I curdi aprono alla divisione del potere nella città di Kirkuk, con la benedizione della Turchia
Dopo
anni di stallo politico e manovre sotterranee per prendere il
controllo di Kirkuk, nel nord dell'Iraq, si profila un accordo tra il
governo regionale curdo e gli altri partiti della provincia
petrolifera, con la tacita approvazione di Baghdad e della Turchia.
L'annuncio viene da Nechirvan Barzani, premier della regione del
Kurdistan iracheno: “A Kirkuk i curdi sono pronti alla divisione
del potere, stiamo spingendo per trovare una soluzione” ha
spiegato, e poi ha aggiunto: “Che non sia necessariamente il
referendum”.

La
vicenda di Kirkuk è fortemente legata alla storia dei curdi
iracheni, che ne reclamano il possesso da decenni. Nel 1975 il nonno
di Nechirvan Barzani, Mustafa, perse l'autonomia della regione curda
proprio perché si rifiutò di cedere il controllo di
Kirkuk al governo centrale di Baghdad. In seguito, Saddam Hussein
iniziò una campagna di trasferimenti forzati di popolazione
araba verso la città per contrastare la maggioranza curda, che
in buona parte si trasferì in altre zone del nord dell'Iraq.
Dopo l'invasione Usa del 2003 e la caduta di Saddam la situazione si
ribaltò, con i curdi che tornavano in massa a Kirkuk per
vincere le elezioni locali e con la speranza di annettere la città
e i suoi pozzi di petrolio alla regione del Kurdistan. Secondo la
costituzione irachena, lo status della provincia doveva essere deciso
lo scorso dicembre da un referendum, che per lo stallo politico è
stato rimandato a giugno 2008. Ora, forse, un accordo politico
potrebbe evitare la consultazione.

Soddisfatti
di queste aperture sono stati da subito i leader turcomanni, che sono
la seconda componente della provincia. “La leadership turcomanna ha
realizzato che i problemi di Kirkuk potranno essere risolti solo con
il dialogo” ha dichiarato Fawzi Akram Tarzi, un turcomanno che fa
parte del movimento di Al Sadr. L'annuncio di oggi potrebbe
disinnescare una situazione esplosiva per tutte le parti in causa.
L'esercito Usa finora aveva cercato di evitare operazioni militari
nella città, proprio per il timore che da lì potesse
ripartire la guerra civile. Mentre i leader curdi si trovano a
gestire pressioni opposte: da un lato gli Stati Uniti e la Turchia,
che premono perchè rinuncino al controllo di Kirkuk,
dall'altro la popolazione curda, che non gradisce l'ipotesi di
lasciare la città al di fuori dalla regione. La decisione di
appoggiare un compromesso su Kirkuk potrebbe danneggiare la
popolarità dei partiti curdi tra la popolazione del kurdistan
che, però, potrebbe ricevere alcune concessioni economiche.

Se
la spartizione del potere a Kirkuk andasse in porto, in cambio il
governo iracheno riconoscerebbe la validità degli appalti
multimilionari sottoscritti dalle autorità curde con compagnie
petrolifere non molto gradite a Baghdad e a Washington. Non solo, la
regione potrebbe aprirsi al mondo attraverso la Turchia, che potrebbe
passare dal ruolo di nemico a quello di principale partner economico.
La posta in gioco promette insomma di essere ricca. L'entità
degli scambi commerciali tra Turchia e Kurdistan iracheno ha
raggiunto gli 8 miliardi di dollari dal 2003, e le compagnie turche
che fanno già affari nella regione sono oltre 300. “La
Turchia è la porta del Kurdistan verso l'Europa” spiega
Yusif Mohamen, docente di scienze politiche a Suleimaniyah, “se
entrambe le parti ottengono quel che desiderano non ci vorrà
molto per l'apertura di un consolato turco a Erbil”.
Sul
piatto della bilancia però grava ancora un problema: quello
delle milizie curde del Pkk, che sono in lotta da decenni con il
governo di Ankara e trovano rifugio sui monti del Kurdistan iracheno.
Ankara chiede alle autorità locali di smantellarle, ma quelle
non lo possono fare per non alienarsi la popolazione, che in generale
le sostiene. Così finora i leader curdi si sono limitati a
invitare le milizie del Pkk, accampate sui monti Qandil, a non
attaccare la Turchia dal territorio iracheno. La costante tensione e
i frequenti bombardamenti al confine, però, hanno danneggiato
il commercio e il passaggio delle merci. In molti ritengono che un
accordo su Kirkuk potrebbe immediatamente sbloccare anche quelle
difficoltà, portando ulteriori benefici economici alla
regione. Il prezzo da pagare per i leader curdi è la
cessazione del sostegno al Pkk e la perdita di un po' di consensi, ma
per gli affari, si sa, ogni compromesso è lecito.