scritto per noi da
Matteo Fagotto
A un anno e mezzo dall'entrata delle sue truppe a Mogadiscio, il premier etiope
Meles Zenawi lancia il sasso nello stagno della crisi somala. In un'intervista
pubblicata ieri dal Financial Times, il Primo Ministro ha per la prima volta fatto riferimento in maniera concreta
a un ritiro dei suoi uomini dalla Somalia. Le spese militari per sostenere il
governo di transizione (Tfg) starebbero diventando sempre più pesanti per il governo
di Addis Abeba. La velata minaccia alla comunità internazionale avrà l'effetto
desiderato?

Entrate nel Paese a fine 2006 per appoggiare il Tfg contro le milizie delle Corti
islamiche, le truppe etiopi sono ancora il principale supporto militare del governo.
L'esercito somalo, i cui effettivi sono esigui e mal equipaggiati, non sarebbe
mai riuscito a sostenere l'urto dell'insorgenza islamica senza l'appoggio etiope.
Un appoggio costato caro all'Etiopia, alle prese da anni con problemi interni
legati a scarsi raccolti e carestie. Come lo stesso Zenawi ha ammesso durante
l'intervista, "l'operazione [in Somalia] si è rivelata estremamente costosa",
e "ogni dollaro speso in Somalia avrebbe potuto essere speso per far fronte a
questioni di natura interna". Per questo, Zenawi ha ribadito che l'impegno etiope
"non è a tempo indeterminato", e che l'Etiopia potrebbe ritirarsi anche se il
Tfg non fosse in grado di reggersi sulle proprie gambe.
Al momento, nella capitale Mogadiscio sono presenti 1.500 peacekeepers dell'Unione Africana provenienti da Uganda e Burundi. Dovrebbero essere 8.000,
ma gli stati che inizialmente avevano promesso l'invio di contingenti si sono
tirati indietro. In caso di ritiro dei soldati etiopi, la sorte del governo somalo
sarebbe segnata. "Allestire un contingente di pace internazionale sarebbe molto
difficile", fa sapere a PeaceReporter Christopher Clapham, professore presso il Centre for African Studies dell'Università di Cambridge. Difficile, ma forse non impossibile: per l'Etiopia
e gli Stati Uniti suoi alleati, lasciare la Somalia alle Corti islamiche significherebbe
buttare il lavoro di due anni. E permettere la nascita di uno stato islamico apertamente
ostile ad Addis Abeba, contro cui le Corti hanno dichiarato la guerra santa.

"Da una parte mi chiedo se alla lunga l'intervento etiope non abbia peggiorato
la situazione sul campo", continua Clapham. "Ma dall'altra il ritiro dell'unica
forza che garantisce un minimo di sicurezza sul territorio porterebbe a una destabilizzazione
ancora maggiore". Se si vuole vedere il bicchiere mezzo pieno, il ritiro del'Etiopia
è la precondizione che la ribellione islamica chiede per trattare con il governo.
Ma difficilmente le milizie ribelli, che guadagnano terreno conquistando città
strategiche, accetterebbero di trattare con un avversario alla loro mercé.