17/06/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Il governo di Baghdad annuncia una nuova operazione in grande stile nell'Iraq meridionale, mentre cresce la tensione per l'accordo quadro con gli Usa

La situazione in Iraq, dopo cinque anni di guerra, resta instabile. Al calo delle violenze quotidiane non fa riscontro un miglioramento delle condizioni generali di sicurezza del Paese. In particolare l'Iraq meridionale e le zone attorno a Mosul e Kirkuk restano ingestibili per il governo di Baghdad che, pur a denti stretti, ammette di non averne il controllo.

Ancora un'operazione al sud. ''Abbiamo preparato un'operazione nel sud del Paese con molta cura, non solo dal punto di vista militare, ma anche sociale, politico e religioso''. Il generale Tariq Abdul Wahab, comandante delle operazioni militari ad Amara, principale città della regione di Misan, nell'Iraq meridionale, ha annunciato così, ieri, alla televisione di stato, la nuova offensiva della polizia e dell'esercito iracheni. La dinamica dell'azione, che ricorda quella avvenuta all'inizio di aprile a Bassora, costata la vita a più di trecento persone, o quella avvenuta a Mosul il mese scorso, nella quale vennero arrestate almeno ottocento persone. Migliaia di agenti di polizia e di militari, che conteranno sull'appoggio Usa, sono già arrivati ad Amara, dove è previsto un vasto rastrellamento nella prossime ore. Sempre più la tendenza pare quella delle macro operazioni, invece dello stillicidio quotidiano di pattuglie e check – point, costati la vita a migliaia di poliziotti e soldati.
'Dal punto di vista sociale'', ha detto Wahab, ''abbiamo avuto numerosi incontri con capi tribù locali per coordinare con loro l'azione e per stimolare la nascita di comitati nella popolazione civile''. Operazioni mirate, in forze, annunciate molto prima e che cercano di contare sulla collaborazione della popolazione locale: sono questi i presupposti che caratterizzano questa strategia, chiamata ''promessa di pace''.

Il nodo dell'accordo con gli Usa.
Il governo di Baghdad cerca in ogni modo, mediatizzando quanto più è possibile queste operazioni, di guadagnare consenso nel Paese. In vista di quella che potrebbe diventare, dopo un periodo di scarsa sicurezza ma di oggettivo calo della tensione, una patata bollente di difficile gestione: l'accordo quadro che regolerà i rapporti tra Iraq e Usa nel futuro. Le prime indiscrezioni hanno fatto gridare alla 'svendita della nazione' molti iracheni, che ritengono un'inaccettabile perdita di sovranità la sostanziale impunità garantita agli statunitensi in Iraq e la possibilità concessa a Washington di mettere le mani sulle risorse irachene. Dopo le polemiche dei gironi scorsi, lo stesso premier iracheno Nouri al-Maliki si è impegnato in prima persona nei colloqui con i mediatori Usa. L'ultima bozza di accordo, che dovrebbe essere formalizzata entro luglio, secondo le indiscrezioni pubblicate dal giornale arabo al-Quds al-Arabi, prevede la gestione delle carceri agli iracheni ma ancora grandi poteri agli Stati Uniti d'America. Le trattative non sono naufragate comunque, come scritto nei giorni scorsi da alcuni giornali, coma ha tenuto a precisare ieri Hoshyar Zebari, ministro degli Esteri iracheno, che ha dichiarato che ''le trattative sono in corso e non vi è stata alcuna impasse. Arriveremo a firmare l'accordo, magari prima di luglio''.

Moqtada aspetta a muovere le sue pedine.
La scadenza, per quanto non impellente, è importante. Il nodo va sciolto prima delle elezioni amministrative, previste in un primo momento per ottobre ma rinviate a data da destinarsi per il mancato accordo tra le forze politiche rispetto alla legge elettorale. Il problema, legge elettorale a parte, è che nessuno vuole votare prima di conoscere il contenuto dell'accordo quadro con gli Usa. In particolare la corrente di Moqtada al-Sadr, l'ayatollah radicale sciita che conta su un nutrito gruppo di deputati e che non vuole offuscare la sua immagine di fiero oppositore dell'occupazione a stelle e strisce stringendo accordi con la maggioranza di governo. Sadr, però, si è dimostrato spesso più pragmatico di quanto non lasci intendere nei suoi discorsi e un alleanza con Maliki (sciita anche lui, ma moderato) gli garantirebbe il governo. Per ora gli uomini di Sadr hanno tenuto un atteggiamento attendista, annunciando che da un lato non presenteranno candidature alle amministrative, ma dall'altro lato non inviteranno neanche i loro sostenitori al boicottaggio del voto.
Aspettano e valutano, anche per questo è importante conoscere quanto prima i contenuti della legge quadro.

Christian Elia

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