Domenica scorsa si è tenuto il primo turno delle elezioni
per il rinnovo del Parlamento in Bahrein, per la seconda volta in 5 anni, e non
sono mancate le sorprese. Il 40 percento dei 40 seggi in palio se li sono
aggiudicati candidati sciiti, comunità che mai è stata così rappresentata nella
Camera bassa, contrapposta alla Camera alta, i cui membri li nomina il re.
Cambiamento radicale. I 17 seggi, dei quali 16 sono
appannaggio della
Islamic National Accord Association (Inaa),
la
principale formazione (non si tratta di partiti, che sono banditi in
Bahrein)
sciita del Paese. Alle precedenti elezioni, tenutesi nel 2002, gli
sciiti
avevano boicottato il voto, ritenendolo falsato dall’ostracismo che,
secondo
loro, la comunità sciita subisce nella vita quotidiana. Il terremoto
politico è
quindi evidente, a maggior ragione se si considera che gli sciiti in
Bahrein
sono la maggioranza, ma il Paese è storicamente guidato in tutti i
posti di
potere dalla maggioranza sunnita. E proprio le associazioni sunnite, il
Fni e l'Associazione Al-Assalah, hanno subito una sconfitta
pesante. Dei 13 seggi che avevano, ne hanno confermati solo otto. Se il
secondo
turno confermerà i risultati del primo, il Bahrein si troverebbe di
fronte a
una svolta politica senza precedenti. Un esempio: il Bahrein è uno dei
paesi più liberali del Golfo Persico, dove i ricchi sauditi vanno a
divertirsi lontani dalla mentalità conservatrice del loro Paese. Le
associazioni sciite, nel loro programma elettorale, hanno fatto sapere
di voler imporre il bando degli alcolici. Ma il cambiamento potrebbe
riflettersi anche a livello internazionale.
Un Paese amico. Da tempo infatti,
dopo la crisi diplomatica innescata con l’Arabia Saudita dagli attentati del 11
settembre 2001, gli Stati Uniti hanno eletto Manama, la capitale del Bahrein,
nuovo fulcro della politica di alleanze strategiche in Medio Oriente. In
particolare a livello logistico. Proprio lì ha sede, da tempo, la V Flotta
della Marina Militare Usa, strumento tattico determinante per il controllo di
una delle zone più calde del pianeta. La scelta non era avvenuta a caso: oltre
che ricco di greggio e centro finanziario di
primaria importanza, il Bahrein ha anche una posizione strategica determinante
per il fatto di essere collocato praticamente di fronte all’Iran e perché si
affaccia sul golfo Persico, al momento una delle principali vie di
comunicazione per il trasporto del greggio verso l’assetato mercato
statunitense. Scegliere il Bahrein, oltre che per tutti i motivi appena
accennati, era stata anche la conseguenza degli ottimi rapporti tra il governo
di Washington e la famiglia reale al-Khalifa, al potere in Bahrein fin dai
tempi dell’indipendenza.
Alleanze a rischio. Il nuovo quadro politico
che si delinea quindi, potrebbe risultare indigesto agli Stati Uniti. I sunniti
al potere sono sempre stati fidi alleati, mentre il blocco dell’opposizione
sciita si è sempre caratterizzato per una aperta ostilità alla politica
occidentale in Medio Oriente. Il rischio per Washington è quello di veder
aggiungersi anche il Bahrein a questa sorta di ‘rinascimento’ sciita, arricchendo l’asse di alleanze che lega tra
loro l’Iran e Hezbollah in Libano, oltre ad Hamas in Palestina e al governo
siriano. Per molti osservatori questo è il frutto del fatto che ormai, in
pratica, anche l’Iraq è un Paese a guida sciita, visto che questa comunità
rappresenta il 60 percento della popolazione irachena e i partiti sciiti hanno
stravinto le elezioni. Il rischio quindi è che il Bahrein, ritenuto un amico
fidato, si trasformi in un paese scomodo, dal quale gli Usa potrebbero essere
costretti ad allontanarsi.