
“La Giordania, nei giorni scorsi, ha corso il rischio di subire un attacco terroristico
di una violenza inaudita, senza precedenti nella storia del Paese. La vita di
migliaia di cittadini di Amman era in pericolo e solo la protezione divina e il
pronto intervento del nostro servizio segreto, hanno impedito una strage. Stiamo
attraversando un momento delicato per la Giordania e dobbiamo essere tutti uniti.”
Con queste parole Abdullah II, re di Giordania, in una lettera aperta, ha ringraziato
pubblicamente il generale Saad Khair, comandante dei servizi di sicurezza di Amman.
Cinque automobili cariche di esplosivo, provenienti secondo le forze dell’ordine
dalla Siria, sono state intercettate e rese inoffensive la settimana scorsa, nel
centro della capitale del Paese.
Il generale Khair ha tenuto una conferenza stampa in cui ha parlato dell’arresto
di un numero imprecisato di sospetti e del sequestro di un’ingente quantitativo
di esplosivo e di armi detenute illegalmente. Il responsabile della sicurezza
in Giordania ha dichiarato che uno degli arrestati ha confessato, indicando come
obiettivi degli attentati il quartier generale dell’intelligence giordana, l’ufficio
del Primo Ministro e l’ambasciata degli Stati Uniti.
L’aspetto più inquietante è che questi attacchi sarebbero avvenuti con agenti
chimici.
Il re e il generale Khair, rispetto ai mandanti, non hanno fatto nomi, ma al
posto loro ci ha pensato il dipartimento di Stato degli Stati Uniti che ha subito
indicato in al-Qaeda e nel suo esponente di origine giordana Abu Museb al-Zarqawi,
le menti dell’attentato.
In questo senso la visita ufficiale di oggi del re Abdallah II a Washington,
ha tutta l’aria di un vertice d’urgenza sul terrorismo.
L’incontro era fissato da tempo, ma gli Usa, mentre sono impanati in Iraq, con
il numero dei caduti che sale in maniera inversamente proporzionale a quello delle
speranze di affidare il governo agli iracheni, non può permettersi la crisi di
uno dei partner più affidabili di tutto il mondo arabo.
Il rapporto privilegiato tra Washington e Amman ha radici antiche , ma certificazioni
recenti. La Giordania è indipendente dal 1946 ed è stata governata da re Hussein
fino al 1999, anno in cui, alla sua morte, gli succede il figlio Abdullah II.
Il regno di Hussein era una monarchia assoluta, dove le elezioni parlamentari
furono introdotte solo nel 1989, ma che al crepuscolo del sovrano, cominciò un
cammino di riforme culminato nel trattato di pace con Israele. Abdullah II, dal
giorno della sua incoronazione, si è presentato come un monarca riformista che
voleva continuare e accelerare il processo modernizzatore del padre. Nel segno
dell’amicizia con gli Usa.
La politica economica di Abdallah II è stata impostata su una forte liberalizzazione
del mercato e su una serie di privatizzazioni strategiche. Questo è valso nel
2000 alla Giordania l’ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO)
e un trattato di libero scambio con gli Stati Uniti, seguito l’anno dopo da un
accordo identico con l’Unione Europea e da una collaborazione sempre più intensa
con il Fondo Monetario Internazionale (FMI). L’obiettivo è chiaro: risanare il
pesante debito esteri attirando investimenti stranieri, dando l’immagine di un
Paese stabile e sicuro, in un area che è una polveriera. La nomina di tre ministri
donne e di otto di origine palestinese, con membri dell’opposizione chiamati al
Governo, punta a rafforzare l’immagine di stato laico e progressista.
Gli Stati Uniti hanno gradito e si sono dimostrati generosamente riconoscenti
prima creando ben undici zone industrializzate che hanno dato respiro a un’economia
asfittica, dove il 60 per cento della popolazione è in età da lavoro, e poi chiudendo
un occhio, anzi due, su certe relazioni pericolose tra Amman e la vecchia classe
dirigente irachena.
La Giordania è sempre stata il primo partner economico e commerciale dell’Iraq,
da cui dipendeva in maniera vitale per l’approvvigionamento energetico. La crisi
irachena ha fatto subito sentire i suoi effetti sull’economia giordana, con un
aumento notevole dei prezzi e il crollo degli approvvigionamenti di risorse petrolifere.
Re Abdallah II avrà bisogno di tutto l’appoggio che gli Stati Uniti gli possono
dare per attuare il suo SEPT (Piano di Trasformazione Socio-Economico), lanciato
nel 2001. Un progetto ambizioso che investe tutti gli aspetti sociali ed economici
della società giordana, volto ad un rilancio in grande stile di Amman, che per
riuscire, necessita del petrolio di Baghdad, e su quello gli Usa avranno l’ultima
parola.
Il rilancio economico giordano passa da Washington e, reciprocamente, la stabilità
regionale passa per Amman, l’unica capitale araba dove gli Usa si sentono benvenuti.
Quindi il fatto che Reporter sans Frontiere abbia assegnato alla Giordania il
123° posto su 166° rispetto alla libertà di stampa (a causa del patto con il diavolo
tra i vertici dell’informazione giordana e il Governo) o il fatto che le elezioni
a suffragio universale eleggano solo gli 80 deputati della Camera bassa (restando
di nomina regia i 40 deputati della camera Alta e la nomina del Primo Ministro
e del Consiglio dei Ministri), sono dettagli trascurabili.
Ancor più adesso, quando per la prima volta, la Giordania è bersaglio di, seppur
mancato, atto terroristico.
Il 28 ottobre 2002 si era registrato un primo allarme, quando Lawrence Fowley,
diplomatico statunitense, era stato assassinato ad Amman da sconosciuti.
Ben più di un allarme era stato l’attentato del 7 agosto 2003 a Baghdad, quando
un’esplosione davanti all’ambasciata giordana aveva causato la morte di undici
persone e il ferimento di altre 57. Un messaggio chiaro agli amici degli Usa.
La repressione di qualunque deriva fondamentalista, un’apertura tecnologica senza
eguali nell’area, l’inglese come seconda lingua nazionale (accompagnati da disinvolte
operazioni di sicurezza preventiva), erano bastati fino adesso per controllare
fenomeni che altrove sono più presenti, ma l’ombra delle cinque autobomba si allungano
sul futuro della Giordania.