Non
sono state le vacanze estive a impedire a PeaceReporter di
fare un ragionamento sulla missione militare in Libano: è
stata la complessità della vicenda. Una complessità
talmente ricca di contraddizioni che ha impedito a molti di riuscire
a dire, forte e chiaro, il loro “no” a una ennesima chiamata alle
armi.
E persino a salvare dallo sdegno
necessario gli organizzatori di una “marcia della pace” che è
stata a tal punto strumentalizzata da venir trasformata in una marcia
a sostegno di una missione militare.
Le diversità della missione libanese. Quella del Libano è una missione
militare a tutti gli effetti, ma è pur vero che presenta
caratteristiche che la rendono molto diversa da quelle, presenti e
passate, che hanno coinvolto il nostro paese.
Prima di tutto è stata voluta
fortissimamente dall'Onu, a differenza dei macelli iracheno e
afghano. Non è destinata a cominciare con bombardamenti
devastanti, a differenza di quella in Serbia. E' stata accettata
dalle parti in causa. E' una missione che certamente ha spezzato
l'unilateralismo della politica statunitense, e infatti non è
stata ben digerita dagli Usa che han fatto buon viso a cattivo gioco.
In queste e altre particolarità sta la differenza che ha fatto
“ben vedere” un nuovo invio di militari all'estero. Tanto ben
vedere che non hanno sentito nemmeno bisogno di chiamarla “missione
di pace”.
Militari ben accetti. Ma la più importante differenza
è un'altra: i soldati italiani (e francesi, e cinesi e
russi...) sono stati bene accolti in terra libanese, dalla
popolazione di quel paese. Blair, primo ministro britannico, ha avuto
bisogno di scorte imponenti per riuscire a mostrarsi al paese dei
cedri. D'Alema invece no. Il primo è visto anche lì
come braccio poco pensante di Washington, il secondo (e le sue
truppe) invece è stato accolto come un salvatore. Almeno fino
a che non si provi a fare sul serio, perché qualsiasi libanese
che sia di Hezbollah o meno, apprezza il ruolo che quelle milizie
hanno avuto in questa storia.
Raccontare la guerra. A questo si aggiunga il tipo di
comunicazione che è stata fatta su quel conflitto, almeno fino
a un certo punto. Come è giusto, ma come non viene mai fatto,
sono stati mostrati dalle televisioni di tutto il mondo gli effetti
non collaterali della guerra: la distruzione, i morti, le vite
spezzate, sempre civili. Solo civili, giacché su un fronte
come sull'altro le vittime militari (peraltro non meno vittime) sono
i veri effetti collaterali. Per questo gli editoriali dei
commentatori, e non solo di quelli da sempre favorevoli ai conflitti
e alle soluzioni militari, erano così sdegnati: “Ecco,
vedete, usano le morti dei bambini per attaccare l'occidente”.
Addirittura, le autorità israeliane hanno protestato contro i
giornalisti che facevano il loro mestiere.
Poi però gli spazi di
informazione si sono rapidamente chiusi. E di quello che è
successo nel Libano meridionale, delle azioni criminali di un
esercito che ha raso al suolo città e villaggi e li ha
riempiti di bombe a grappolo, e che secondo tantissime testimonianze
mediche avrebbe sperimentato nuove armi contro i civili, non si è
più detto nulla. Le facce, i nomi, la carne maciullata...
tutto è scomparso dai media, che sono tornati rapidamente a
trattare di quel conflitto come fosse altro, come fosse “sterile”.
Perché no a questa missione. Per tutte queste ragioni, e forse anche
per altre, è difficile riuscire a dire “no” a questa
missione, a questa missione di pace che potrebbe trasformarsi
in una guerra terribile.
Ma se pur difficile non è meno
necessario di sempre. Anzi semmai lo è di più.
Pensiamo che la scelta militare o è
sempre sbagliata, oppure va bene sempre.
Ed è sbagliata per molte
ragioni, sempre e dunque anche adesso, in Libano.
Diritto alla vita e legittimità della scelta armata. Per
una questione che non è solo etica, o morale ma dannatamente
concreta: decidere per una spedizione militare, per quanto (forse)
formalmente legittima, significa essere disposti a sacrificare
vite umane, e la vita è un diritto inalienabile sempre e
comunque. Anche in Cina, in Iran, negli Usa quando si decide di
uccidere un uomo perché colpevole di un reato si prende una
decisione legittima. Legittima, ma
sbagliata. Perché la pena di morte è sempre sbagliata.
