30/10/2006versione stampabilestampainvia paginainvia



La Nato in difficoltà di fronte a una resistenza armata sempre più estesa e popolare
“Ci vuole pazienza e perseveranza: questa non è una guerra che si vince in un anno, né in due. Ci vorrà una decina d’anni per avere il pieno controllo dell’Afghanistan”. Parola del generale Karl Eikenberry, comandante delle forze Usa in Afghanistan. Uno tra i più ottimisti.
Molti altri ufficiali Nato ritengono infatti che i tempi per “prevalere” in Afghanistan saranno ben più lunghi. Il brigadiere Ed Butler, per esempio, comandante delle truppe britanniche nella provincia di Helmand, pochi giorni fa ha parlato di “almeno altri vent'anni” e ha ammesso che, nella regione, i suoi uomini sono stati “praticamente sconfitti”. Infatti, il 17 ottobre – dopo mesi di combattimenti – i britannici sono stati costretti a ritirarsi dalla roccaforte talebana di Musa Qala, in Helmand.
 
Truppe Nato nel sud AfghanistanCoalizione in ritirata. Le dichiarazioni dei generali alleati tradiscono il momento di grave difficoltà che le forze d’occupazione stanno attraversando.
Sul terreno, le truppe Usa e Nato non riescono più a tener testa ai sempre più numerosi e agguerriti guerriglieri talebani. Tanto che si parla di un piano di ritiro graduale delle forze della Coalizione da tutti i dodici distretti frontalieri che sono sotto il controllo dei talebani: da quelli del deserto del Registan, a sud di Kandahar, a quelli delle montagne del Nuristan, a est di Kabul. Un piano che ricalca il “modello Musa Qala”, ovvero un patto di reciproca non-aggressione, raggiunto con la mediazione delle autorità tribali locali, che prevede che i talebani, in cambio del ritiro delle truppe straniere, non attacchino più le basi della Coalizione nella zona.
Il 21 ottobre le forze Usa hanno iniziato a ritirarsi dal distretto di Ali-Sher, nella provincia di Khost.
 
Carro Leopard arriva a KandaharCarri armati e bombardieri. Altrove, dove gli accordi non sono possibili, la Nato sta mettendo in campo una forza di fuoco sempre maggiore per far fronte a un nemico che nessuno ormai sottovaluta più. All’aeroporto militare di Kandahar continuano ad atterrare aerei carichi di carri armati canadesi Leopard da impiegare sul fronte di Panjwayi e Zhari. I bombardieri strategici B-1, i caccia-bombardieri F-18 e Harrier e gli aerei anticarro A-10 hanno intensificato i raid aerei sui villaggi del sud e dell’est, provocando un crescente numero di vittime civili. L’ultima strage, almeno 60 morti martedì scorso, ha suscitato lo sdegno e la condanna dell’Onu e dello stesso governo di Kabul, sempre più insofferente verso il disprezzo dei comandi Nato verso la popolazione civile afgana.
Nuove vittime civili si temono anche nei raid aerei Nato di sabato nella provincia di Uruzgan, dove i comandi Isaf parlano per ora di 70 combattenti talebani uccisi.
 
TalebaniSembra la guerra anti-sovietica. Una popolazione che – come osserva la Jamestown Foundation (JF), agenzia di stampa di riferimento dei “neocon” di Bush – si sta progressivamente schierando dalla parte dei talebani, dando alla loro resistenza armata un carattere “afgano-centrico” che – osserva la JF – “la rende sempre più simile all’insurrezione anti-sovietica degli anni ’80, composta in gran parte da forze afgane”.
Forze diverse che stanno costituendo un fronte comune sempre più ampio, formato per ora dai talebani del mullah Omar e del suo vice, il mullah Dadullah (attivi nel sud), dal Partito dell’Islam di Gulbuddin Hekmatyar e dal Partito Islamico di Yunus Khalis e Jalaluddin Haqqani (attivi nell’est). Ma pare siano in corso trattative con i comandanti dell’ex Alleanza del Nord che controllano il nord dell’Afghanistan – finora per conto del governo Karzai – ma che mostrano segni di crescente insofferenza verso gli occupanti stranieri. Soprattutto i tagichi del defunto comandante Ahmad Shah Massud, che – scrive JF – “si stanno rendendo conto di aver combattuto per dieci anni gli occupanti russi solo per poi ritrovarsi occupati dagli americani”.
 
Vittime dei bombardamentiVogliono sicurezza, non democrazia. L’analisi della Jamestown Foundation sottolinea anche un’altra inquietante analogia: quella con la situazione di anarchia e insicurezza generalizzata che, a metà degli anni ’90, facilitò l’affermazione dei talebani.
“Il miglior alleato dei talebani è il fallimento del governo Karzai e dei suoi alleati occidentali nel garantire legge e ordine nel Paese. L’afgano medio infatti, più che alle elezioni e ai parlamenti, è interessato alla sicurezza e al bene della sua famiglia e delle sue proprietà. Cinque anni di occupazione militare occidentale non hanno portato né più sicurezza né più benessere. In più, le forze della Coalizione, sempre più malviste per la continua uccisione di civili afgani, non danno segno di voler lasciare il Pese in tempi brevi”.
Gli afgani si trovano davanti a una scelta: morire in regime democratico o vivere in un regime talebano. Secondo il generale britannico David Richards, comandante Isaf, se la guerra continua la maggioranza degli afgani tornerà a sostenere i talebani: dal loro punto di vista, il male minore. 
 

Enrico Piovesana

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