Domenica 18. Yousef Ahmadi, portavoce dei talebani,
dichiara che Daniele Mastrogiacomo è stato consegnato a una "parte
terza", il consiglio degli anziani di un villaggio non precisato, per
essere tenuto in custodia fino a che le richieste per la sua
liberazione non fossero state interamente soddisfatte. Aggiunge che, in
caso contrario, i talebani sono pronti a riprenderlo. Sulle agenzia
italiane rimbalza la notizia che Daniele Mastrogiacomo "è libero".
Nessuno può però confermarlo, né la Farnesina, né Palazzo Chigi, né
l'organizzazione Emergency, che in questi giorni sta lavorando per
agevolare il rilascio dell'inviato di Repubblica. Poi la Farnesina
frena tutti: ''diffondere informazioni senza fondamento può
compromettere fasi delicate'', fanno sapere dall'Unità di Crisi.
Daniele Mastrogiacomo non è libero, sarà considerato tale solo quando
sarà "in mani sicure e italiane". Anche i portavoce talebani
confermano: l'inviato di Repubblica è ancora in mano loro. Sono ore
convulse. Più tardi, dopo innumerevoli lanci e smentite di voci
incontrollabili, un'altra nota della Farnesina chiede il silenzio stampa: "Tutte
le condizioni poste per la liberazione sono state realizzate. Per
facilitare il lavoro delle organizzazioni umanitarie coinvolte ai fini
dell'auspicata liberazione di Mastrogiacomo", si legge, "si rende
necessario, in questa fase di estrema delicatezza, chiedere ai mezzi di
informazione di osservare il silenzio stampa".
Venerdì
16 marzo. Gino Strada, fondatore di Emergency, ha
dichiarato a PeaceReporter e poi in una conferenza stampa a Kabul che
“Abbiamo ricevuto segnali positivi da una parte e dall'altra.
Emergency rinnova la sua disponibilità ad agevolare il
positivo svolgimento della vicenda che riguarda l'inviato di
Repubblica Daniele Mastrogiacomo, ma chiede l'assoluto silenzio
stampa sulla questione”. Shahabuddin Atal, portavoce del comandante
talebano Mullah Dadullah, aveva dichiarato all'agenzia di stampa
afgana Pajhwok che ci sono “alcuni progressi e alcuni segnali
positivi che abbiamo ricevuto”, e ha aggiunto che “tutto sarà
chiaro entro domani pomeriggio (sabato 17, ndr) alle 15”.
In mattinata invece Shahabuddin Atal aveva fatto
sapere all'agenzia di stampa afgana Pajhwok che “L'autista di
Daniele Mastrogiacomo è stato ucciso”. Sayed Agha,
“arrestato” insieme a Mastrogiacomo il 5 marzo scorso, era
accusato dai talebani di essere una spia per le truppe britanniche
presenti nella regione. Da Kabul l'ambasciatore italiano, Ettore
Sequi, dichiara di "non avere informazioni supplementari
rispetto a quelle riportate dalla stampa". Intanto Yousuf
Ahmadi, un altro portavoce dei talebani, fa sapere che "L'ultimatum
è scaduto, agli italiani con cui siamo in contatto è
già stato comunicato. Abbiamo detto loro che se ci chiederete
più tempo attraverso i mass media noi ve ne daremo di più.
Qualche progresso nei negoziati c'è stato e se le nostre
richieste saranno accolte libereremo il giornalista".
Giovedì 15 marzo. L'agenzia di
stampa afgana Pajhwok diffonde un messaggio audio ricevuto dai
talebani: nel nastro, di pessima qualità e che è stato
subito acquisito dalla Farnesina e dalla Procura di Roma, un uoche
avrebbe ricevuto in cui Daniele Mastrogiacomo chiede aiuto. “Abbiamo
solo due giorni, per favore, per favore, fate quello che vogliono
fare i talebani, sennò ci uccidono, abbiamo solo due giorni”.
Una voce in pahtun, che si identifica come il mullah Dadullah,
daterebbe il video al 13 marzo: “l'ultimatum” per cominciare le
trattative, quindi, scadrebbe il 16.
