06/08/2007
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La guerra civile non impedisce alle compagnie petrolifere di fare affari nel Paese
Se la Somalia, attualmente, non è il posto migliore per fare affari, dilaniata
com'è dalla guerra civile e con un governo tenuto in piedi solo dalle truppe etiopi,
anche così il Paese ha attirato l'interesse dei pionieri dell'energia. A guidare
la corsa al far west somalo non sono solo le immancabili compagnie petrolifere cinesi, ma anche le
australiane e una new entry africana, che negli ultimi quattro anni hanno siglato contratti di esplorazione
con le autorità del Somaliland e del Puntland. A dimostrazione di come la fame
di petrolio non si fermi neanche davanti alla guerra.
Somalia. L'interesse delle compagnie petrolifere per la Somalia non è nuova: già negli
anni '80 colossi energetici come la Shell, la Conoco, la Chevron e l'Eni condussero esplorazioni nel Paese, salvo dover fuggire nel 1991 allo scoppio
della guerra civile. Da allora e fino al 2003, nessuna compagnia ha avuto il coraggio
di rientrare in un Paese senza un governo riconosciuto e in ostaggio dei signori
della guerra. Fino a quando il prezzo e la domanda internazionale di petrolio
non hanno fatto diventare appetibili anche gli stati ad alto rischio.
Somaliland. Proclamatosi indipendente nel 1991, ma non riconosciuto dalla comunità internazionale,
il Somaliland ha siglato nel 2003 un contratto di esplorazione con l'australiana
Ophir Energy, il 50 percento della quale è controllato dalla sudafricana
Mvelaphanda Holdings. La
Ophir ha ottenuto una licenza di esplorazione che copre più di 14 mila kmq, i cui
dettagli non sono stati resi pubblici. Secondo quanto comunicato a
PeaceReporter dal direttore della compagnia, Alan Stein, nonostante alcuni studi preliminari
i lavori sarebbero ancora in alto mare, tanto che non sono ancora disponibili
stime attendibili sulle risorse sfruttabili.
Ma più che l'effettiva esistenza dei giacimenti (probabile visto l'identica conformazione
geologica delle coste somala e yemenita, dove il petrolio è già stato trovato),
quello che lascia perplessi è lo status internazionale della regione. Se è vero
che il Somaliland è molto più stabile e sviluppato della “madrepatria”, finora
né l'Unione Africana né le Nazioni Unite hanno riconosciuto al territorio lo status
di repubblica indipendente. Cosa succederebbe nella (improbabile al momento) evenienza
che una Somalia pacificata decidesse di rivendicare la sovranità sulla regione,
invalidando così i contratti siglati dal governo di Hargeisa? Su questo punto,
Stein ha preferito glissare, dichiarando solo che “la compagnia ha avviato un'analisi
politica della situazione”.
Puntland. Ancora più complessa la situazione del Puntland, regione autonoma separatasi
di fatto dalla Somalia allo scoppio della guerra civile. Le autorità della regione
hanno stipulato negli ultimi due anni due contratti di esplorazione con un consorzio
cinese, composto dalle compagnie
Cnooc e
China International Oil and Gas, e con l'australiana
Range Resources. Una notizia non gradita da parte del governo somalo: se il presidente Abdulahi
Yusuf, originario del Puntland, ha dato il via libera all'accordo, il premier
Mohammed Ghedi ha fatto sapere che sarebbe in corso di approvazione una nuova
legge sulle concessioni petrolifere, che costringerebbe a rinegoziare tutti i
contratti stipulati precedentemente.
Oltre a ciò, ci sono da considerare i contratti in essere alla caduta del regime
di Siad Barre, nel 1991. Sul suo sito internet, la Range Resources ha reso noto di aver chiesto una consulenza legale sulla questione, in base
alla quale sarebbe emerso che, essendo stata la Somalia per 14 anni senza un governo
riconosciuto, i contratti precedenti avrebbero perso validità “de facto”. La questione
rimane però controversa, visto che due esperti di diritto economico internazionale
interpellati da PeaceReporter non sono stati in grado di dare una risposta certa.
Incognite. Nonostante tutte le incognite politiche e legali, la giostra del petrolio non
si fermerà, anche perché per le piccole compagnie del settore investire in Paesi
ad alto rischio è spesso l'unica chance di potersi fare largo in mezzo ai colossi dell'energia. Magari per rivendere
loro le stesse concessioni, a prezzo maggiorato, una volta che la Somalia si stabilizzasse.
Uno scenario improbabile, ma non impossibile. E questo, i pionieri dell'energia
lo sanno bene.
Matteo Fagotto
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