12/09/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



Continua l'avanzata dell'esercito cingalese nel nord dello Sri Lanka
Dopo l’est, il nord. I combattimenti in Sri Lanka sono ripresi anche nella seconda zona a maggioranza tamil, dove sono attivi i ribelli indipendentisti delle Tigri. L’esercito del governo cingalese sta avanzando in questi giorni nella penisola di Giafna, separata dall’India meridionale solo dal cosiddetto stretto dell’Elefante. Luoghi incantevoli descritti dalla mitologia di viaggio, ma senza pace da oltre vent’anni.
  Nave di soccorso
L’ultima offensiva. Nell’avanzata militare di circa un chilometro oltre il confine che divide Giafna dal centro del Paese ci sono state molte vittime: almeno 33 soldati sono morti e 132 sono rimasti feriti, mentre 115 guerriglieri avrebbero perso la vita secondo alcune intercettazioni radio. Gli ultimi scontri si stanno consumando nell’area di Muhamalai, con scambi di colpi d’artiglieria da entrambe le parti in conflitto. Il governo, che ha ordinato quest’ultima, ennesima, offensiva, dice di essere stato costretto a difendersi in questo modo dagli attacchi ribelli alle sue basi. Le Tigri, d’altra parte, rispondono che hanno perso solo sei combattenti e accusano ancora una volta l’esecutivo di aver rotto il cessate il fuoco firmato nel 2002, cancellando i passi fatti da allora a oggi per riportare la pace.
 
Soldato cingaleseLa ripresa delle ostilità. La guerra civile, cominciata nel 1983, è ripresa ad alta intensità a fine luglio, quando l’aviazione cingalese ha bombardato una zona vicino a Trincomalee, città portuale dell’est, per la contesa di una risorsa d’acqua. I guerriglieri delle Tigri tamil avevano bloccato l’accesso al canale di Maalarivu, impedendo a migliaia di contadini  cingalesi di irrigare i propri campi. La questione, tuttavia, poteva essere probabilmente risolta senza ricorrere a un’azione aerea così massiccia e a successivi attacchi in zone abitate da civili. A Mutur, all’inizio di agosto, scuole, chiese e centri abitati non sono stati risparmiati dai colpi di artiglieria e di mortaio, causando diverse vittime innocenti. Pare, inoltre, che questi attacchi siano stati sferrati soprattutto dall’esercito governativo. Nelle settimane successive, i bombardamenti sono continuati nell’est, ma anche su Giafna. 
 
Emergenza umanitaria. Al momento migliaia di persone non possono lasciare Giafna perché tutte le vie d’accesso sono state ostruite. Ironia della sorte, lo stesso governo ha inviato alcune navi per portare soccorso, mentre le agenzie umanitarie stanno cercando di evacuare i civili e di far arrivare i viveri basilari che ormai scarseggiano. Ci saranno, quindi, nuovi sfollati dopo i 200mila che hanno trovato riparo in campi di tutto il nord-est. Il 7 settembre l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) ha espresso preoccupazione per coloro che sono tornati a casa nell’area di Muttur. Circa 12mila persone su 40mila, che avevano trascorso un mese in un campo profughi, sono rientrate nonostante non ci fossero garanzie per la loro sicurezza. Il portavoce dell’Unhcr, Ron Redmond, ha sottolineato che il ritorno degli sfollati “è stato attivamente promosso dai leader politici”.    
 

Francesca Lancini

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