19/04/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Il regno di re Abdullah vive un periodo difficile
re abdullah II di giordania e la moglie rania“La Giordania, nei giorni scorsi, ha corso il rischio di subire un attacco terroristico di una violenza inaudita, senza precedenti nella storia del Paese. La vita di migliaia di cittadini di Amman era in pericolo e solo la protezione divina e il pronto intervento del nostro servizio segreto, hanno impedito una strage. Stiamo attraversando un momento delicato per la Giordania e dobbiamo essere tutti uniti.”
 
Con queste parole Abdullah II, re di Giordania, in una lettera aperta, ha ringraziato pubblicamente il generale Saad Khair, comandante dei servizi di sicurezza di Amman. Cinque automobili cariche di esplosivo, provenienti secondo le forze dell’ordine dalla Siria, sono state intercettate e rese inoffensive la settimana scorsa, nel centro della capitale del Paese.
 
Il generale Khair ha tenuto una conferenza stampa in cui ha parlato dell’arresto di un numero imprecisato di sospetti e del sequestro di un’ingente quantitativo di esplosivo e di armi detenute illegalmente. Il responsabile della sicurezza in Giordania ha dichiarato che uno degli arrestati ha confessato, indicando come obiettivi degli attentati il quartier generale dell’intelligence giordana, l’ufficio del Primo Ministro e l’ambasciata degli Stati Uniti.
L’aspetto più inquietante è che questi attacchi sarebbero avvenuti con agenti chimici.
Il re e il generale Khair, rispetto ai mandanti, non hanno fatto nomi, ma al posto loro ci ha pensato il dipartimento di Stato degli Stati Uniti che ha subito indicato in al-Qaeda e nel suo esponente di origine giordana Abu Museb al-Zarqawi, le menti dell’attentato.
In questo senso la visita ufficiale di oggi del re Abdallah II a Washington, ha tutta l’aria di un vertice d’urgenza sul terrorismo.
 
L’incontro era fissato da tempo, ma gli Usa, mentre sono impanati in Iraq, con il numero dei caduti che sale in maniera inversamente proporzionale a quello delle speranze di affidare il governo agli iracheni, non può permettersi la crisi di uno dei partner più affidabili di tutto il mondo arabo.
Il rapporto privilegiato tra Washington e Amman ha radici antiche , ma certificazioni recenti. La Giordania è indipendente dal 1946 ed è stata governata da re Hussein fino al 1999, anno in cui, alla sua morte, gli succede il figlio Abdullah II.
 
Il regno di Hussein era una monarchia assoluta, dove le elezioni parlamentari furono introdotte solo nel 1989, ma che al crepuscolo del sovrano, cominciò un cammino di riforme culminato nel trattato di pace con Israele. Abdullah II, dal giorno della sua incoronazione, si è presentato come un monarca riformista che voleva continuare e accelerare il processo modernizzatore del padre. Nel segno dell’amicizia con gli Usa.
 
La politica economica di Abdallah II è stata impostata su una forte liberalizzazione del mercato e su una serie di privatizzazioni strategiche. Questo è valso nel 2000 alla Giordania l’ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) e un trattato di libero scambio con gli Stati Uniti, seguito l’anno dopo da un accordo identico con l’Unione Europea e da una collaborazione sempre più intensa con il Fondo Monetario Internazionale (FMI). L’obiettivo è chiaro: risanare il pesante debito esteri attirando investimenti stranieri, dando l’immagine di un Paese stabile e sicuro, in un area che è una polveriera. La nomina di tre ministri donne e di otto di origine palestinese, con membri dell’opposizione chiamati al Governo, punta a rafforzare l’immagine di stato laico e progressista.
 
Gli Stati Uniti hanno gradito e si sono dimostrati generosamente riconoscenti prima creando ben undici zone industrializzate che hanno dato respiro a un’economia asfittica, dove il 60 per cento della popolazione è in età da lavoro, e poi chiudendo un occhio, anzi due, su certe relazioni pericolose tra Amman e la vecchia classe dirigente irachena.
La Giordania è sempre stata il primo partner economico e commerciale dell’Iraq, da cui dipendeva in maniera vitale per l’approvvigionamento energetico. La crisi irachena ha fatto subito sentire i suoi effetti sull’economia giordana, con un aumento notevole dei prezzi e il crollo degli approvvigionamenti di risorse petrolifere.
 
Re Abdallah II avrà bisogno di tutto l’appoggio che gli Stati Uniti gli possono dare per attuare il suo SEPT (Piano di Trasformazione Socio-Economico), lanciato nel 2001. Un progetto ambizioso che investe tutti gli aspetti sociali ed economici della società giordana, volto ad un rilancio in grande stile di Amman, che per riuscire, necessita del petrolio di Baghdad, e su quello gli Usa avranno l’ultima parola.
 
Il rilancio economico giordano passa da Washington e, reciprocamente, la stabilità regionale passa per Amman, l’unica capitale araba dove gli Usa si sentono benvenuti.
Quindi il fatto che Reporter sans Frontiere abbia assegnato alla Giordania il 123° posto su 166° rispetto alla libertà di stampa (a causa del patto con il diavolo tra i vertici dell’informazione giordana e il Governo) o il fatto che le elezioni a suffragio universale eleggano solo gli 80 deputati della Camera bassa (restando di nomina regia i 40 deputati della camera Alta e la nomina del Primo Ministro e del Consiglio dei Ministri), sono dettagli trascurabili.
 
Ancor più adesso, quando per la prima volta, la Giordania è bersaglio di, seppur mancato, atto terroristico.
Il 28 ottobre 2002 si era registrato un primo allarme, quando Lawrence Fowley, diplomatico statunitense, era stato assassinato ad Amman da sconosciuti.
Ben più di un allarme era stato l’attentato del 7 agosto 2003 a Baghdad, quando un’esplosione davanti all’ambasciata giordana aveva causato la morte di undici persone e il ferimento di altre 57. Un messaggio chiaro agli amici degli Usa.

La repressione di qualunque deriva fondamentalista, un’apertura tecnologica senza eguali nell’area, l’inglese come seconda lingua nazionale (accompagnati da disinvolte operazioni di sicurezza preventiva), erano bastati fino adesso per controllare fenomeni che altrove sono più presenti, ma l’ombra delle cinque autobomba si allungano sul futuro della Giordania.

Christian Elia

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