28/06/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Orhan Pamuk interviene a Milano, parlando di fondamentalismi, Europa e di come nascono i suoi libri
Orhan Pamuk non è solo uno scrittore che illustra meglio i tanti contrasti della Turchia. Da quando ha parlato del genocidio armeno, subendo un processo per “offesa all'identità turca”, la sua vita è cambiata. Ha ricevuto il premio Nobel per la letteratura e il suo prestigio all'estero è cresciuto, ma ha preferito lasciare la Turchia. In patria è stato quasi rinnegato: moltissime persone, anche giovani studenti di Istanbul in teoria molto europei, lo accusano di essere diventato famoso a spese dell'immagine della Turchia. Quando gli viene chiesto cosa prova per questo, come è cambiata la sua Turchia, preferisce non rispondere. I suoi occhi tradiscono però un dolore, una ferita ancora aperta. E proprio partendo dalle ferite segrete degli scrittori, Pamuk ha parlato per un'ora nel corso di un incontro organizzato dalla rassegna La Milanesiana, il giorno dopo aver ricevuto tre minuti di applausi nella serata di lettura al Teatro Dal Verme di Milano.

Lei ha detto che per diventare scrittore bisogna esplorare delle ferite segrete che si hanno dentro. Cosa intendeva dire?
“Per diventare scrittore devi credere quattro cose. La prima è che tutti gli uomini sono uguali, perché supponi che capiranno cosa scrivi. La seconda è fare in modo che la nostra storia sia letta dai lettori come se fosse la loro: questo è il segreto nascosto di tutta la letteratura. La terza cosa è cercare di trovare, quando scriviamo, qualcosa di unico e di autentico che ci definisce, che ci rende diversi dagli altri: qui scopriamo le ferite segrete che abbiamo dentro di noi, e che fino a quel momento non abbiamo esplorato. Come quarta cosa, bisogna essere consci che andremo ad affrontare tabù della nostra anima, ricordi che sappiamo di avere dentro ma che non siamo sicuri di voler conoscere, questioni politiche e culturali”.

Come nasce un suo romanzo?
“Mi considero un umile servo dell'arte del romanzo. C'è un unico tratto umano che ci fa identificare con le altre persone. Bisogna capire come sono fatti gli altri, immedesimarsi negli altri. La compassione si basa su questa identificazione, l'arte di scrivere romanzi si basa su questo. Ne “Il mio nome è rosso” mi sono costretto a identificarmi con i nove personaggi, oltre che con colori e oggetti. Io prima sogno un romanzo, poi impiego anni per diventare la persona necessaria per scrivere quel romanzo. Questa fase di progettazione, di composizione, è fondamentale nella mente dello scrittore. Come diceva uno scrittore svizzero che elaborò la “teoria della lettura”, ogni romanzo ha un diverso modo di essere letto. Il lettore perfetto è il lettore implicito. E ogni libro non scritto ne ha uno”.

Si parla molto di fondamentalismo. Lei d'accordo sul fatto che nel mondo sia in crescita?
“Bush flirta apertamente con il fondamentalismo religioso, e si vede dalle sue politiche sull'aborto o in campo medico. Ma non lo definirei fondamentalismo, piuttosto militarismo o imperialismo. Il fondamentalismo di per sé non è una cosa negativa: se uno vuole vivere seguendo una guida, va bene. Il problema è il fondamentalismo religioso, che passa sopra i diritti umani e annulla i vantaggi della modernità”.

Cosa pensa della possibile entrata della Turchia nell'Unione europea?
“Sono cresciuto in una famiglia occidentalizzata, per me è naturale pensare alla Turchia in Europa. Però, anche mettendo da parte il sentimento, per la Turchia sarebbe politicamente importante entrare nell'Unione europea: verrebbe garantito uno stato di diritto, migliorerebbe l'economia, l'esercito non interverrebbe più nella politica, ci sarebbero maggiori garanzie per i diritti umani.
Un'entrata nella Turchia sarebbe però importante anche per l'Europa. L'Europa dovrebbe essere basata sugli ideali di “liberté, égalité, fraternité”, non sul cristianesimo. Se la Ue è definita come cristiana, allora no, per la Turchia non c'è posto. Ma se l'Europa è un prodotto del Rinascimento e dell'Illuminismo, la Turchia deve farne parte”.

E sulla questione del velo islamico, qual è la sua opinione?
“La questione del velo non riguarda il fondamentalismo. Alcuni sondaggi mostrano che il 70 percento delle donne turche porta il velo, ma non tutte votano per i partiti islamici: il velo fa anche parte della tradizione. La materia è delicata, e più pensi di avere risposte, più diventi parte del problema, un altro professore con un'opinione su come dovrebbero essere le cose. In realtà, sia i laici sia i fondamentalisti traggono vantaggio da questo tema. Le figlie del primo ministro Erdogan studiano negli Stati Uniti perché in Turchia non potrebbero andare all'università con il velo, ma intanto lui è al potere. Io mi sentirei solo di dire: siate umani, affrontate il problema con delicatezza. Cerchiamo di affrontare i problemi politici attraverso la bellezza della letteratura”.
 

Alessandro Ursic

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