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La Stampa di ieri è uscito
un reportage dall’Afghanistan, scritto da Luciano Violante.
L’ex magistrato ed ex presidente della Camera, esponente di spicco dei Ds e oggi
del Pd (non ricandidatosi alle ultime elezioni), scrive: “In Afghanistan, noi italiani garantiamo sicurezza, distribuiamo viveri e attrezzature,
curiamo le persone, i nostri veterinari curano le bestie ammalate (…). Noi non
abbiamo bombardato. (…) Forse è così che si esporta la democrazia”.
O forse no. Soprattutto se queste attività umanitarie militari – tutt’altro che
disinteressate, in quanto usate come ‘armi psicologiche’ per ottenere la collaborazione
della popolazione locale – si accompagnano a operazioni belliche, non solo difensive,
cui le forze italiane partecipano da oltre un anno e mezzo. Con gli inevitabili
‘danni collaterali’ che ne conseguono.
Dottor Violante, nel suo reportage non si fa cenno alla partecipazione delle
nostre truppe a operazioni di guerra.
Io ho scritto quel che ho visto. E non ho visto operazioni di guerra, né ne ho
sentito parlare ai briefing militari cui ho avuto modo di assistere.
Certo, ma scrivere considerazioni generali sulla nostra missione militare senza
parlare dei nostri soldati impegnati a fare la guerra non le pare scorretto?
Noi non siamo in Afghanistan per fare la guerra: quella la fanno gli americani
di Enduring Freedom. La missione Isaf, di cui noi facciamo parte, ha lo scopo
di offrire assistenza e sicurezza alla popolazione. Certo, se un nostro convoglio
militare viene attaccato, i nostri soldati rispondono al fuoco.
Ma dall’estate 2006 anche la missione Isaf a guida Nato è impegnata nella guerra
ai talebani, esattamente come Enduring Freedom. Dal 2006 le nostre forze speciali
impegnate nell’operazione ‘Sarissa’ e la nostra Forza di reazione rapida dotata di carri cingolati ed elicotteri
da guerra hanno partecipato a molti combattimenti, anche vere e proprie offensive, non solo azioni difensive.
Io non ho visto niente del genere, e non ne ho sentito nemmeno parlare dai nostri
militari. E’ ovvio che collaboriamo con gli alleati nel contrastare i talebani,
ma lo facciamo nel rispetto delle regole d’ingaggio. Noi italiani non bombardiamo!
Ma siamo a pieno titolo parte di una missione che lo fa: le forze Nato bombardano
villaggi e fanno stragi di civili. E anche le forze italiane sono state coinvolte
in azioni che hanno causato vittime civili: all’inizio di febbraio, le autorità
locali afgane hanno denunciato un raid condotto da truppe italiane che avrebbe causato una decina di vittime civili.
Di questo non so nulla, a me non risulta. Noi italiani non facciamo la guerra.
Noi costruiamo scuole, ospedali e altre strutture utili alla popolazione. Lo ho
visto a Kabul, l’ho visto a Herat. E’ così che combattiamo contro i talebani,
che invece le scuole le distruggono: guadagnandoci la fiducia della popolazione.
Numerose Ong internazionali, recentemente l’Oxfam, hanno denunciato un uso 'militare' degli aiuti alla popolazione, usati come
moneta di scambio per ottenere informazioni sul nemico, per ricattare le comunità
locali: aiuti solo a chi collabora.
Questo potrebbe essere accaduto, ma non agli italiani, il cui operato è estremamente
apprezzato dalle popolazioni locali. Portare dalla propria parte la gente aiutandola
mi pare un obiettivo più che legittimo.
Nel suo articolo scrive che la Nato fa bene a chiedere più truppe. Quindi per
lei la strategia attuale è quella giusta per risolvere il conflitto afgano?
Più truppe sono necessarie per garantire la sicurezza in un territorio così vasto.
I talebani vanno combattuti e sconfitti. Non ci sono alternative, se non quelle
di consegnare il Paese nelle loro mani. E questo, come ho scritto, sarebbe un
pericolo per tutta la regione e per tutto l’Occidente, Italia compresa.