La situazione in Iraq, dopo cinque anni di guerra, resta instabile. Al calo delle violenze quotidiane non fa riscontro un miglioramento delle condizioni generali di sicurezza del Paese. In particolare l'Iraq meridionale e le zone attorno a Mosul e Kirkuk restano ingestibili per il governo di Baghdad che, pur a denti stretti, ammette di non averne il controllo.
Ancora un'operazione al sud.
''Abbiamo preparato un'operazione nel sud del Paese con molta cura,
non solo dal punto di vista militare, ma anche sociale, politico e
religioso''. Il generale Tariq Abdul Wahab, comandante delle
operazioni militari ad Amara, principale città della regione
di Misan, nell'Iraq meridionale, ha annunciato così, ieri,
alla televisione di stato, la nuova offensiva della polizia e
dell'esercito iracheni. La dinamica dell'azione, che ricorda quella
avvenuta all'inizio di aprile a Bassora, costata la vita a più
di trecento persone, o quella avvenuta a Mosul il mese scorso, nella
quale vennero arrestate almeno ottocento persone. Migliaia di agenti
di polizia e di militari, che conteranno sull'appoggio Usa, sono già
arrivati ad Amara, dove è previsto un vasto rastrellamento
nella prossime ore. Sempre più la tendenza pare quella delle
macro operazioni, invece dello stillicidio quotidiano di pattuglie e
check – point, costati la vita a migliaia di poliziotti e soldati.
'Dal punto di vista sociale'', ha
detto Wahab, ''abbiamo avuto numerosi incontri con capi tribù
locali per coordinare con loro l'azione e per stimolare la nascita
di comitati nella popolazione civile''. Operazioni mirate, in forze,
annunciate molto prima e che cercano di contare sulla collaborazione
della popolazione locale: sono questi i presupposti che
caratterizzano questa strategia, chiamata ''promessa di pace''.
Il nodo dell'accordo con gli Usa.
Il governo di Baghdad cerca in ogni modo, mediatizzando quanto più
è possibile queste operazioni, di guadagnare consenso nel
Paese. In vista di quella che potrebbe diventare, dopo un periodo di
scarsa sicurezza ma di oggettivo calo della tensione, una patata
bollente di difficile gestione: l'accordo quadro che regolerà
i rapporti tra Iraq e Usa nel futuro. Le prime indiscrezioni hanno
fatto gridare alla 'svendita della nazione' molti iracheni, che
ritengono un'inaccettabile perdita di sovranità la sostanziale
impunità garantita agli statunitensi in Iraq e la possibilità
concessa a Washington di mettere le mani sulle risorse irachene. Dopo
le polemiche dei gironi scorsi, lo stesso premier iracheno Nouri
al-Maliki si è impegnato in prima persona nei colloqui con i
mediatori Usa. L'ultima bozza di accordo, che dovrebbe essere
formalizzata entro luglio, secondo le indiscrezioni pubblicate dal
giornale arabo al-Quds al-Arabi, prevede la gestione delle
carceri agli iracheni ma ancora grandi poteri agli Stati Uniti
d'America. Le trattative non sono naufragate comunque, come scritto
nei giorni scorsi da alcuni giornali, coma ha tenuto a precisare ieri
Hoshyar Zebari, ministro degli Esteri iracheno, che ha dichiarato che
''le trattative sono in corso e non vi è stata alcuna impasse.
Arriveremo a firmare l'accordo, magari prima di luglio''.
Moqtada aspetta a muovere le sue
pedine. La scadenza, per quanto non impellente, è
importante. Il nodo va sciolto prima delle elezioni amministrative,
previste in un primo momento per ottobre ma rinviate a data da
destinarsi per il mancato accordo tra le forze politiche rispetto
alla legge elettorale. Il problema, legge elettorale a parte, è
che nessuno vuole votare prima di conoscere il contenuto dell'accordo
quadro con gli Usa. In particolare la corrente di Moqtada al-Sadr,
l'ayatollah radicale sciita che conta su un nutrito gruppo di
deputati e che non vuole offuscare la sua immagine di fiero
oppositore dell'occupazione a stelle e strisce stringendo accordi con
la maggioranza di governo. Sadr, però, si è dimostrato
spesso più pragmatico di quanto non lasci intendere nei suoi
discorsi e un alleanza con Maliki (sciita anche lui, ma moderato) gli
garantirebbe il governo. Per ora gli uomini di Sadr hanno tenuto un
atteggiamento attendista, annunciando che da un lato non
presenteranno candidature alle amministrative, ma dall'altro lato non
inviteranno neanche i loro sostenitori al boicottaggio del voto.
Aspettano e valutano, anche per questo
è importante conoscere quanto prima i contenuti della legge
quadro.
Christian Elia