06/03/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Al via Operazione Achille, per strappare ai talebani la provincia di Helmand
Un bilancio dei primi cinque giorni dell'Operazione Achille
 
La Nato ha annunciato martedì mattina una grande offensiva nella provincia meridionale di Helmand. Più di cinquemila uomini – militari stranieri e personale delle forze di sicurezza afgane - cercheranno di strappare questa terra in gran parte desertica dal crescente controllo dei talebani. Talebani che, nel giro di un mese, hanno già conquistato una bella fetta di territorio.

soldati britannici nella provincia di HelmandLa provincia in guerra. All'inizio di febbraio il distretto di Musa Qala, ex teatro della discussa tregua fra talebani e forze britanniche, è stata riconquistata dai combattenti del mullah Omar nell'arco di due giorni. Poi è stata la volta del distretto di Washir, dove i talebani hanno tenuto in scacco i soldati britannici per giorni, accerchiandoli in una gola prima di costringerli alla ritirata. A questi va aggiunta la zona di Baghran, all'estremità settentrionale della provincia, considerata una roccaforte dei guerrieri con il turbante, dove le forze straniere non hanno mai messo piede e il governo centrale non ha nessuna autorità. Questa piccola valle, dove si dice che trovino rifugio tutti i talebani che scappano dai periodici bombardamenti Nato sulla provincia di Helmand, ha una notevole importanza strategica, perché da Baghran si può facilmente entrare nelle province di Ghor e Farah (la zona sotto il Comando regionale ovest a guida italiana): proprio da qui sarebbe partito l'attacco che il 19 febbraio scorso ha conquistato, sia pure per due soli giorni, il distretto di Bakwa della provincia di Farah. Ma la guerra è molto più estesa: talebani e truppe britanniche continuano a combattere anche a Grishk, poco a nord della capitale provinciale Lashkargah, dove nei giorni scorsi almeno otto civili sono morti sotto il fuoco incrociato dei belligeranti. Anche Grishk era stata brevemente conquistata in una prova di forza dei talebani, poco dopo la presa di Musa Qala. E continuano i bombardamenti della Nato, con ordigni da 900 chili, sui distretti settentrionali.
 
la popolazione protesta per la strage di domenicaOperazione Achille. “Le prime unità hanno raggiunto le loro posizioni questa mattina alle cinque. L'Operazione Achille impiegherà circa 4.500 soldati Nato e quasi mille militari afgani”, si legge in un comunicato stampa diffuso dal comando di Isaf. “Strategicamente, il nostro obbiettivo è di consentire al governo afgano di dare inizio al progetto Kajaki”. Vale a dire la costruzione di un'enorme diga, che potrebbe fornire elettricità a gran parte del nord della provincia. Ma i talebani non sembrano intenzionati a cedere: i lavori della diga sono in stallo da mesi, il personale straniero che dovrebbe occuparsi della parte ingegneristica ha subito ripetute minacce e attacchi ed è stato alla fine ritirato dalla zona. La Nato dunque punta tutto sull'operazione Achille – non è chiaro se si chiami così perché i soldati hanno il pie' veloce o perché la provincia di Helmand è il loro vulnerabile tallone.
 
un ferito della strage di sabatoLe proteste della popolazione. La Nato intanto cerca di difendersi dall'accusa di aver compiuto due stragi di civili - con almeno venti morti - in meno di ventiquattr'ore. “C'è una notevole differenza tra i talebani che uccidono innocenti per ragioni politiche e le forze americane, che detestano la morte di civili”, ha dichiarato Tony Snow, portavoce della Casa Bianca. L'organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch ha chiesto un'inchiesta indipendente che faccia luce su questi ultimi episodi e si è detta anche “preoccupata dei tentativi delle forze statunitensi di controllare le informazioni”, come è accaduto quando i soldati – pare con dure minacce – hanno distrutto il materiale girato sul luogo della strage dei reporter afgani di Associated Press. E continuano le proteste della popolazione: martedì mattina duemila persone si sono riversate nelle strade di Jalalabad, bloccando le principali vie di comunicazione e gridando “Morte agli americani”, mentre i notabili locali hanno chiesto (e ottenuto) un incontro con il presidente Hamid Karzai per sporgere le loro rimostranze ufficiali sulla strage di civili. Una brutta situazione per la presenza militare straniera. Ieri sera l'ultimo episodio: una macchina si è avvicinata troppo velocemente a un convoglio Isaf nella città di Kandahar, i militari stranieri hanno aperto il fuoco "per autodifesa" uccidendo il civile che la guidava. "Incidenti" che purtroppo sono all'ordine del giorno, e che non fanno che aumentare l'insofferenza della popolazione. La rabbia è tanta, e basta poco per farla esplodere.

Un bilancio dei primi cinque giorni dell'Operazione Achille
 
 

Cecilia Strada

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità