Le donne curde, schiave di una tradizione arcaica, tentano il suicidio dandosi fuoco
L’ospedale di Emergency di Sulimanya ha iniziato la sua
attività nel 1996. Nelle sue stanze sono state soccorse e curate migliaia di
vittime delle guerre che si sono succedute, quasi senza interruzione, da quella
fra Iraq e Iran, alla repressione dei curdi da parte del regime di Saddam, agli
scontri fra diverse fazioni di curdi stessi, sino a quella attuale che sta
devastando l’Iraq.
Nelle loro mani. Ma questi anni sono anche stati spesi dallo staff medico e
infermieristico internazionale di Emergency per formare il personale locale.
Per consentire all’ospedale di rendersi autonomo, mantenendo allo stesso tempo
l’alto standard di intervento che contraddistingue la politica di soccorso
della ong italiana in tutte le aree nelle quali impianta le sue strutture. Dal
primo maggio del 2005 l’ospedale è stato ‘ceduto’ al governo regionale curdo,
divenendo così patrimonio della comunità a tutti gli effetti. Emergency si è riservata
il diritto di monitorare il
funzionamento dell’ospedale e soprattutto che esso continui ad essere del tutto
gratuito per i pazienti. Compito che Hawar, il supervisore curdo della ong,
esegue con grande competenza e attenzione. Con lui visitiamo l’unità grandi
ustionati dell’ospedale. Insieme a quella delle mine che continuano a mietere
vittime, quella delle ustioni è l’altra grave emergenza di questa zona. Non
solo perché l’uso diffuso di cucine e stufe primitive a cherosene provoca
frequenti incidenti domestici, ma anche per un aspetto terribile di quella che
si potrebbe definire con termine grottesco una ‘tradizione’ curda: le molte
donne che tentano il suicidio cospargendosi di combustibile e dandosi fuoco.
Il pudore della disperazione. “La causa di questi suicidi - ci spiega un medico – sta
nella arretratezza nella quale è costretta a vivere la popolazione delle zone
rurali. Arretratezza che penalizza soprattutto le donne. Prive di qualsiasi
diritto, totalmente dipendenti dalla volontà dei padri o dei mariti. L’amore
per un ragazzo non accettato dal padre, i maltrattamenti di un marito, l’essere
rimaste incinta per un rapporto extra matrimoniale. Da noi l’aborto è
considerato un crimine ed è impossibile ricorrervi. Spesso una donna non vede
altra via di uscita se non quella di uccidersi dandosi fuoco. Non penso che
questo sistema tremendo di tentare di darsi la morte sia anche un segno di
protesta, piuttosto semplicemente di grande disperazione che diventa vergogna
quando il suicidio non riesce. Mai nessuna delle donne che arrivano qui, o una
delle loro famiglie, ammette il tentato suicidio. Dichiarano tutte di essersi
bruciate per incidenti domestici. Ma noi riconosciamo per esperienza i tentati
suicidi: ustioni che arrivano a riguardare dal 65 fino al 95 percento del corpo non ci si possono procurare scaldando
il latte”.
Il futuro di Benar. Benar Sardar è stesa sul letto e tiene le braccia alzate,
fuori dal lenzuolo verde che la copre, si guarda le mani piagate dalle ustioni
e tace. Solo
quando le infermiere scoprono il suo corpo, nudo e bruciato fino al seno
acerbo, per cospargerlo di crema curativa e avvolgerlo nelle garze, Benar si
lamenta, grida brevi che si aprono in singhiozzi di bambina. E Benar, con i
suoi 14 anni, è poco più di una bambina. “Si è bruciata riscaldando dell’acqua
sulla stufa”, dice sua madre che le sta vicino e che le somiglia moltissimo di
viso. Medici ed infermieri fanno finta di crederle. Più tardi Benar ci
racconterà di una sua lontana parente : “lei si che si era data fuoco per
uccidersi. Fortuna che ora sta bene, si è sposata e ha avuto anche tre figli.”
Forse Benar racchiude in questa storia altra il suo dolore e la sua speranza.