Ennesimo attentato in Arabia Saudita. Il regime dei Saud sempre più in difficoltà

Tutto è cominciato all'improvviso, alle 10 del mattino ora locale. Davanti al
consolato degli Stati Uniti a Gedda, città industriale dell'Arabia Saudita sul
Mar Rosso seconda per importanza economica nel Paese solo alla capitale Riyadh,
protetto da enormi blocchi di cemento armato e dai blindati della polizia saudita,
è scoppiata la battaglia.
Un commando di 5 uomini ha attaccato la sede del consolato cominciando a sparare
sui poliziotti di guardia all'ingresso. Quattro agenti sono rimasti uccisi e gli
assalitori sono riusciti a fare irruzione nell'edificio, ma i corpi speciali hanno
reagito subito, uccidendo tre terroristi e arrestandone altri due. Cinque morti
e due feriti tra gli impiegati del consolato, tutti di nazionalità saudita.
Assedio. L'attacco, considerata anche la pronta reazione dell'antiterrorismo saudita,
era nell'aria da tempo. Le autorità dell'Arabia Saudita vivono in una sorta di
mobilitazione permanente che, in altri paesi, sarebbe definita uno stato d'assedio.
Sono ormai 180 le vittime di un conflitto non dichiarato, ma non per questo meno
violento, dall'attacco che uccise 35 persone a Riyadh il 12 maggio del 2003. Da
quel giorno uno stillicidio continuo di attentati riusciti o sventati e di scontri
a fuoco tra poliziotti sauditi e terroristi.
L'obiettivo è sempre quello: i lavoratori stranieri che vivono in Arabia Saudita
o strutture che sono connesse agli interessi occidentali nel Paese. La pressione
sulle autorità aumenta sempre più e, se si escludono misure repressive, pochi
risultati sono stati raggiunti. Per il timore di una fuga degli investitori stranieri,
a Riyadh scelgono un profilo basso e tranquillizzante, limitandosi a comunicati
sempre stringati che riportano gli attacchi dei terroristi, ma che non danno mai
un quadro generale della situazione.
L'amnistia. L'unico cedimento della facciata governativa, che insiste sulla versione delle
poche cellule impazzite e senza collegamenti, lo si è registrato a giugno del
2004. “Tutti i terroristi che si sono messi sulla strada sbagliata e che non sono
ancora stati arrestati hanno l'opportunità di ritornare a Dio e di mettersi alla
ricerca della propria anima”, dichiarava il principe ereditario Abdallah (che
amministra il regno in assenza del malato re Fahd) alla televisione di Stato.
Il momento sembrava propizio per trattare con gli esponenti del wahabismo, corrente islamica fondamentalista maggioritaria in Arabia Saudita, che puntano
a rovesciare la monarchia dei Saud, ritenuta corrotta e ammanicata con i governi
occidentali. Pochi giorni prima, esattamente il 19 giugno del 2004, era stato
ucciso a Riyahd in uno scontro a fuoco con la polizia saudita Abdelaziz al-Muqrin,
il capo riconosciuto di al-Qaeda in Arabia Saudita. La televisione di stato saudita
manda in onda ossessivamente la foto del terrorista morto, come monito ai suoi
fedelissimi.

“La religione è stata diffusa da nessun altro che il profeta Mohammed. Per questo
tutti quelli che ci chiedono di rinunciare ai nostri principi devono sapere che
dovranno far uscire il profeta dalla tomba per dirci di non cacciare gli infedeli
dalla penisola arabica”. Questo il messaggio poco conciliante di Saleh al-Aufi,
l'uomo che ha preso il posto di al-Muqrin, che respingeva al mittente la proposta
di amnistia. Il messaggio è chiaro: la lotta armata non avrà fine fino a quando
tutti i militari e i lavoratori stranieri non avranno abbandonato la terra più
sacra per l'Islam, il Paese che ospita Mecca e Medina.
L'arruolamento. Quello che sembra uno scontro tra governo e terroristi ha radici molto profonde
nella società saudita. Il potere della famiglia Saud, che governa l'Arabia Saudita
fin dalla nascita del Paese, si è sempre basato sul rapporto con la religione
e, in modo particolare, con il wahabismo.
La casa regnante ha sempre giocato un doppio ruolo: da una parte finanziava le
correnti più integraliste dell'islamismo per tenerle buone, dall'altra si sentiva
rassicurata dal rapporto privilegiato con gli Usa sancito già nel 1945 quando
l'allora presidente F.D.Roosvelt, di ritorno dalla conferenza di Yalta, si fermò
a Riyadh per sancire una collaborazione con Abdalaziz ibn Saud, il fondatore dell'Arabia
Saudita.
L'accordo era chiaro: protezione militare statunitense alla monarchia dei Saud
da mire esterne e rifornimento petrolifero garantito per gli Stati Uniti. Forte
di questo accordo e attraverso milioni di dollari di finanziamenti, la famiglia
Saud ha ritenuto di poter tenere a bada le derive fondamentaliste di un Paese
che ha nel wahabismo la confessione più diffusa.
Prospettive. Oggi l'Arabia Saudita si trova sola a combattere un terrorismo che prende sempre
più la forma di una guerra civile. Venuta meno l'alleanza con gli Stati Uniti,
per la monarchia a Riyadh è sempre più difficile controllare le sterminate diramazioni
delle scuole coraniche di stampo fondamentalista in tutto il Paese.
Un aiuto potrebbe venire dalla società civile, ma la casa regnante si è alienata
qualunque forma di appoggio popolare. Gli enormi proventi della vendita del petrolio
sono sempre stati appannaggio della famiglia reale e del ristretto nucleo di personaggi
vicini alla corte. Questo ha creato nal Paese un forte senso di rancore verso
i Saud e, al contrario, rende sempre più appetibili gli appelli al rovesciamento
di un regime immorale e blasfemo che vengono dai minareti fondamentalisti.

Una popolazione povera e senza lavoro che ha visto per 50 anni pochi privilegiati
arricchirsi a dismisura, cede facilmente al richiamo di una lotta che, al di là
delle implicazioni religiose, diventa una lotta per l'emancipazione sociale. Le
immense ricchezze di uno dei paesi più ricchi di petrolio del mondo non hanno
portato alcun vantaggio economico ai sauditi che anzi vivono in uno dei paesi
più conservatori del mondo dove la monarchia regna con il pugno di ferro e dove
mancano anche le libertà fondamentali.
Un tempo era più facile tenere la popolazione a bada, ma oggi tanti hanno accesso
a Internet e a tutta una serie d'informazioni che spingono i giovani sauditi,
che rappresentano la maggioranza della popolazione, a volere di più. Alcuni di
loro hanno scelto la via del riformismo moderato, ma tanti altri hanno preferito
la facile risposta offerta loro dagli integralisti. Gli unici che, attraverso
le fondazioni benefiche di stampo religioso, siano riusciti a dare alla povera
gente un aiuto pratico sono i fondamentalisti, che sucessivamente trovano con
facilità la chiave per convincere i giovani ad arruolarsi per la guerra santa.
In modo particolare quando da colpire sono i simboli di quell'Occidente che viene
percepito come il principale responsabile della povertà di una popolazione che
si sente depredata dalla famiglia Saud e dai suoi alleati che fanno i loro affari
sulla pelle dei sauditi. A pagare sono spesso, come nel caso del cuoco italiano
Antonio Amato, morto nell'attacco terroristico a Khobar del 30 marzo 2004, lavoratori
stranieri che con gli accordi politico-economici hanno poco a che fare.