Giorni fa, Susanne Scheidt*, commentava, su al Awda, quella che sta diventando
un’interpretazione ufficiale sulla morte di Rafiq Hariri: “Con questo attentato,
il Libano torna indietro ai tempi della guerra civile”. A suo avviso questa, più
che una notizia sarebbe un progetto, che però non sarebbe iniziato con la strage
di Beirut, bensì con la risoluzione 1559, votata lo scorso settembre dal Consiglio
di Sicurezza delle Nazioni Unite. La risoluzione tenta di scavalcare i vincoli
di sovranità con la Siria, imponendo il ritiro delle forze siriane dal Libano.
Il governo libanese in più circostanze ha respinto la risoluzione, mentre il paese
dei cedri si è detto disposto al ritiro, nel caso in cui il Consiglio di Sicurezza
imponesse ad Israele il rispetto della risoluzione 242 del ’67, che prevede la
restituzione alla Siria delle alture del Golan (e la Cisgiordania ai palestinesi).
Nonostante ciò, giovedì 24 febbraio, con una mossa politica a sorpresa, il vice
ministro degli esteri siriano Walid Al Muallem ha annunciato il prossimo ridispiegamento
delle truppe siriane in Libano.

Morte di un moderato. Hariri sarebbe stato ucciso mentre si profilava una sua alleanza con i gruppi
maroniti legati al generale Michel Aoun ed al patriarca Nasrallah Sfeir, oltre
al Progressive Socialist Party (PSP) del druso Walid Jumblatt. L’alleanza tra
questi, legati a falangi armate anti siriane, avrebbe con ogni probabilità vinto
le elezioni di maggio e allontanato lo spettro della guerra civile. La Scheidt,
non crede nella paternità siriana dell’attenato: “L’opinione pubblica in Siria
non era affatto allarmata dalla prospettiva di un referendum in Libano sul ritiro
delle forze armate. Anzi, molti hanno sorriso all’idea che Jumblatt, una volta
ritirate le protezioni siriane, se la sarebbe vista da solo coi suoi falsi amici
falangisti. [Hariri era] un uomo d’affari che sicuramente avrebbe appoggiato la
posizione siriana nella misura in cui questo gli avrebbe garantito affari proficui.”
Walid Jumblatt è accusato dal governo di Damasco di avere complottato, insieme
ad Hariri, per spingere la Francia ad appoggiare gli Stati Uniti sulla 1559. Oggi
è diventato il nemico numero uno per la Siria, e rischia la stessa fine di suo
padre, Kamal Jumblatt, protagonista dell’alleanza tra musulmani e sinistra durante
la guerra e ucciso nel 1975 da esponenti del Baath siriano.
Vandalismo politico. David Gardner**, ha sostenuto sul Financial Times, che il legame più costruttivo
tra Francia e Siria, fosse proprio la figura di Hariri, e che Bashar Assad avrebbe
volutamente ignorato i consigli francesi di ritrarsi dal Libano senza fare nulla
per impedire la risoluzione. Secondo Gardner, possibile conseguenza di questo
“vandalismo politico” è lo scenario in cui Damasco ritirerebbe i suoi 14 mila
uomini dal Libano per poi fomentare disordini, a dimostrazione della necessità
della sua presenza militare. Lo stesso scenario viene paventato anche da ambienti
vicini alla Siria: il numero due di Hezbollah, Naim Qassem, ha dichiarato che
“se messa all’angolo, forse la Siria farà il regalo di uscire dal Libano”, per
poi domandarsi se gli americani siano davvero disposti a sobbarcarsi le conseguenze
di un ritiro.

L’Aventino alla libanese. I deputati dell’opposizione, 20 su 128, hanno sospeso la loro partecipazione
al parlamento e, riuniti presso l’hotel Bristol di Beirut, hanno lanciato un appello
alla sollevazione pacifica dei libanesi per costringere il governo alle dimissioni
e la Siria al ritiro. Il parlamentare Samir Frangieh ha anche chiesto “La costituzione
di un governo transitorio per assicurare il ritiro delle truppe siriane prima
delle prossime elezioni”. Alla riunione del Bristol Jumblatt era assente per ragioni
di sicurezza, ma dalla sua residenza super protetta ha chiesto: “Che queste autorità
se ne vadano, sono state create dai servizi segreti siriani. Sono autorità importate.
“