Martedì 13 marzo, un portavoce
dei talebani, Yousuf Ahmadi, al telefono con l'agenzia di stampa
France Presse dichiara che Daniele Mastrogiacomo “sta bene
ed è tenuto in una base dei talebani”, precisando inoltre
che sono stati attivati “contatti indiretti” con le autorità
italiane. Nel frattempo il ministro degli Esteri Massimo D'Alema si
reca nella Procura di Roma – che sulla vicenda ha aperto un
fascicolo per “sequestro di persona con finalità
di terrorismo”, un'ipotesi di reato che lascia ampio margine di
manovra - dove incontra i magistrati Franco Ionta e Giovanni
Ferrara. Al termine dell'incontro i magistrati fanno sapere che “è
stato deciso il coordinamento istituzionale e operativo”,
specificando però che “tutte le decisioni sul caso, che si
svolge in territorio estero e, peraltro, in guerra, sono di esclusiva
pertinenza del governo e del ministro degli Esteri”. Lo stesso
giorno, nella capitale afgana Kabul, il corrispondente della Rai
intervista Gino Strada, chirurgo e fondatore di Emergency, sul
possibile coinvolgimento dell'organizzazione umanitaria nella
mediazione con i sequestratori di Mastrogiacomo. “Non è
compito nostro condurre trattative”, dichiara Strada, “ma
possiamo fornire dei canali, cosa che faremmo per chiunque, e mettere
a disposizione la credibilità di Emergency, creata curando nel
corso degli anni oltre un milione e 200 mila afgani”. Strada anche
ricordato che in questo Paese “si continuano a massacrare i civili
nel perfetto silenzio stampa”.
Lunedì 12 marzo, il ministro
degli Esteri Massimo D'Alema conferma gli spiragli emersi sabato
nella nota diffusa dalla Farnesina. "Stiamo lavorando sul piano
di un impegno umanitario: ci sono dei canali, soprattutto di
carattere umanitario, attraverso i quali abbiamo dei contatti con i
rapitori", ha dichiarato D'Alema, "ci sono elementi che ci
portano a identificare quelli che lo tengono prigioniero, e sono in
corso dei contatti che stiamo conducendo con l'obiettivo di ottenere
la liberazione".
Sabato 10 marzo. L'unità di crisi del ministero degli
Esteri dirama un comunicato ufficiale: "La Farnesina ha ragione di
ritenere, sulla base degli elementi
acquisiti sinora attraverso i canali stabiliti sul caso del giornalista
Daniele Mastrogiacomo, che il nostro connazionale sia in vita. Si hanno
altresì indicazioni attendibili su autori del sequestro. Proseguono
pertanto i contatti al fine di verificare con certezza le intenzioni e
le aspettative dei
sequestratori nella prospettiva dell'auspicabile rilascio di
Mastrogiacomo quanto prima possibile. Non si dispone peraltro di
informazioni accertate su altri aspetti della vicenda riferiti oggi dai
mezzi di informazione". Una buona notizia: finalmente sembra che sia
stato trovato un canale diretto e certo con il gruppo che detiene
l'inviato di
Repubblica.
Venerdì 9 marzo. Il giornalista pakistano Hamid Mir sostiene di avere parlato con i
rapitori del giornalista de 'La repubblica' Daniele Mastrogiacomo. "I
talebani -ha spiegato Mir- hanno avuto rassicurazioni dai giornalisti
afgani". Il giornalista pakistano spiega che "i talebani si sono
convinti che non è una spia e che si possa ottenerne il rilascio con
uno sforzo serio di Roma e Kabul". Secondo Mir, il giornalista italiano
è stato catturato perché si muoveva senza autorizzazione in un'area
controllata dai talebani. La fonte sostiene anche di conoscere le
condizioni poste dai rapitori per il rilascio del giornalista: il
ritiro delle truppe italiane dall'Afghanistan e la liberazione dei
portavoce talebani catturati in Pakistan e detenuti in Afghanistan.
Hamid Mir, giornalista noto per avere in tervistato il mullah Omar e
Osama Bin Laden, ha messo in guardia dal sottovalutare la pericolosità
del Mullah Dadullah: "è un personaggio pericoloso -ha detto-, famoso
per aver decapitato personalmente le spie".
La giornata si era aperta con un filo di speranza. "Ci sono buone possibilità
che Mastrogiacomo sia arrivato in
Afghanistan solo per giornalismo e non per spionaggio e che venga
liberato se si dimostra la sua innocenza". Lo ha detto oggi, in una
telefonata all'agenzia Reuters, un uomo che si è presentato come il
mullah Hayat Khan, accreditatosi come portavoce dei talebani. Khan ha spiegato
che i taliban indagano sull'attrezzatura che Mastrogiacomo aveva con sè: una videocamera,
un telefono satellitare e alcuni flaconi di shampoo che, secondo il portavoce,
potrebbero contenere ''laser usati per indirizzare attacchi aerei su posizioni
dei taleban".
