La Nato in difficoltà di fronte a una resistenza armata sempre più estesa e popolare
“Ci vuole pazienza e perseveranza: questa non è una guerra
che si vince in un anno, né in due. Ci vorrà una decina d’anni per avere il
pieno controllo dell’Afghanistan”. Parola del generale Karl Eikenberry,
comandante delle forze Usa in Afghanistan. Uno tra i più ottimisti.
Molti altri ufficiali Nato ritengono infatti che i tempi per
“prevalere” in Afghanistan saranno ben più lunghi. Il brigadiere Ed Butler, per
esempio, comandante delle truppe britanniche nella provincia di Helmand, pochi
giorni fa ha
parlato di “almeno altri vent'anni” e ha ammesso che, nella regione, i suoi
uomini sono stati “praticamente sconfitti”. Infatti, il 17 ottobre – dopo mesi
di combattimenti – i britannici sono stati costretti a ritirarsi dalla
roccaforte talebana di
Musa Qala, in Helmand.
Coalizione in
ritirata. Le dichiarazioni dei generali alleati tradiscono il momento di
grave difficoltà che le forze d’occupazione stanno attraversando.
Sul terreno, le truppe Usa e Nato non riescono più a tener
testa ai sempre più numerosi e agguerriti guerriglieri talebani. Tanto che si
parla di un piano di ritiro graduale delle forze della Coalizione da tutti i
dodici distretti frontalieri che sono sotto il controllo dei talebani: da
quelli del deserto del Registan, a sud di Kandahar, a quelli delle montagne del
Nuristan, a est di Kabul. Un piano che ricalca il “modello Musa Qala”, ovvero
un patto di reciproca non-aggressione, raggiunto con la mediazione delle
autorità tribali locali, che prevede che i talebani, in cambio del ritiro delle
truppe straniere, non attacchino più le basi della Coalizione nella zona.
Il 21 ottobre le forze Usa hanno iniziato a
ritirarsi dal distretto di Ali-Sher, nella provincia di Khost.
Carri armati e
bombardieri. Altrove, dove gli accordi non sono possibili, la Nato sta
mettendo in campo una forza di fuoco sempre maggiore per far fronte a un nemico
che nessuno ormai sottovaluta più. All’aeroporto militare di Kandahar
continuano ad atterrare aerei carichi di carri armati canadesi Leopard da
impiegare sul fronte di Panjwayi e Zhari. I bombardieri strategici B-1, i
caccia-bombardieri F-18 e Harrier e gli aerei anticarro A-10 hanno
intensificato i raid aerei sui villaggi del sud e dell’est, provocando un
crescente numero di vittime civili. L’ultima strage, almeno
60
morti martedì scorso, ha suscitato lo sdegno e la condanna dell’Onu e dello
stesso governo di Kabul, sempre più insofferente verso il disprezzo dei comandi
Nato verso la popolazione civile afgana.
Nuove
vittime civili si temono anche nei raid aerei Nato di sabato nella
provincia di Uruzgan, dove i comandi Isaf parlano per ora di 70
combattenti talebani uccisi.
Sembra la guerra
anti-sovietica. Una popolazione che – come osserva la
Jamestown Foundation
(JF), agenzia di stampa di riferimento dei “neocon” di Bush – si sta progressivamente
schierando dalla parte dei talebani, dando alla loro resistenza armata un
carattere “afgano-centrico” che – osserva la JF – “la rende sempre più simile
all’insurrezione anti-sovietica degli anni ’80, composta in gran parte da forze
afgane”.
Forze diverse che stanno costituendo un fronte comune sempre
più ampio, formato per ora dai talebani del mullah Omar e del suo vice, il
mullah Dadullah (attivi nel sud), dal Partito dell’Islam di
Gulbuddin
Hekmatyar e dal Partito Islamico di Yunus Khalis e Jalaluddin Haqqani (attivi
nell’est). Ma pare siano in corso trattative con i comandanti dell’ex Alleanza
del Nord che controllano il nord dell’Afghanistan – finora per conto del governo
Karzai – ma che mostrano segni di crescente insofferenza verso gli occupanti
stranieri. Soprattutto i tagichi del defunto comandante Ahmad Shah Massud, che
–
scrive JF – “si stanno rendendo conto di aver combattuto per dieci anni gli
occupanti russi solo per poi ritrovarsi occupati dagli americani”.
Vogliono sicurezza,
non democrazia. L’analisi della Jamestown Foundation sottolinea anche
un’altra inquietante analogia: quella con la situazione di anarchia e
insicurezza generalizzata che, a metà degli anni ’90, facilitò l’affermazione
dei talebani.
“Il miglior alleato dei talebani è il fallimento del governo
Karzai e dei suoi alleati occidentali nel garantire legge e ordine nel Paese.
L’afgano
medio infatti, più che alle elezioni e ai parlamenti, è interessato alla sicurezza
e al bene della sua famiglia e delle sue proprietà. Cinque anni di occupazione
militare occidentale non hanno portato né più sicurezza né più benessere. In
più, le forze della Coalizione, sempre più malviste per la continua uccisione
di civili afgani, non danno segno di voler lasciare il Pese in tempi brevi”.
Gli afgani si trovano davanti a una scelta: morire in regime
democratico o vivere in un regime talebano. Secondo il generale britannico
David
Richards, comandante Isaf, se la guerra continua la maggioranza degli afgani tornerà
a sostenere i talebani: dal loro punto di vista, il male minore.