La remota valle di Baghran sarà la base da cui in primavera partirà l’offensiva finale dei talebani
di Syed
Saleem Shahzad*
I fronti della battaglia sono stati definiti sullo
scacchiere afgano per quello che sarà probabilmente lo scontro decisivo tra le
forze Nato e la resistenza dei talebani. Entrambi gli schieramenti hanno messo
a punto le loro strategie, posizionato le loro pedine e sono pronti all’azione.Gli
sforzi dei talebani sono concentrati
verso la prossima primavera, quando il
tempo sarà migliore dopo l’inverno rigido.
Stando a fonti vicine ai talebani, essi creeranno
il loro quartier generale nelle impervie montagne della Valle di Baghran,
nell’estremo nord della provincia di Helmand. Sarà lì che i principali capi
talebani, finora rintanati al sicuro nella cinta tribale tra Pakistan e
Afghanistan, si sposteranno durante l’offensiva finale.
I
preparativi della battaglia finale. Maulana Jalaluddin Haqqani, capo delle operazioni militari dei talebani in
Afghanistan, si trova ora nell’area tribale pachistana del Nord Waziristan. Il
Mullah Dadullah, già capo dell’intelligence talebana, si muove invece tra le
province pachistane del Sud Waziristan e del Balucistan e la provincia afgana
di
Helmand. Haqqani e Dadullah, seguendo le istruzioni del Mullah Omar, stanno
trattando con i capi tribù afgani per preparare il terreno al ritorno al potere
da parte dei talebani. Questo processo è ancora in atto e una volta completato,
dopo l’inverno, verrà lanciata una mobilitazione totale delle truppe e lo
stesso Mullah Omar si recherà nella valle di Baghran per assumere personalmente
il comando dell’attacco a Kandahar prima e a Kabul poi.
Baghran, il distretto più settentrionale della
provincia di Helmand, al confine con la provincia di Ghor, è sempre
stato un fulcro importante per i talebani, utilizzato come un punto di riunione
per risolvere le differenze con i comandanti tagichi e quelli pashtun. Durante
i dieci anni dell’occupazione sovietica dell’Afghanistan, a partire dal 1979,
le truppe sovietiche si ritirarono da Baghran nei primi anni e non vi rimisero
più piede. Fu così che quella valle divenne il quartier generale mujaheddin. Il
terreno isolato e inospitale ne fa una base perfetta, con molte vie di fuga
attraverso i passi di montagna dell’Hindu Kush.
Nel
cuore della valle. “Sei matto ad
andare a Baghran, il centro dei talebani?!”. Questa è stata la reazione del
proprietario dell’hotel appena ha saputo le mie intenzioni. I giorni successivi
avrebbero confermato quanto avesse ragione.
La struttura tribale di questo feudo talebano gli
consente di essere auto sufficiente grazie ai contributi della comunità. Le
donazioni in denaro vengono impiegate principalmente per la manutenzione dei
canali d’irrigazione. I talebani hanno bruciato le scuole e non ci sono
ospedali nella zona. Le forze dell’ordine e i tribunali sono gestiti dai
talebani secondo la loro interpretazione del Corano. Gli stipendi di questi “funzionari
talebani” sono pagati con il ricavato degli octroi, i pedaggi imposti ai viaggiatori e ai veicoli da trasporto. E’ così che i
talebani mettono radici nel territorio.
“Prima gli americani ci attaccavano da nord, dalla
provincia di Ghor”, ci dice Moulavi Hamidullah, membro della shura talebana e comandante militare. “Ora però che abbiamo ristabilito delle sacche
di resistenza a Ghor, non corriamo più questo rischio, sebbene la possibilità
di attacchi aerei sia ancora presente”.
Attraversando un piccolo villaggio nella valle,
abbiamo notato decine di uomini posizionati sopra i tetti con mortai,
mitragliatrici, lancia razzi e fucili. Subito abbiamo compreso che era il
nostro comitato di benvenuto. Si trattava degli uomini di Hamidullah: stavano
posando per le foto.
