
Il 2003 rischia di passare alla storia come uno degli anni più sanguinosi della
storia recente, per l'escalation di conflitti che ha investito Medio Oriente ed Europa.
Gruppi eterogenei per estrazione sociale e formazione religiosa, per obiettivi
e alleanze, attaccano in punti diversi del pianeta, assassinando migliaia di persone,
soprattutto civili.
Il denominatore comune è la tecnica degli attentati: uomini e donne che si fanno
esplodere, muovendosi a piedi o alla guida di auto e camion.
L’8 febbraio 2003, a Bogotà, capitale della Colombia, un’autobomba devasta uno
dei locali più in vista della città, “ El Nogal”. Perdono la vita oltre trenta
persone. Il 12 maggio è l’Arabia Saudita a pagare il suo tributo di sangue: nella
capitale Riad, alcuni camion carichi di esplosivo colpiscono tre lussuosi complessi
residenziali abitati in maggioranza da cittadini stranieri. Trentacinque i morti, molti
dei quali colti nel sonno. Uno degli alleati storici dell’occidente viene colpito
al cuore. Lo stesso giorno a Znamenskoie, a ottanta km da Grozny, in Cecenia,
due tonnellate di tritolo su un camion-bomba uccidono cinquantanove persone e
radono al suolo il palazzo che ospitava l’amministrazione filo-russa e i servizi
segreti.
Due mesi più tardi, il 5 luglio, a Mosca, due donne si fanno esplodere durante
un festival rock: muoiono quindici spettatori.
Il 16 maggio è la volta del Marocco, Paese attraversato da forti tensioni tra
la monarchia filoccidentale e i gruppi che chiedono un regime islamico integralista.
A Casablanca, tre auto-bombe esplodono davanti al consolato belga, all’hotel Farah,
e ad un circolo dell’Alleanza Israelita. Ancora morti: quarantacinque persone,
tra cui i dodici kamikaze.
Il primo agosto gli indipendentisti ceceni tornano a colpire. Questa volta l’obiettivo
è un ospedale militare di Mozdok, nella repubblica autonoma dell’Ossezia del Nord,
al confine con la Cecenia. Le vittime sono cinquanta.
In autunno tocca alla Turchia: il 15 novembre, a Istambul, due autobombe esplodono
contro due sinagoghe: tra fedeli e semplici passanti, le vittime sono venticinque.
Solo cinque giorni dopo, ancora a Istanbul, due camioncini bomba colpiscono il
consolato britannico e la sede della più importante banca inglese del medioriente,
la Hsbc. Muoiono il console britannico Roger Short e altre ventiquattro persone.
Dopo l’Arabia Saudita, viene quindi colpito al cuore un altro Paese islamico
moderato e filoccidentale, proprio mentre sono in corso le trattative per il suo
ingresso nell’Unione Europea.
Iraqi freedom
Anche l'opposizione armata irachena utilizza i kamikaze. Il 19 agosto, un’autobomba
esplode davanti al quartier generale delle Nazioni Unite a Baghdad. Perdono la
vita l’inviato speciale dell’Onu, Sergio Vieira de Mello, e altre ventidue persone. Dieci giorni dopo, il 29 agosto, un’autobomba esplode davanti alla moschea di
Najaf, città santa degli sciiti, nell’Iraq centro-meridionale: ottantasette vittime.
Tra loro, l’ayatollah moderato Mohammed Baqr al Hakim, appena tornato dall’esilio
in Iran.
Il 27 ottobre, a Baghdad, un’ambulanza imbottita di tritolo salta in aria davanti
alla sede della Croce Rossa Internazionale. Contemporaneamente, nella capitale vengono
colpite quattro stazioni di polizia irachena. Muoiono quarantadue persone. Il
12 novembre anche i militari italiani vengono colpiti. L'obiettivo è la base “Maestrale”,
a Nassiriya, nel sud del Paese. E' il quartier generale del contingente italiano
in Iraq. Muoiono diciannove italiani e almeno nove iracheni.
La seconda intifada
Il conflitto israelo-palestinese ha conosciuto una escalation terribile nell’ultimo
anno. Attentati sempre più devastanti si alternano a rappresaglie feroci. Le vittime
sono quasi sempre civili dell’una e dell’altra parte. Una nuova fase di attentati
sanguinosi dei kamikaze palestinesi comincia il 5 gennaio 2003, a Tel Aviv: due attentatori si fanno
esplodere nel quartiere di Neve Shaanon, nella vecchia stazione degli autobus
piena di operai stranieri che vanno al lavoro. Il bilancio è gravissimo: ventiquattro
morti e oltre cento feriti.
Il 5 marzo, ad Haifa, un uomo si fa esplodere in un autobus uccidendo se stesso
e altri quattordici passeggeri. Cinquanta feriti. Tra il 18 e il 19 maggio, Israele è
sconvolta da cinque attentati in quarantotto ore. A Gerusalemme, un autobus della
linea 6 viene disintegrato nella parte nord della città da un'esplosione che uccide
sette persone e ne ferisce altre trenta. Pochi minuti dopo, a pochi metri dalla
zona dell’attentato, un altro attentatore suicida si fa esplodere, senza però fare
vittime. A Hebron una coppia di anziani coloni viene avvicinata da un terrorista
travestito da ebreo ortodosso che si fa esplodere uccidendoli. Ad Afula, a nord
di Tel Aviv, un kamikaze colpisce l’ingresso di un centro commerciale uccidendo
un passante e l’agente di sicurezza che lo aveva individuato. Oltre trenta i feriti.
A sud della striscia di Gaza, un uomo imbottito di esplosivo, si scaglia in bicicletta
contro un gruppo di soldati israeliani vicino alla colonia ebraica di Kfor Dorom,
ferendone gravemente tre.
11 giugno: è la volta di Gerusalemme ovest. Un diciottenne di Hebron si fa esplodere
su un autobus. Muore con altre sedici persone. Il 9 settembre, in un caffè di
Gerusalemme, un kamikaze uccide otto persone. Lo stesso giorno, un altro attacco
suicida ad una base militare israeliana a dieci km da Tel Aviv uccide, oltre al
kamikaze, sette soldati israeliani. I due uomini-bomba erano vicini di casa del
villaggio di Rantis, in Cisgiordania. Il 4 ottobre, come accade sempre più di
frequente, è una donna a farsi saltare in aria in un ristorante di Haifa. Muoiono
venti persone. Di loro, cinque erano bambini.