Con una larghissima maggioranza, 507 voti a favore e 19 contrari, il Parlamento
turco ha approvato la mozione del governo che autorizza i militari a intervenire
nel Kurdistan iracheno per stroncare la guerriglia indipendentista del Pkk (Partito
dei lavoratori curdi). Il Premier turco, Recep Tayyip Erdogan, ha spiegato che
il via libera della Camera non implica l'avvio automatico e imminente di una campagna
militare su vasta scala, e che le opzioni diplomatiche rimangono aperte. Le reazioni
internazionali alla decisione del Parlamento turco, prima tra tutte quella di
Washington, non nascondono tuttavia la preoccupazione che un eventuale sconfinamento
in Iraq dell'esercito turco possa provocare una pericolosa destabilizzazione dell'area.
Un timore dettato soprattutto dal fatto che la Turchia costituisce uno snodo logistico
fondamentale per la guerra americana all'Iraq. Da qui transita il 70 percento
dei trasporti cargo aerei diretti nel Paese mediorientale.
Invito alla moderazione. Il presidente americano George W. Bush ha chiarito ieri ad Ankara che "non è
nel suo interesse inviare truppe nell'Iraq del nord" e che "esiste un modo migliore
per risolvere il problema". Bush ha anche fatto riferimento alla risoluzione della
Commissione Esteri della Camera degli Stati Uniti sul genocidio degli armeni (che
il Congresso è chiamato a discutere prossimamente) definendola "controproducente".
"Una cosa che il Congresso non dovrebbe fare - ha detto Bush - è voler metter
mano agli eventi storici dell'Impero Ottomano". Con la mozione, la Commissione
vorrebbe che il massacro di 1,5 milioni di armeni da parte dell'Impero Ottomano
durante la Prima guerra mondiale venga definito "genocidio". Una decisione che
la scorsa settimana ha scatenato l'ira e la condanna del presidente Abdullah Gul,
che ha definito 'inaccettabile' il documento e messo in guardia sul possibile
deterioramento dei rapporti Turchia-Usa.
Autonomia. Il Primo ministro iracheno, Nouri al-Maliki, ha incontrato Erdogan, offrendo
la propria collaborazione e gli 'strumenti adeguati' per "impedire le azioni dei
terroristi del Pkk", mentre il leader siriano Bashar Assad, in visita in Turchia,
ha manifestato il sostegno del suo Paese al "diritto di Ankara di intraprendere
le giuste azioni contro qualsiasi attività terroristica". Il governo autonomo
del Kurdistan iracheno, oltre a negare di fornire sostegno al Pkk, ha fatto invece
sapere che ogni intervento turco nella loro regione è illegale. Nonostante vi
sia già un accordo, siglato a fine settembre, tra Ankara e Baghdad, l'Iraq non
ha mai pianificato la dislocazione di truppe nel Kurdistan iracheno, lasciando
alle autorità regionali la gestione del problema. I ribelli del Pkk combattono
dal 1984 per l'autonomia delle regioni sud-orientali della Turchia, a maggioranza
curda. Decine di campagne militari nell'area non sono riuscite a eradicare la
violenza della guerriglia, che ha provocato migliaia di morti dall'una e dall'altra
parte.
Quali 'strumenti'? Malgrado gli appelli internazionali alla moderazione, la mozione approvata dal
Parlamento turco potrebbe aver sancito la fine di una politica nella quale le
ragioni - e le pressioni - dell'Alleanza Atlantica hanno sinora prevalso sulla
tentazione di un uso massiccio della forza. Per averne conferma occorrerà verificare,
nell'annunciata cooperazione con Baghdad, se gli 'strumenti adeguati' per risolvere
il problema curdo saranno proprio quelli che gli Stati Uniti temono. Strumenti il
cui utilizzo Washington ha sempre negato ad Ankara, opponendosi ad ogni intervento
esterno, nello sforzo sempre più arduo e disperato di stabilizzare l'Iraq.