Avevamo appuntamento con Agha, il giovanissimo comandante talebano del
distretto di Baghran. Hamidullah lo ha chiamato al telefono satellitare e io ho
potuto sentirlo dire: “Un ospite ti sta aspettando, parla inglese”. Più tardi
abbiamo saputo che Agha lo aveva male interpretato e aveva pensato a un attacco
imminente: i talebani parlano in codice. Poche ore dopo nel villaggio è
arrivata una squadra della polizia talebana armata: erano venuti per arrestarci
sotto indicazione di Agha. Hamidullah ha subito chiarito che eravamo ospiti e
volevamo intervistare Agha.
Scambiati
per spie. Agha era basso e non
incuteva timore, nonostante fosse al comando di veterani induriti dalle
battaglie. Agha proviene dalla tribù di Pir Ali Zai e la gente della
zona aveva serie riserve sul suo modo di utilizzare il titolo di
“Agha”, che solitamente
nella società afgana viene riservato ai discendenti del Santo Profeta.
Agha era
timido davanti alla macchina fotografica, secondo la stretta
interpretazione
dell’Islam, però alla fine ci ha permesso di fotografare la sua faccia
avvolta
dal turbante. Altri comandanti sono
stati contenti di essere ritratti, sebbene anche loro con le facce
coperte, ma per una ragione differente: se fossero feriti dovrebbero
andare in un
ospedale e rischierebbero di essere riconosciuti.
Nel mezzo del nostro incontro, il giovane Agha si è alzato
improvvisamente, ha digitato un numero nel suo telefono e lo ha passato
al mio
collega, Qamar Yousufzai. Una voce gli ha chiesto da dove venissimo e
quale testata
rappresentavamo, e poi ha insistito che avevamo bisogno di presentare
una lettera
da parte del quartier generale talebano in Pakistan. Finché non la
avessimo
esibita, i talebani non avrebbero potuto sapere se eravamo giornalisti
o spie
mandate dal governo afgano meritevoli di essere decapitate. Agha voleva
arrestarci.
L’anziano e rispettato ex-comandante mujaheddin Haji
Lala, di cui noi eravamo ospiti, si è opposto con fermezza. Ha detto
che anche se il
mullah Omar avesse mandato
istruzioni di consegnare gli ospiti, lui non l’avrebbe fatto e avrebbe
resistito loro con le armi.
Il
processo e la liberazione. Il
giorno dopo abbiamo appreso che il nostro caso sarebbe stato gestito dal “tribunale”
del venerdì, e così siamo stati condotti sotto processo in una moschea locale.
Il
qazi (giudice) era un uomo anziano
con la barba bianca. Ha deciso che si dovevano condurre accurate
indagini sul
nostro conto, che saremmo stati “ospiti” dei talebani fino al termine
dell’inchiesta e che tutte le nostre cose sarebbero state sequestrate.
Questoè stato troppo per il mio collega Qamar, che si è lanciato in
un’infiammata diatriba con
i talebani, accusandoli di essere dei “selvaggi”. Loro hanno
sorriso.
Fortunatamente Hagi Lala mi ha permesso di usare il
suo telefono e, dopo una serie di chiamate tra i miei contatti in
Pakistan e i talebani, siamo stati liberi di andarcene: finalmente
avevano accettato il fatto che
fossimo giornalisti.
Questa esperienza, che poteva anche finire male, ci ha dato la
possibilità di capire le delicate dinamiche esistenti tra gli anziani delle
tribù pashtun e i giovani talebani. Inoltre ci ha permesso di vedere le
condizioni di vita in quei villaggi, dove le persone mescolano la terra con il
loro pane per farlo durare più a lungo, dove non ci sono scuole e ospedali, dove
non esiste acqua corrente e solo le capanne di fango proteggono dal gelo
invernale e dal caldo torrido estivo. A questo si aggiungono le violenze dei
signori della guerra e dei talebani e le bombe che cadono dal cielo. Questi
luoghi, con l’arrivo della primavera, potrebbe diventare l’epicentro della guerra,
in un altro sanguinoso capitolo della tortuosa storia dell’Afghanistan.