Tra poco più di una settimana il popolo afgano verrà chiamato alle urne per eleggere
il proprio presidente. Un’elezione presentata dalla Casa Bianca come la dimostrazione
del fatto che la guerra americana in Afghanistan e la cacciata dei talebani hanno
portato in quel paese la democrazia e la pace.
Ma sono ancora loro, i jangsalaran come li chiamano gli afgani, i ‘signori della
guerra’, che decidono le sorti dell’Afghanistan. Sono ancora loro che, con l’intimidazione,
il ricatto, la minaccia, la violenza e la corruzione, tirano le fila della vita
politica di questo paese.
“Alla fine succede sempre quello che vogliono loro”. Con questa frase – pronunciata
da un politico di Jalalabad – si apre l’inquietante rapporto pubblicato il 28
settembre dalla nota organizzazione statunitense Human Rights Watch (Hrw), intitolato
“La legge delle armi: abusi e repressione alla vigilia delle elezioni presidenziali
afgane” .
Le cinquantadue pagine del documento descrivono una situazione che non lascia
dubbi: l’Afghanistan non è pronto per queste elezioni, che non sono altro che
una frettolosa messa in scena utile a tutti meno che al popolo afgano.
Tradizionalmente gli afgani votano per il candidato indicato dai capi villaggio
e dai capi tribù. Secondo le testimonianze raccolte da Hrw i signori della guerra
che si sono candidati alle elezioni, o che sostengono un candidato, hanno adottato
in tutto il paese un sistema di campagna elettorale molto semplice ed efficace.
Hanno inviato propri emissari p resso i capi locali per minacciarli apertamente di morte nel caso in cui non
avessero ordinato alla gente del proprio villaggio o della propria tribù di votare
per il candidato giusto. La richiesta, oltre che da minacce, era sempre accompagnata
da grosse offerte di danaro. Nessuno ha detto di no.
A questo, secondo il rapporto, va sommata la sistematica pratica intimidatoria
e repressiva con cui i signori della guerra hanno impedito ai candidati indesiderati
di fare propaganda elettorale nel proprio territorio.
Questi fenomeni dovevano essere scongiurati da una legge che vietava la candidatura
a tutti coloro che erano a capo di fazioni politico-militari. Peccato che quasi
tutte le milizie private dei signori della guerra siano state nel frattempo formalmente
inquadrate nel nuovo Esercito Nazionale. E molti altri non hanno fatto altro che
creare una lista elettorale con un nome diverso dal proprio partito armato.
Questo per quanto riguarda la ‘libertà di scelta’ e il livello di democraticità
di queste elezioni. Note dolenti, secondo il rapporto, anche se si va a guardare
la rappresentatività e il livello di partecipazione al processo elettorale. Il
dato, trionfalmente sbandierato come prova di democrazia, secondo cui oltre dieci
milioni di afgani si sono registrati per il voto sarebbe assolutamente sovrastimato
perché molti si sono registrati più volte con nomi diversi pensando che la tessera
elettorale fosse anche una tessera per usufruire della distribuzione di derrate
alimentari. In realtà, secondo Hrw, gli iscritti effettivi sarebbero la metà:
un numero compreso tra i cinque e i sette milioni.
Infine il problema più evidente: quello della mancanza delle condizioni di sicurezza.
L’Afghanistan che andrà al voto non è un paese pacificato, non è un paese che
sta vivendo un difficile dopoguerra: è un paese dove la guerra continua. La resistenza
talebana, praticamente inesistente nel 2002, debole e disorganizzata nel 2003,
nel 2004 ha mostrato una forza inattesa, sottraendo di fatto al controllo governativo
tutte le province confinanti col Pakistan e provocando attentati e combattimenti
per un totale di un miglia io di morti.
Gli ultimi dodici ieri, nella provincia di Zabul, dove quattro guerriglieri talebani
e otto soldati governativi sono rimasti uccisi in una battaglia durata quattro
ore. Secondo i talebani i soldati uccisi sarebbero stati addirittura ventuno,
ma Kabul ha smentito.
Tutto questo però, purtroppo, sembra non importare a nessuno. Il nove ottobre
le televisioni occidentali (e soprattutto quelle americane impegnate nella campagna
elettorale Usa) mostreranno gli afgani nei seggi elettorali, finalmente liberi
di scegliere democraticamente il loro leader. Che alla fine risulterà essere lo
stesso che per loro hanno ‘provvisoriamente’ scelto tre anni fa gli americani:
Hamid Karzai. Perché alla fine – come diceva quel politico afgano – succede sempre
quello che vogliono i signori della guerra.
Enrico Piovesana