Ieri sera il ministro degli Esteri, Franco Frattini, dopo aver incontrato il
suo omologo canadese Maxime Bernier, ha scoperto le carte del governo Berlusconi
sull’impegno militare italiano in Afghanistan. Frattini ha dichiarato che “c’è
bisogno di adeguarsi rapidamente alle minacce” e che quindi l’Italia è “pronta
a discutere con la Nato la revisione dei caveat” al fine di garantire una “maggiore efficacia e flessibilità di impiego delle
nostre truppe”. Il ministro ha detto che questi cambiamenti verranno discussi
alla conferenza sull’Afghanistan in programma per il 12 giugno a Parigi. E saranno
resi operativi ad agosto, quando l’Italia lascerà il comando della capitale Kabul
ai francesi, spostando tutto il contingente (2.600 soldati) sul fronte occidentale
di Herat e Farah.
L’origine dei caveat italiani nella primavera 2006. I
caveat sono le limitazioni imposte dal governo nazionale all’impiego delle truppe che
operano in una missione internazionale. Essi riguardano due aspetti: l’area geografica
di operazione e le regole d’ingaggio. Quando, nel maggio 2006, il generale britannico
David Richards sostituì il generale italiano Mauro del Vecchio al comando della
missione Isaf, la Nato stabilì che tutte le forze speciali e le forze aeree dei
contingenti nazionali dovevano essere liberamente impiegabili su tutto il territorio
afgano (anche sul fronte meridionale di Helmand-Kandahar) anche in operazioni
offensive preventive. Il governo Prodi impose subito dei
caveat che impedivano alle nostre truppe e ai nostri mezzi aerei di operare fuori dalle
province del settore occidentale (Herat, Farah, Ghor, Baghis) e di prendere parte
a operazioni di guerra che non fossero azioni di difesa. Fu stabilito che le deroghe
a questi
caveat erano possibili solo previa autorizzazione del governo italiano, rilasciata
non prima di 72 ore dalla richiesta dei comandi Nato.
Il loro progressivo allentamento da fine 2006 a oggi. Pochi mesi dopo, su pressione di Stati Uniti, Gran Bretagna e Canada, il governo
di centro-sinistra autorizzò segretamente una maggiore flessibilità nel rispetto
dei
caveat. Questo permise un sostanziale adattamento dell’Italia alle nuove regole d’ingaggio
della Nato e quindi la partecipazione dei nostri soldati e delle nostre forze
speciali a
diverse operazioni di combattimento, offensive e non più solo difensive. La limitazione geografica dell’impiego
del nostro contingente è rimasta invece sempre in vigore: i nostri elicotteri
non vennero inviati in soccorso dei britannici circondati dai talebani a Musa
Qala, le nostre truppe, comprese le forze speciali, non hanno mai varcato i confini
meridionali del settore ovest. Ma nei mesi scorsi anche questa limitazione pare
sia venuta meno: secondo indiscrezioni, a marzo il governo Prodi ha autorizzato
la partecipazione degli incursori italiani della Task Force 45 a un’operazione
anti-guerriglia (ufficialmente si trattava di un’esercitazione) delle Sas britanniche
e dei Berretti Verdi statunitensi nelle province meridionali di Helmand e Kandahar.
In concreto, ecco cosa cambierà dalla prossima estate. Frattini ha parlato di “revisione”, non di “abolizione” dei
caevat. E’ quindi probabile che a Parigi l’Italia proporrà semplicemente di rendere
ufficiali e stabili le ‘concessioni’ ufficiose e occasionali già fatte dal precedente
esecutivo. Ciò significa quindi che, da agosto in poi, i duecento incursori italiani
della Task Force 45 e i nostri elicotteri da guerra della Task Force Fenice potranno
venire liberamente e stabilmente impiegati nella guerra contro i talebani nel
sud dell’Afghanistan. E che le mille truppe italiane da combattimento dei due
Battle Group attivi dalla prossima estate nel settore ovest potranno operare con le regole
d’ingaggio Nato, quindi non dovranno più limitarsi a entrare in azione solo in
caso di attacco talebano, ma potranno effettuare anche operazioni offensive preventive
come fanno oggi le truppe Usa, britanniche e canadesi nel settore meridionale.
Con buona pace dell’articolo 11 della Costituzione, secondo cui “l’Italia ripudia
la guerra”.