Orhan Pamuk interviene a Milano, parlando di fondamentalismi, Europa e di come nascono i suoi libri
Orhan Pamuk non è solo uno scrittore che illustra meglio i tanti contrasti della
Turchia. Da quando ha parlato del genocidio armeno, subendo un processo per “offesa
all'identità turca”, la sua vita è cambiata. Ha ricevuto il premio Nobel per la
letteratura e il suo prestigio all'estero è cresciuto, ma ha preferito lasciare
la Turchia. In patria è stato quasi rinnegato: moltissime persone, anche giovani
studenti di Istanbul in teoria molto europei, lo accusano di essere diventato
famoso a spese dell'immagine della Turchia. Quando gli viene chiesto cosa prova
per questo, come è cambiata la sua Turchia, preferisce non rispondere. I suoi
occhi tradiscono però un dolore, una ferita ancora aperta. E proprio partendo
dalle ferite segrete degli scrittori, Pamuk ha parlato per un'ora nel corso di
un incontro organizzato dalla rassegna La Milanesiana, il giorno dopo aver ricevuto
tre minuti di applausi nella serata di lettura al Teatro Dal Verme di Milano.
Lei ha detto che per diventare scrittore bisogna esplorare delle ferite segrete
che si hanno dentro. Cosa intendeva dire?
“Per diventare scrittore devi credere quattro cose. La prima è che tutti gli
uomini sono uguali, perché supponi che capiranno cosa scrivi. La seconda è fare
in modo che la nostra storia sia letta dai lettori come se fosse la loro: questo
è il segreto nascosto di tutta la letteratura. La terza cosa è cercare di trovare,
quando scriviamo, qualcosa di unico e di autentico che ci definisce, che ci rende
diversi dagli altri: qui scopriamo le ferite segrete che abbiamo dentro di noi,
e che fino a quel momento non abbiamo esplorato. Come quarta cosa, bisogna essere
consci che andremo ad affrontare tabù della nostra anima, ricordi che sappiamo
di avere dentro ma che non siamo sicuri di voler conoscere, questioni politiche
e culturali”.
Come nasce un suo romanzo?
“Mi considero un umile servo dell'arte del romanzo. C'è un unico tratto umano
che ci fa identificare con le altre persone. Bisogna capire come sono fatti gli
altri, immedesimarsi negli altri. La compassione si basa su questa identificazione,
l'arte di scrivere romanzi si basa su questo. Ne “Il mio nome è rosso” mi sono
costretto a identificarmi con i nove personaggi, oltre che con colori e oggetti.
Io prima sogno un romanzo, poi impiego anni per diventare la persona necessaria
per scrivere quel romanzo. Questa fase di progettazione, di composizione, è fondamentale
nella mente dello scrittore. Come diceva uno scrittore svizzero che elaborò la
“teoria della lettura”, ogni romanzo ha un diverso modo di essere letto. Il lettore
perfetto è il lettore implicito. E ogni libro non scritto ne ha uno”.
Si parla molto di fondamentalismo. Lei d'accordo sul fatto che nel mondo sia
in crescita?
“Bush flirta apertamente con il fondamentalismo religioso, e si vede dalle sue
politiche sull'aborto o in campo medico. Ma non lo definirei fondamentalismo,
piuttosto militarismo o imperialismo. Il fondamentalismo di per sé non è una cosa
negativa: se uno vuole vivere seguendo una guida, va bene. Il problema è il fondamentalismo
religioso, che passa sopra i diritti umani e annulla i vantaggi della modernità”.
Cosa pensa della possibile entrata della Turchia nell'Unione europea?
“Sono cresciuto in una famiglia occidentalizzata, per me è naturale pensare alla
Turchia in Europa. Però, anche mettendo da parte il sentimento, per la Turchia
sarebbe politicamente importante entrare nell'Unione europea: verrebbe garantito
uno stato di diritto, migliorerebbe l'economia, l'esercito non interverrebbe più
nella politica, ci sarebbero maggiori garanzie per i diritti umani.
Un'entrata nella Turchia sarebbe però importante anche per l'Europa. L'Europa
dovrebbe essere basata sugli ideali di “liberté, égalité, fraternité”, non sul cristianesimo. Se la Ue è definita come cristiana, allora no, per
la Turchia non c'è posto. Ma se l'Europa è un prodotto del Rinascimento e dell'Illuminismo,
la Turchia deve farne parte”.
E sulla questione del velo islamico, qual è la sua opinione?
“La questione del velo non riguarda il fondamentalismo. Alcuni sondaggi mostrano
che il 70 percento delle donne turche porta il velo, ma non tutte votano per i
partiti islamici: il velo fa anche parte della tradizione. La materia è delicata,
e più pensi di avere risposte, più diventi parte del problema, un altro professore
con un'opinione su come dovrebbero essere le cose. In realtà, sia i laici sia
i fondamentalisti traggono vantaggio da questo tema. Le figlie del primo ministro
Erdogan studiano negli Stati Uniti perché in Turchia non potrebbero andare all'università
con il velo, ma intanto lui è al potere. Io mi sentirei solo di dire: siate umani,
affrontate il problema con delicatezza. Cerchiamo di affrontare i problemi politici
attraverso la bellezza della letteratura”.