26/06/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Venezuela, la corsa all'oro nero è ormai giunta al termine e per le compagnie petrolifere multinazionali presenti nel paese sud americano è arrivato il momento di fare i conti
  
La corsa contro il tempo (o la corsa all'oro?) è ormai giunta al termine e per le compagnie petrolifere multinazionali presenti in Venezuela è arrivato il momento di fare i conti.

La Faja petrolifera dell'OrinocoI fatti. Quattro compagnie, British Petroleum, Chevron, Total e Statoil, hanno deciso ormai da tempo di aderire ai progetti venezuelani, accettando di negoziare col governo di Caracas l'indennizzo per cedere la maggioranza dell'azionariato, e si ritroveranno a partecipare all'estrazione di petrolio, anche nella fascia dell'Orinoco, in qualità di soci di minoranza. Exxon Mobil e Conoco Phillips, compagnie statunitensi, hanno invece rifiutato il progetto proposto dal governo bolivariano di Hugo Chavez, per loro il futuro in Venezuela sembra ormai più nero del greggio stesso.
Tutto è iniziato il 1° maggio scorso (anche se il progetto di nazionalizzazione è sempre stato uno dei punti fermi del governo chavista) quando, alla mezzanotte e un minuto, con una grande manifestazione i dipendenti della compagnia petrolifera statale venezuelana, Pdvsa, vestiti di rosso (colore ufficiale della 'rivoluzione bolivariana') e sventolando le bandiere nazionali, hanno simbolicamente occupato diverse strutture petrolifere nell'importante zona di estrazione denominata Faja del Orinoco. La Faja si estende per diverse decine di chilometri lungo la sponda nord del fiume Orinoco, nella zona orientale del paese. In quest'area si stima possano esistere le più importanti riserve di greggio del mondo, fra l'altro di ottima qualità. La nazionalizzazione non interessa solo la zona della Faja, ma tutte le strutture petrolifere venezuelane, come ad esempio quelle che si trovano nel lago di Maracaibo, nello stato di Zulia, dove decine e decine di piattaforme lavorano 24 ore su 24 per estrarre petrolio e gas naturale da destinare all'industria petrolchimica nazionale.

Una piattaforma petrolifera al lavoro nel lago di MaracaiboIeri e oggi. E domani? Si è fatta festa in Venezuela quel primo maggio. Si è festeggiato perchè dopo decenni di sfruttamento straniero, il petrolio venezuelano sarebbe definitivamente ritornato a rimpinguare le casse nazionali, portando con sé anche nuove speranze.
Nel decennio intercorso fra gli anni Ottanta e gli anni Novanta le compagnie straniere hanno avuto dall'amministrazione di Caracas la possibilità di estrarre greggio a loro piacimento, molto spesso senza sottostare alle regole venezuelane e pagando tasse irrisorie con la complicità dei governi che si sono succeduti in quel periodo.
Secondo quanto si apprende da fonti dirette nel paese sud americano, infatti, le multinazionali del greggio hanno pagato, fino all'avvento di Chavez, solo l'1 per cento di tassa sul profitto, contribuendo in maniera determinante all'impoverimento dell'economia venezuelana.
E questo non è mai andato giù al presidente bolivariano. “Queste compagnie pagavano una miseria e importavano petrolio” ha ricordato Chavez durante un suo discorso al teatro Carreñas di Caracas poche settimane fa.
Oggi le cose si sono totalmente ribaltate. I guadagni ottenuti da questo settore, infatti, sono utilizzati dal governo per portare avanti il proprio programma. Saranno investiti più soldi per le strutture sociali, quali scuole e ospedali. La Pdvsa ha anche pensato di sovvenzionare, con i proventi del greggio, la creazione di cooperative di lavoro che piano piano potranno restituire ciò che gli è stato prestato per avviare il lavoro. “Oggi è la fine dell'epoca in cui le nostre ricchezze naturali finivano sempre nelle mani di tutti, salvo del popolo venezuelano”, avrebbe detto Hugo Chavez palesando la sua felicità per la vittoria ottenuta.
Ma la sfida venezuelana all'economia mondiale non finisce certo adesso. Anzi,  è appena iniziata.

Alessandro Grandi

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