Dopo l’est, il nord.
I combattimenti in Sri Lanka sono ripresi anche nella seconda zona a
maggioranza tamil, dove sono attivi i ribelli indipendentisti delle Tigri.
L’esercito del governo cingalese sta avanzando
in questi giorni nella penisola di Giafna, separata dall’India meridionale solo
dal cosiddetto stretto dell’Elefante. Luoghi incantevoli descritti dalla
mitologia di viaggio, ma senza pace da oltre vent’anni.

L’ultima offensiva. Nell’avanzata militare di circa un chilometro
oltre il confine che divide Giafna dal centro del Paese ci sono state molte
vittime: almeno 33 soldati sono morti e 132 sono rimasti feriti, mentre 115
guerriglieri avrebbero perso la vita secondo alcune intercettazioni radio. Gli
ultimi scontri si stanno consumando nell’area di Muhamalai, con scambi di colpi
d’artiglieria da entrambe le parti in conflitto. Il governo, che ha ordinato
quest’ultima, ennesima, offensiva, dice di essere stato costretto a difendersi
in questo modo dagli attacchi ribelli alle sue basi. Le Tigri, d’altra parte,
rispondono che hanno perso solo sei combattenti e accusano ancora una volta
l’esecutivo di aver rotto il cessate il fuoco firmato nel 2002, cancellando i
passi fatti da allora a oggi per riportare la pace.
La ripresa delle ostilità. La
guerra civile, cominciata nel 1983, è
ripresa ad alta intensità a fine luglio, quando l’aviazione cingalese
ha
bombardato una zona vicino a Trincomalee, città portuale dell’est, per
la
contesa di una risorsa d’acqua. I guerriglieri delle Tigri tamil
avevano
bloccato l’accesso al canale di Maalarivu, impedendo a migliaia di
contadini cingalesi di irrigare i propri campi. La questione,
tuttavia, poteva
essere probabilmente risolta senza ricorrere a un’azione aerea così
massiccia
e
a successivi attacchi in zone abitate da civili. A Mutur, all’inizio di
agosto,
scuole, chiese e centri abitati non sono stati risparmiati dai colpi di
artiglieria e di mortaio, causando diverse vittime innocenti. Pare,
inoltre,
che questi attacchi siano stati sferrati soprattutto dall’esercito
governativo.
Nelle settimane successive, i bombardamenti sono continuati nell’est,
ma anche
su Giafna.
Emergenza umanitaria. Al momento migliaia di persone non possono
lasciare Giafna perché tutte le vie d’accesso sono state ostruite. Ironia della
sorte, lo stesso governo ha inviato alcune navi per portare soccorso, mentre le
agenzie umanitarie stanno cercando di evacuare i civili e di far arrivare i
viveri basilari che ormai scarseggiano. Ci saranno, quindi, nuovi sfollati dopo
i 200mila che hanno trovato riparo in campi di tutto il nord-est. Il 7
settembre l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) ha espresso
preoccupazione per coloro che sono tornati a casa nell’area di Muttur. Circa
12mila persone su 40mila, che avevano trascorso un mese in un campo profughi,
sono rientrate nonostante non ci fossero garanzie per la loro sicurezza. Il
portavoce dell’Unhcr, Ron Redmond, ha sottolineato che il ritorno degli
sfollati “è stato attivamente promosso dai leader politici”.