
Cosa sia accaduto il 9 luglio nei cieli
afgani di Shiwashan, sette chilometri da Herat, da oggi non sarà
più un mistero. Perché attraverso una fonte militare
arrivano i dettagli di quella sera, i fatti come sono descritti da
chi era lì e decise di non sparare, nonostante fosse
aggredito da 'fuoco ostile', per la presenza di civili nelle case da
dove partivano colpi di armi leggere.
Domenico Leggiero, responsabile del
comparto Difesa dell'Osservatorio militare, è noto per le sue
battaglie a favore dei militari affetti da patologie legate
all'esposizione all'uranio impoverito in teatri di guerra. Leggiero è
in grado di riportare la versione dei due piloti di elicottero,
protagonisti della notte del 9 luglio, che dopo aver passato alcuni
giorni all'ospedale militare romano del Celio, sono stati rispediti
nella base del 7° Reggimento Aviazione ‘Vega’ dell’Esercito,
a Rimini.
Erano due i Mangusta, in appoggio a
un'operazione medevac (evacuazione medica), con un elicottero
spagnolo che era intervenuto dopo un'imboscata in cui erano rimasti
intrappolati due blindati italiani “Lince”. Le uniche notizie
diffuse riguardavano il rifiuto di uno dei due Mangusta di aprire il
fuoco, con il conseguente ricovero dei piloti per sindrome da stress
post-traumatico.
Una lucida decisione. Secondo la
versione dei protagonisti – riportata da Leggiero – quella sera
l'intervento riguardò la copertura dell'elicottero medico che
evacuò due soldati italiani. Ma dopo l'imboscata, avvenuta
all’estrema periferia di Herat, e durante l’operazione di
evacuazione medica dei nostri feriti – il tenente Gabriele Rame e
l’aviere Francesco Manco – da un palazzo abitato della zona
vennero esplosi numerosi colpi di armi leggere. Il timone di coda
dell'eliambulanza venne 'sviolinato', graffiato, senza far danni. È
proprio a quel punto che i due piloti italiani, ognuno alla cloche di
un Mangusta, hanno valutato che rispondere al fuoco con i potenti
cannoncini rotanti da 20 millimetri avrebbe significato distruggere
l’edificio provocando sicuramente pesanti perdite tra i civili.
Quindi hanno optato per una manovra di disimpegno e hanno fatto
ritorno alla base. Il comando spagnolo non gradì. Di lì
la lamentela con il comandante italiano ad Herat per la mancata
copertura di fuoco da parte dei Mangusta. I due piloti, convocati dal
comandante per chiarimenti, hanno spiegato di aver lucidamente preso
la decisione di non rispondere al fuoco in accordo con le regole
d’ingaggio di una missione ufficialmente di pace, non di guerra, che consentono
di sparare se attaccati, ma solo se c’è la ragionevole
certezza di non provocare vittime civili.
Contro i due piloti non è stata
avviata alcuna procedura disciplinare: i comandi hanno preferito
rimpatriarli e ricoverarli per alcuni giorni all’ospedale militare
del Celio, dando in pasto alla stampa la storia dello stress.
Nessuno stress. La questione,
come si evince dalle differenze con le versioni ufficiali diffuse
fino a oggi, è quanto mai delicata. I due Mangusta, e non solo
uno, optarono per la manovra di disimpegno senza aprire il fuoco. E
non lo fecero degli equipaggi ‘stressati’, ma consapevoli di fare
una precisa scelta, nonostante le raffiche dirette verso di loro. “La
loro decisione – afferma Leggiero – è stata un atto di
alto profilo etico e morale, che come pilota mi sento di condividere
al cento per cento”.
Il secondo punto delicato riguarda
direttamente la politica e la propaganda dello Stato Maggiore
italiano. L'immagine dei due piloti circolata sui mezzi di
informazione è quella di due traumatizzati, quindi colpiti da
una sindrome che viene affiancata al fatto stesso di non aver voluto
aprire il fuoco. Sono più o meno sottili accostamenti che
sortiscono un effetto immediato nella ricezione di una notizia. Dai
resoconti diretti, invece, la situazione appare ben diversa, con una
scelta che poco ha a che spartire con il logoramento psico-fisico. Ma
che risponde, invece, a una presa di coscienza nella difficile
decisione di aprire o meno il fuoco su un palazzo abitato.
Cosa succederà adesso ai due
piloti, ormai rientrati alla base in Italia, passando per il Celio? L'unica certezza
delle nostre fonti è
che non li attende un roseo avvenire: in campo militare – ci dicono
– queste scelte si pagano. E la vendetta è un piatto che, in
quel mondo, viene servito freddo.