28/02/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Una ricerca dimostra come la guerra in Iraq abbia fatto aumentare il terrorismo islamico
La guerra in Iraq ha moltiplicato per sette il numero degli attacchi terroristici da parte di organizzazioni jihadiste. Anche escludendo Iraq e Afghanistan, gli attentati nel mondo sono aumentati di oltre un terzo. Pur tenendo conto di diverse variabili che possono influenzare il risultato, la conclusione è che il conflitto in Iraq – invece di frenare l’espansione del terrorismo islamico – ha in realtà contribuito a “diffondere il virus ideologico di Al Qaeda”. Lo sostiene uno studio sull’ “effetto Iraq” condotto da Peter Bergen e Paul Cruickshank, due ricercatori del Center on Law and Security alla New York University School of Law.
 
Il metodo. La ricerca di Bergen e Cruickshank copre il periodo dall’11 settembre 2001 al 30 settembre 2006, con la data dell’invasione dell’Iraq (19 marzo 2003) come spartiacque tra due periodi. I due studiosi hanno considerato – basandosi sulla lista del sito terrorismknowledgebase.org – i gruppi terroristici sunniti affiliati, o comunque ispirati, alla rete di Osama bin Laden, senza contare gli attentati condotti da gruppi palestinesi. Gli atti terroristici inclusi nella ricerca sono solo quelli attribuiti a un particolare gruppo jihadista; in quanto non tutti gli attentati suicidi sono rivendicati, ciò significa sottostimare il numero complessivo. Ma nonostante questo vincolo, i numeri mostrano due mondi diversi prima e dopo il 19 marzo 2003.
 
I risultati. Considerando tutti i paesi, prima dell’invasione dell’Iraq si sono registrati 28,3 attentati l’anno; successivamente, il tasso annuale è schizzato a 199,8 con un incremento del 607 percento. Anche le vittime sono cresciute, da 501 a 1.689 all’anno (più 237 percento). Se non si considera l’Iraq, dove si è concentrata oltre la metà degli attentati jihadisti, la crescita è comunque del 265 percento per quanto riguarda il numero di attacchi, e del 58 percento per le vittime. Se si toglie dal conteggio anche l’Afghanistan, gli attentati terroristici di stampo jihadistico sono cresciuti del 35 percento, le vittime del 12 percento.
 
Il bacino di arruolamento. L’aumento si spiega in particolare con il valore emotivo che la guerra in Iraq ha rappresentato per la causa jihadistica. “Il conflitto in Iraq ha permesso ad Al Qaeda, che era alle corde nel 2002 dopo che gli Usa avevano catturato o ucciso due terzi della sua leadership, di reinventarsi come un movimento più largo perché il suo messaggio principale – che gli Stati Uniti sono in guerra con l’Islam – per un numero significativo di musulmani è stato corroborato dalla guerra in Iraq”, scrivono i due autori. L’ “effetto Iraq” spiegherebbe anche l’introduzione degli attentati suicidi in Afghanistan: il primo si è verificato nel settembre 2003, a quasi due anni di distanza dal rovesciamento del regime talebano.
 
L’eccezione. Gli attentati in nome nella jihad sono aumentati in tutto il mondo, tranne nel sud-est asiatico. Rispetto al periodo precedente, dall’invasione del marzo 2003 gli attentati sono calati da 10,5 a 3,5 l’anno, le vittime da 201 a 62. Ma secondo i due ricercatori, “il terrorismo jihadista nel sud-est asiatico è calato nonostante la guerra in Iraq, non a causa di essa. La scarsa popolarità degli Stati Uniti nella regione (solo il 15 percento degli indonesiani vedeva di buon occhio gli Usa nel 2003) è stata però compensata dagli aiuti statunitensi alla ricostruzione dopo il disastro dello tsunami del 26 dicembre 2004. Inoltre, le autorità locali hanno combattuto sul serio i gruppi terroristici, arrestando i loro leader più influenti. Proprio quello che gli Usa, con il grosso delle loro forze impegnate in Iraq, sono accusati di aver trascurato di fare da qualche anno in Afghanistan.

Alessandro Ursic

Articoli correlati: La scheda paese: Gli argomenti più discussi: Le parole chiave più ricorrenti:
creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità