21/03/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Afghanistan, si aspetta di conoscere le sorti di Rahmatullah Hanefi e Adjmal Nashkbandi
 Dal nostro inviato
Enrico Piovesana
 
A ritardare il trasferimento di Daniele a Kabul, ieri, non sono state tanto le difficoltà a trovare un volo, che comunque non sono mancate, quanto gli inquietanti fatti avvenuti in mattinata a Lashkargah, dove Mastrogiacomo ha passato la sua prima notte da uomo libero, ospite in casa dello staff internazionale di Emergency.
 
Rahmatullah HanefiAlle sei di mattina il trentacinquenne Rahmatullah Hanefi, capo del personale afgano e responsabile della sicurezza dell’ospedale di Emergency a Lashkargah, figura chiave nella trattativa che ha portato alla liberazione dell’inviato di Repubblica, arriva nella casa di Emergency per concordare con Gino Strada le modalità del trasferimento di Mastrogiacomo a Kabul. Uscendo, Rahmat – come lo chiamano tutti – si è trovato davanti gli agenti dei servizi segreti afgani, che lo hanno caricato su una macchina e portato via. Dalla sede locale dei servizi, riesce a far fare una telefonata di nascosto a Gino Strada, perché gli dicessero che era stato arrestato.
 
“Doveva essere una giornata di festa e di quasi tranquillità”, dice il chirurgo italiano precipitandosi alla sede della National Security di Lashkargah e al governatorato provinciale per protestare, chiedere spiegazioni e ottenere l’immediato rilascio del suo manager, dell’uomo senza il quale Daniele, oggi, sarebbe ancora in mano ai talebani. La trattativa con il mullah Dadullah infatti è stata possibile solo grazie alla sua fondamentale opera di intermediazione telefonica.
“E’ una cosa grottesca e provocatoria – dice un Gino Strada, furioso – che chi ha maggiormente contribuito alla liberazione di Daniele si trovi oggi arrestato dal governo afgano. L’unica colpa di Rahmattullah è stata quella di essersi messo a disposizione per salvare le vite di due persone. Se questo è un reato, allora sì, è colpevole, e lo sono anche io”.
Ma non c’è stato verso: le autorità afgane si sono rifiutate di rilasciare Hanefi.
 
Gino Strada nell'ospedale di LashkargahGino Strada chiama anche, per l'ennesima volta in questi giorni, l’ambasciatore italiano a Kabul, Ettore Sequi. Che subito si mette in contatto con i vertici dei servizi afgani. “Mi hanno spiegato – riferisce Sequi a Strada – che si tratta di una normale procedura per sentire una persona informata dei fatti nell'ambito dell’inchiesta che la magistratura afgana ha aperto sul caso Mastrogiacomo. Garantiscono che Hanefi verrà presto rilasciato. Hanno aggiunto – prosegue l'ambasciatore – che per lo stesso motivo anche l'inviato di Repubblica verrà sentito dalle autorità afgane al suo rientro in Italia”.
Normale procedura, insomma: non un arresto, nemmeno un fermo; solo un semplice richiesta di testimonianza.
Meno normale appare però la scelta dei modi – l’arresto all'alba in mezzo alla strada e la detenzione prolungata – e dei tempi – proprio nel bel mezzo della delicata fase del trasferimento di Mastrogiacomo a Kabul.
 
Subito dopo,  Strada e altri responsabili dell'Ong italiana, tornando a casa dall'ennesima “missione diplomatica” di questi giorni, si trovano una folla di persone davanti alla casa di Emergency. Gente del posto, tra cui i parenti di Sayed Agha, l’autista afgano di Daniele Mastrogiacomo sgozzato dai talebani venerdì davanti agli occhi dell'inviato, e quelli di Adjmal Nashkbandi, l’interprete di cui si sono perse le tracce.
“Erano un centinaio di persone. Inizialmente erano tutti calmi, solo interessati ad avere notizie, da Mastrogiacomo, di Adjmal e Sayed, come se non credessero alla sua morte”, racconta Luca, il logista di Emergency a Lashkargah. “Poi la situazione si è fatta più tesa, hanno iniziato a lanciare roba verso la casa e qualcuno ha anche tentato di scavalcare il muro. In tutto questo, la polizia afgana non solo non è intervenuta, ma se ne stava lì a ridere”.
 
Daniele MAstrogiacomo dopo la sua liberazionePoi è tornata la calma, una calma carica però di preoccupazione per Hanefi.
Per qualche ora, Gino Strada ha dovuto mettere da parte la faccenda del suo manager e amico afgano, per concentrarsi su come fare a portare Daniele a Kabul, visto che le normali linee aeree che volano dal capoluogo di Helmand a Kabul, la Pactec e U.N. non ne vogliono sapere di entrare in questa storia, nemmeno per trasportare Daniele. Un problema risolto solo dopo l’ora di pranzo, grazie alla collaborazione del governo italiano che ha messo a disposizione di Emergency un aereo.
 
Strada, Mastrogiacomo e altri operatori di Emergency sono decollati da Lashkargah nel pomeriggio, atterrando a Kabul verso le 19, dove tutti si aspettavano una conferenza stampa di Gino e Daniele, assieme all’ambasciatore italiano Sequi, all’ospedale di Emergency di Kabul. Invece Daniele, appena sceso dall’aereo, è stato preso in consegna dagli uomini dell'intelligence italiana. E' salito su un Falcon del governo diretto a Roma. I magistrati che si occupano del suo sequestro, e anche la moglie di Daniele, Luisella, hanno molto insistito per averlo subito a casa.

Gino Strada, tornato al suo ospedale, è stravolto di stanchezza e non ha nemmeno più voce per parlare. “Quando Daniele è decollato da Kabul ho sentito il presidente del Consiglio, Romano Prodi, che, dopo aver ringraziato ancora una volta Emergency, mi ha garantito che il governo italiano farà di tutto per ottenere il rilascio di Rahmat da parte del governo afgano. Rahmat deve essere liberato subito, perché non ci sono ragioni per trattenerlo. Farò di tutto per farlo tornare a casa”, dice il chirurgo con la voce ridotta ad un soffio. “Come farò di tutto per capire che fine ha fatto Adjmal, l’interprete di Daniele, che è stato liberato, ma di cui si sono perse le tracce. Chi dice che sono stati usati due pesi e due misure mente: noi abbiamo sempre chiesto, fin dall’inizio, di risparmiare le vite di tutti gli ostaggi. Tutte le vite hanno lo stesso valore”.

Categoria: Guerra, Politica, Media
Luogo: Afghanistan