Il fatto che una cosa sia formalmente legittima non significa
affatto che sia sostanzialmente giusta.
Economia di guerra, economia di pace. La
spedizione militare italiana in Libano costerà non si sa
quanto (sulle spese militari ci si ispira sempre e comunque
all'azzeccagarbugli del Manzoni) ma certamente non meno di 280-300
milioni di euro all'anno. Orbene, siamo sicuri che con questi
quattrini investiti in altra e più pacifica e civile maniera
si possano ottenere in quella regione risultati migliori e certamente
più duraturi.
Nemmeno la missione militare in Libano
del 1982 riuscì a stabilizzare l'area. Si ottenne una pausa
durata qualche mese.
Se i soldi investiti in spese militari
fossero impiegati nella costruzione di strutture civili, i problemi
si risolverebbero, invece così si rinviano se va bene.
La politica è l'unica scelta. Al
conflitto, in Libano, non ci si sarebbe nemmeno dovuti arrivare.
Perché Hezbollah, per quanto provino a dipingerlo come un
gruppo di pazzi fanatici, è una struttura politica,
organizzata, stabile, e peraltro ha una rappresentanza importante nel
governo libanese. Con la quale, e anche il cessate il fuoco giunto
prima dell'arrivo dell'Onu lo sta a dimostrare, si può (e
dunque si deve) trattare. E certamente non si può reagire ad
un attentato o ad un rapimento provocando migliaia di morti. E
questo dovrebbe essere, se han ragione coloro che predicano la
“superiorità occidentale”, la “superiorità
democratica”, davvero il minimo.
La questione palestinese. Alla missione militare in libano non ci si doveva arrivare perché
con gli strumenti della politica e della discussione si doveva, e si
deve, affrontare la questione palestinese. La vicenda di Hamas sta lì
a dirci che quella è l'unica via praticabile. Nonostante la
rappresentazione che di Hamas ci danno (e che Hamas stessa si dà),
è stata proprio la sua vittoria elettorale a trasformare un
gruppo armato e militare (che come tutti i gruppi armati e militari
utilizza lo strumento del terrore) in un partito politico che come
tale agisce.
E questo sortilegio è accaduto
nonostante gli sforzi di gran parte del mondo occidentale che lo
voleva impedire. Si sono giudicate le elezioni palestinesi
inaccettabili (mentre invece quelle irachena e afgane sono state
mostrate come il successo di quelle imprese). Si tollera la
cattura di ministri e parlamentari di un governo legittimo da parte
di un paese straniero. E nonostante l'embargo economico e tutte le
altre questioni che affliggono il popolo palestinese, Hamas governa e
non spara quasi più: si è creata una frattura
importante in quel movimento tra chi ha scelto la politica e chi
continua disperatamente a voler scegliere la guerra.
E' vero che non esiste una coscienza al
mondo che possa rimanere indifferente alla distruzione e alla morte,
in Kosovo come in Libano, quando la morte e la distruzione ce le
fanno vedere. Ma è più utile bombardare o risolvere i
problemi?
L'inganno delle scelte. Saddam era un boia, ma chi lo ha
armato? Milosevic era un assassino, ma l'affare Telekom Serbia, per
quanto “pulito”, è servito a rafforzarlo.
Del resto, la questione cinese sta lì
a dirci che non è per questioni “umanitarie” etiche o
morali che si compiono le grandi scelte di politica estera. Tutti
sanno di quanto laggiù siano calpestati (e con spregio anche)
i diritti umani. Eppure, sulle colonne dei nostri giornali, ci si
rallegra del fatto che finalmente abbiamo una politica commerciale
che apre a quel paese permettendoci di fare affari e di diventar più
ricchi. Con buona pace dei diritti e della democrazia che vanno
difesi in Afghanistan e in Iraq e in Libano, ma non in Cina. Perché?
Perché con la Cina si diventa ricchi. Ma solo trattando,
perché la via militare lì è davvero preclusa, e
dunque non la si sceglie.
La guerra è sempre sbagliata.
Perché la guerra è assenza di politica, comincia dove
la politica finisce. E gli umani, hanno il dovere (non solo morale,
ma biologico) di non far cessare mai l'uso della politica, perché
è quella che garantisce la sopravvivenza della specie.
Quando
si sceglie la via militare, oggi più che mai visti gli
strumenti di distruzione che abbiamo a disposizione, si sceglie di
estinguere la specie umana.