Potevano pensarci prima, è il
commento più moderato che possa venire in mente alla notizia
che, sabato pomeriggio, il parlamento iracheno ha votato una legge
che riabilita i vecchi iscritti al partito Baath rendendo possibile
un ritorno degli stessi alla vita pubblica dell'Iraq.
Un paese allo sbando. Dopo
l'invasione militare del 20 marzo 2003, tutti gli apparati statali
iracheni erano collassati e, una volta vinta la resistenza
dell'esercito iracheno all'inizio di maggio dello stesso anno,
l'amministrazione civile guidata da Paul Bremer, instaurata dalle
truppe della Coalizione, aveva dichiarato disciolti il partito Baath,
l'esercito e la polizia, sprofondando l'Iraq nell'anarchia sanguinosa
che ancora rende un inferno la vita degli iracheni.
Subito dopo
la decisione di Bremer, alla luce del disastro che si andava
delineando, molti osservatori avevano imputato la mattanza irachena
proprio alla frettolosa dismissione di un apparato capillare come
quello del regime di Saddam. Situazione aggravata dal fatto che ai
vecchi iscritti al partito Baath di Saddam erano state disconosciute
le spettanze previdenziali, spingendo così molti uomini sulla
via della guerriglia armata e del crimine comune, essendosi trovati
nel giro di pochi mesi a non avere di che sostentarsi.
La legge
approvata sabato, chiamata
Accountability and Justice bill, si
articola in tre punti chiave: i quadri di livello intermedio e
inferiore del partito Paath possono ritornare a lavorare nel settore
pubblico, tutti i baathisti riceveranno una pensione, mentre restano
banditi i quadri chiave della formazione di Saddam, molti dei quali
sono però morti o in carcere.
Il patto con il
diavolo. ''La legge che è stata votata è davvero un
buon segnale di progresso e porterà grandi benefici a tante
persone. Ed è ancora più importante che l'opposizione
al testo sia stata minima'', ha commentato Rasheed al-Azzawi, membro
del comitato parlamentare che si è occupato di redigere la
legge, ''anche perché il testo precedente era stato vissuto
come una punizione collettiva da parte di tutit i sunniti iracheni''.
I sunniti infatti, come lo stesso Saddam, pur essendo una minoranza
nel paese, avevano sempre dominato la vita politica ed economica
dell'Iraq quando c'era il regime.
Questa situazione aveva
prodotto, pur con mezzi discutibili, una classe dirigente che aveva
guidato il paese per quasi venti anni, non facile da sostituire in
pochi mesi.
Si completa così una strategia iniziata quando
l'ambasciatore Usa a Baghdad era ancora John Negroponte, l'eminenza
grigia con una lunga esperienza nella Cia, che per primo aveva capito
come fosse necessario trattare con la vecchia struttura del Baath e
del deposto regime per venire a capo della resistenza alla
Coalizione.
Il trionfo della realpolitick.
Il primo passo del cammino, continuato anche dal successore di
Negroponte, Zalmay Khalilzad, era stato quello di spaccare il fronte
sunnita della resistenza, scendendo a patti con i gruppi formatisi
tra le file del vecchio esercito e della polizia. Sabato si è
passati alla riabilitazione dei quadri intermedi del partito,
ottenendo così un vantaggio che, per cinque anni, è
stato colpevolmente ignorato causando lutti e sofferenza alla
popolazione civile irachena. Anche perché, in nome della
realpolitick, è stata determinante la mediazione del partito
Baath siriano, con il quale l'Iraq non aveva più rapporti da
tempo, ma che una volta caduto il regime ha riallacciato i rapporti
con i vecchi militanti iracheni. Il regime di Assad a Damasco ha
infatti avallato l'esecuzione di Saddam, con il quale era ai ferri
corti fin dall'attacco all'Iran nel 1980, ma la situazione è
mutata. Come è mutata, almeno in alcuni settori del Pentagono,
la percezione della Siria che pur inserita nell'asse del male, resta
un elemento strategico vitale per stabilizzare l'Iraq. Peccato non
averci pensato prima.