scritto per noi da
Matteo Fagotto
"A Mogadiscio nessuno depone le armi prima che sia raggiunto un accordo giusto,
che soddisfi tutti. Per questo al-Shabaab (la milizia ribelle delle ex-Corti islamiche,
ndr) sta reclutando sempre più uomini, di giorno in giorno". Con queste parole un
uomo d'affari di Mogadiscio, che preferisce non essere identificato per ragioni
di sicurezza, spiega a PeaceReporter l'attuale situazione somala. E fa capire come l'attentato di ieri a Mogadiscio
nella capitale, che ha provocato almeno venti morti e 47 feriti, sia la punta
dell'iceberg di una crisi che ha colpito la Somalia dopo la firma degli accordi
di Gibuti, lo scorso 9 giugno.

Da allora i ribelli, capeggiati dagli uomini delle ex-Corti islamiche, si sono
spaccati in due fazioni, mentre il governo è a un passo dalla crisi a causa delle
dimissioni, avvenute sabato scorso, di dieci ministri su 15. In queste condizioni
è impossibile sperare nel rispetto degli accordi di pace, come stanno mostrando
gli avvenimenti sul campo. Oltre all'attentato di ieri, nei giorni scorsi un'altra
bomba ha ucciso un peacekeeper dell'Unione Africana, mentre sabato gli insorti
hanno attaccato la base militare di Towfiq, nella zona nord della capitale.
La tregua è stata sconfessata dal cambio della guardia al vertice della ribellione,
la cui leadership politica ha trovato rifugio in Eritrea. L'ala più radicale delle
Corti, capeggiata da Sheikh Hassan Dahir Aweys, si è infatti opposta agli accordi
di Gibuti, firmati tra il governo e il più moderato Sheikh Sharif, ormai ex-capo
della ribellione. Prima di sedersi nuovamente al tavolo delle trattative le Corti,
ora ribattezzate Alliance for the Re-Liberation of Somalia, chiedono che le truppe etiopi, giunte in Somalia a sostegno del governo di
transizione, lascino il Paese. "Ho incontrato Sheikh Sharif a Gibuti nei giorni
scorsi", continua la nostra fonte, "per colpa di quella firma ha perso molti dei
favori della popolazione a Mogadiscio. E gli ultimi attacchi ne sono la prova".

A peggiorare la situazione è arrivata la crisi politica all'interno del governo,
dopo che sabato scorso 10 ministri su quindici hanno abbandonato l'esecutivo guidato
da Nur Hassan Hussein. L'errore più grave del premier è stato quello di aver provato
a rimuovere il sindaco di Mogadiscio (ed ex potentissimo signore della guerra),
Mohammed Dheere, per abuso di fondi pubblici. Dheere, a cui appartengono buona
parte degli uomini che combattono contro gli insorti, è stato subito rimesso al
suo posto dal presidente Abdullahi Yusuf. E se la storia insegna qualcosa, l'essersi
messo contro il sindaco di Mogadiscio costò l'incarico a Mohammed Gedi, predecessore
di Nur Hassan Hussein.
Nel marasma generale, la crisi umanitaria continua, acuita dal fatto che alcuni
recenti attacchi contro operatori di Ong e organizzazioni internazionali hanno
costretto le agenzie a ridurre gli aiuti. Le ultime cifre fornite dall'Onu parlano
di almeno 8.000 morti dal gennaio 2007, data dell'inizio della rivolta delle Corti,
e di un milione di sfollati solo a Mogadiscio. "Non credo più alla pace in questa
città", continua la nostra fonte. "L'unica speranza è che arrivi una forza di
pace seria e numerosa". Al momento a Mogadiscio sono presenti solo 1.500 uomini
forniti dall'Unione Africana. Troppo pochi per assicurare la pace nella Baghdad
d'Africa.