01/10/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



In un rapporto di Human Rights Watch le tensioni pre-elettorali in Afghanistan

Un collage dei candidatiTra poco più di una settimana il popolo afgano verrà chiamato alle urne per eleggere il proprio presidente. Un’elezione presentata dalla Casa Bianca come la dimostrazione del fatto che la guerra americana in Afghanistan e la cacciata dei talebani hanno portato in quel paese la democrazia e la pace.

Ma sono ancora loro, i jangsalaran come li chiamano gli afgani, i ‘signori della guerra’, che decidono le sorti dell’Afghanistan. Sono ancora loro che, con l’intimidazione, il ricatto, la minaccia, la violenza e la corruzione, tirano le fila della vita politica di questo paese.

“Alla fine succede sempre quello che vogliono loro”. Con questa frase – pronunciata da un politico di Jalalabad – si apre l’inquietante rapporto pubblicato il 28 settembre dalla nota organizzazione statunitense Human Rights Watch (Hrw), intitolato “La legge delle armi: abusi e repressione alla vigilia delle elezioni presidenziali afgane” .

Le cinquantadue pagine del documento descrivono una situazione che non lascia dubbi: l’Afghanistan non è pronto per queste elezioni, che non sono altro che una frettolosa messa in scena utile a tutti meno che al popolo afgano.

Tradizionalmente gli afgani votano per il candidato indicato dai capi villaggio e dai capi tribù. Secondo le testimonianze raccolte da Hrw i signori della guerra che si sono candidati alle elezioni, o che sostengono un candidato, hanno adottato in tutto il paese un sistema di campagna elettorale molto semplice ed efficace.

Un cieco fa propaganda elettoraleHanno inviato propri emissari p resso i capi locali per minacciarli apertamente di morte nel caso in cui non avessero ordinato alla gente del proprio villaggio o della propria tribù di votare per il candidato giusto. La richiesta, oltre che da minacce, era sempre accompagnata da grosse offerte di danaro. Nessuno ha detto di no.

A questo, secondo il rapporto, va sommata la sistematica pratica intimidatoria e repressiva con cui i signori della guerra hanno impedito ai candidati indesiderati di fare propaganda elettorale nel proprio territorio.

Questi fenomeni dovevano essere scongiurati da una legge che vietava la candidatura a tutti coloro che erano a capo di fazioni politico-militari. Peccato che quasi tutte le milizie private dei signori della guerra siano state nel frattempo formalmente inquadrate nel nuovo Esercito Nazionale. E molti altri non hanno fatto altro che creare una lista elettorale con un nome diverso dal proprio partito armato.

Questo per quanto riguarda la ‘libertà di scelta’ e il livello di democraticità di queste elezioni. Note dolenti, secondo il rapporto, anche se si va a guardare la rappresentatività e il livello di partecipazione al processo elettorale. Il dato, trionfalmente sbandierato come prova di democrazia, secondo cui oltre dieci milioni di afgani si sono registrati per il voto sarebbe assolutamente sovrastimato perché molti si sono registrati più volte con nomi diversi pensando che la tessera elettorale fosse anche una tessera per usufruire della distribuzione di derrate alimentari. In realtà, secondo Hrw, gli iscritti effettivi sarebbero la metà: un numero compreso tra i cinque e i sette milioni.

Infine il problema più evidente: quello della mancanza delle condizioni di sicurezza. L’Afghanistan che andrà al voto non è un paese pacificato, non è un paese che sta vivendo un difficile dopoguerra: è un paese dove la guerra continua. La resistenza talebana, praticamente inesistente nel 2002, debole e disorganizzata nel 2003, nel 2004 ha mostrato una forza inattesa, sottraendo di fatto al controllo governativo tutte le province confinanti col Pakistan e provocando attentati e combattimenti per un totale di un miglia io di morti.

Karzai tra i soldati UsaGli ultimi dodici ieri, nella provincia di Zabul, dove quattro guerriglieri talebani e otto soldati governativi sono rimasti uccisi in una battaglia durata quattro ore. Secondo i talebani i soldati uccisi sarebbero stati addirittura ventuno, ma Kabul ha smentito.

Tutto questo però, purtroppo, sembra non importare a nessuno. Il nove ottobre le televisioni occidentali (e soprattutto quelle americane impegnate nella campagna elettorale Usa) mostreranno gli afgani nei seggi elettorali, finalmente liberi di scegliere democraticamente il loro leader. Che alla fine risulterà essere lo stesso che per loro hanno ‘provvisoriamente’ scelto tre anni fa gli americani: Hamid Karzai. Perché alla fine – come diceva quel politico afgano – succede sempre quello che vogliono i signori della guerra.

Enrico Piovesana

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