Secondo il
Corriere della Sera, i talebani hanno dettato
le loro condizioni per il rilascio di Mastrogiacomo in un video in cui
si vede un afgano che, in lingua pashto, detta le due richieste al
governo italiano: l'immediato ritiro del nostro contingente e lo stop
dei
bombardamenti Nato. Nel filmato non viene mostrato il giornalista
di Repubblica, il che suscita seri dubbi sulla sua attendibilità. Lo stesso portavoce
dei talebani, Qari Yusuf Ahmadi, aveva precedentemente smentito
al
Corriere le
voci su un simili richieste: "Chi ha messo in giro questa notizia? L'ho
letta su Internet, ma è falso! Non abbiamo chiesto ancora nulla,
neanche il ritiro dei soldati italiani in Afghanistan. Non abbiamo
ancora un piano. Decideremo più avanti''. Dopo una giornata
caratterizzata dal balletto delle notizie, delle rivendicazioni, dei
messaggi, la Farnesina ha diramato
un appello agli organi d'informazione affinchè "si astengano
dal diramare notizie non controllate e accertate nel merito e nell'attendibilità
delle fonti".
Giovedì 8 marzo.
Il giornalista pachistano Hamid Mir – famoso per aver intervistato Osama bin
Laden e noto per i suoi stretti contatti con gli ambienti talebani – ha dichiarato
a Rai International che i suoi “informatori”
gli hanno riferito che “Daniele Mastrogiacomo è sano e salvo”.
Lo ha successivamente confermato all’Ansa anche Rahimullah Yusufzai, un altro giornalista pachistano ben
addentro agli ambienti talebani: “Ho sentito al telefono i rapitori di
Mastrogiacomo, mi hanno detto che sta bene, che non gli hanno fatto del male.
Penso
che sappiano che Daniele non è una spia, bensì un giornalista”.
In serata la Farnesina ha escluso l’avvio di ogni trattativa
con i rapitori “sino a quando non ci daranno una prova che l’ostaggio è vivo”.
Mercoledì 7 marzo.
In una registrazione audio pervenuta alla sede pachistana dell’
Afp, la voce di un uomo che si
identifica come il
mullah
Dadullah dichiara che Mastrogiacomo “ha confessato di essere una spia al
servizio delle truppe britanniche che, con la scusa di andare a intervistare i
comandanti talebani, doveva localizzare la loro posizione e passarla alla Nato”,
che il giorno prima aveva scatenato, proprio nella provincia di Helmand, la più
grande offensiva militare contro i talebani dal 2001:
l’Operazione
Achille.
Martedì 6 marzo.
La
Bbc dà per prima la notizia del
rapimento, nella
zona
di piantagioni di papavero da oppio di Nad Ali, di un giornalista
britannico, John Nichol, e dei suoi due accompagnatori afgani, di nome Ajmal e
Syed Agha.
La coincidenza di questi due nomi con quella dell’autista e
dell’interprete di Mastrogiacomo, assieme alla smentita da Londra di qualsiasi
rapimento di giornalisti britannici, fanno capire che la notizia si riferisce
al rapimento dell’inviato di Repubblica.
I talebani lo avevano scambiato per un inglese. L’equivoco verrà
definitivamente chiarito quando il portavoce dei talebani Qari Youssef Armadi
conferma
alle agenzie “l’arresto di un giornalista italiano che dice di lavorare per il
giornale Repubblica”.
Lunedì 5 marzo. Mastrogiacomo
viene rapito dai talebani assieme al suo autista e al suo interprete afgani
nella zona di Nad Ali, pochi chilometri a ovest di
Lashkargah,
capoluogo della provincia meridionale di Helmand.
Se ne avrà notizia solo il giorno dopo.
Domenica 4 marzo. L’inviato
di
Repubblica,
Daniele
Mastrogiacomo sente per l’ultima volta, da Kandahar, i suoi colleghi della
redazione di Roma, dicendo loro che l’indomani sarebbe andato nella provincia
di Helmand –
epicentro
della guerra tra talebani e forze Nato – dove aveva appuntamento per
intervistare dei capi talebani.