permanente che, in altri paesi, sarebbe definita uno stato d'assedio. Sono ormai 180 le vittime di un conflitto non dichiarato, ma non per questo meno violento, dall'attacco che uccise 35 persone a Riyadh il 12 maggio del 2003. Da quel giorno uno stillicidio continuo di attentati riusciti o sventati e di scontri a fuoco tra poliziotti sauditi e terroristi.
L'obiettivo è sempre quello: i lavoratori stranieri che vivono in Arabia Saudita o strutture che sono connesse agli interessi occidentali nel Paese. La pressione sulle autorità aumenta sempre più e, se si escludono misure repressive, pochi risultati sono stati raggiunti. Per il timore di una fuga degli investitori stranieri, a Riyadh scelgono un profilo basso e tranquillizzante, limitandosi a comunicati sempre stringati che riportano gli attacchi dei terroristi, ma che non danno mai un quadro generale della situazione.
 
L'amnistia. L'unico cedimento della facciata governativa, che insiste sulla versione delle poche cellule impazzite e senza collegamenti, lo si è registrato a giugno del 2004. “Tutti i terroristi che si sono messi sulla strada sbagliata e che non sono ancora stati arrestati hanno l'opportunità di ritornare a Dio e di mettersi alla ricerca della propria anima”, dichiarava il principe ereditario Abdallah (che amministra il regno in assenza del malato re Fahd) alla televisione di Stato.
Il momento sembrava propizio per trattare con gli esponenti del wahabismo, corrente islamica fondamentalista maggioritaria in Arabia Saudita, che puntano a rovesciare la monarchia dei Saud, ritenuta corrotta e ammanicata con i governi occidentali. Pochi giorni prima, esattamente il 19 giugno del 2004, era stato ucciso a Riyahd in uno scontro a fuoco con la polizia saudita Abdelaziz al-Muqrin, il capo riconosciuto di al-Qaeda in Arabia Saudita. La televisione di stato saudita manda in onda ossessivamente la foto del terrorista morto, come monito ai suoi fedelissimi.
il cadavere di al-muqrin mostrato in televisione“La religione è stata diffusa da nessun altro che il profeta Mohammed. Per questo tutti quelli che ci chiedono di rinunciare ai nostri principi devono sapere che dovranno far uscire il profeta dalla tomba per dirci di non cacciare gli infedeli dalla penisola arabica”. Questo il messaggio poco conciliante di Saleh al-Aufi, l'uomo che ha preso il posto di al-Muqrin, che respingeva al mittente la proposta di amnistia. Il messaggio è chiaro: la lotta armata non avrà fine fino a quando tutti i militari e i lavoratori stranieri non avranno abbandonato la terra più sacra per l'Islam, il Paese che ospita Mecca e Medina.
 
L'arruolamento. Quello che sembra uno scontro tra governo e terroristi ha radici molto profonde nella società saudita. Il potere della famiglia Saud, che governa l'Arabia Saudita fin dalla nascita del Paese, si è sempre basato sul rapporto con la religione e, in modo particolare, con il wahabismo.
La casa regnante ha sempre giocato un doppio ruolo: da una parte finanziava le correnti più integraliste dell'islamismo per tenerle buone, dall'altra si sentiva rassicurata dal rapporto privilegiato con gli Usa sancito già nel 1945 quando l'allora presidente F.D.Roosvelt, di ritorno dalla conferenza di Yalta, si fermò a Riyadh per sancire una collaborazione con Abdalaziz ibn Saud, il fondatore dell'Arabia Saudita.
L'accordo era chiaro: protezione militare statunitense alla monarchia dei Saud da mire esterne e rifornimento petrolifero garantito per gli Stati Uniti. Forte di questo accordo e attraverso milioni di dollari di finanziamenti, la famiglia Saud ha ritenuto di poter tenere a bada le derive fondamentaliste di un Paese che ha nel wahabismo la confessione più diffusa.
 
Prospettive. Oggi l'Arabia Saudita si trova sola a combattere un terrorismo che prende sempre più la forma di una guerra civile. Venuta meno l'alleanza con gli Stati Uniti, per la monarchia a Riyadh è sempre più difficile controllare le sterminate diramazioni delle scuole coraniche di stampo fondamentalista in tutto il Paese.
Un aiuto potrebbe venire dalla società civile, ma la casa regnante si è alienata qualunque forma di appoggio popolare. Gli enormi proventi della vendita del petrolio sono sempre stati appannaggio della famiglia reale e del ristretto nucleo di personaggi vicini alla corte. Questo ha creato nal Paese un forte senso di rancore verso i Saud e, al contrario, rende sempre più appetibili gli appelli al rovesciamento di un regime immorale e blasfemo che vengono dai minareti fondamentalisti.
video promozionale di al-qaeda che circola in arabia sauditaUna popolazione povera e senza lavoro che ha visto per 50 anni pochi privilegiati arricchirsi a dismisura, cede facilmente al richiamo di una lotta che, al di là delle implicazioni religiose, diventa una lotta per l'emancipazione sociale. Le immense ricchezze di uno dei paesi più ricchi di petrolio del mondo non hanno portato alcun vantaggio economico ai sauditi che anzi vivono in uno dei paesi più conservatori del mondo dove la monarchia regna con il pugno di ferro e dove mancano anche le libertà fondamentali.
Un tempo era più facile tenere la popolazione a bada, ma oggi tanti hanno accesso a Internet e a tutta una serie d'informazioni che spingono i giovani sauditi, che rappresentano la maggioranza della popolazione, a volere di più. Alcuni di loro hanno scelto la via del riformismo moderato, ma tanti altri hanno preferito la facile risposta offerta loro dagli integralisti. Gli unici che, attraverso le fondazioni benefiche di stampo religioso, siano riusciti a dare alla povera gente un aiuto pratico sono i fondamentalisti, che sucessivamente trovano con facilità la chiave per convincere i giovani ad arruolarsi per la guerra santa.
In modo particolare quando da colpire sono i simboli di quell'Occidente che viene percepito come il principale responsabile della povertà di una popolazione che si sente depredata dalla famiglia Saud e dai suoi alleati che fanno i loro affari sulla pelle dei sauditi. A pagare sono spesso, come nel caso del cuoco italiano Antonio Amato, morto nell'attacco terroristico a Khobar del 30 marzo 2004, lavoratori stranieri che con gli accordi politico-economici hanno poco a che fare.

Christian Elia

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