22/02/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



La morte di Hariri: strumentalizzazioni e minacce di guerra civile
Giorni fa, Susanne Scheidt*, commentava, su al Awda, quella che sta diventando un’interpretazione ufficiale sulla morte di Rafiq Hariri: “Con questo attentato, il Libano torna indietro ai tempi della guerra civile”. A suo avviso questa, più che una notizia sarebbe un progetto, che però non sarebbe iniziato con la strage di Beirut, bensì con la risoluzione 1559, votata lo scorso settembre dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La risoluzione tenta di scavalcare i vincoli di sovranità con la Siria, imponendo il ritiro delle forze siriane dal Libano. Il governo libanese in più circostanze ha respinto la risoluzione, mentre il paese dei cedri si è detto disposto al ritiro, nel caso in cui il Consiglio di Sicurezza imponesse ad Israele il rispetto della risoluzione 242 del ’67, che prevede la restituzione alla Siria delle alture del Golan (e la Cisgiordania ai palestinesi).
Nonostante ciò, giovedì 24 febbraio, con una mossa politica a sorpresa, il vice ministro degli esteri siriano Walid Al Muallem ha annunciato il prossimo ridispiegamento delle truppe siriane in Libano.
 
Poster di hariri in un cantiere
Morte di un moderato. Hariri sarebbe stato ucciso mentre si profilava una sua alleanza con i gruppi maroniti legati al generale Michel Aoun ed al patriarca Nasrallah Sfeir, oltre al Progressive Socialist Party (PSP) del druso Walid Jumblatt. L’alleanza tra questi, legati a falangi armate anti siriane, avrebbe con ogni probabilità vinto le elezioni di maggio e allontanato lo spettro della guerra civile. La Scheidt, non crede nella paternità siriana dell’attenato: “L’opinione pubblica in Siria non era affatto allarmata dalla prospettiva di un referendum in Libano sul ritiro delle forze armate. Anzi, molti hanno sorriso all’idea che Jumblatt, una volta ritirate le protezioni siriane, se la sarebbe vista da solo coi suoi falsi amici falangisti. [Hariri era] un uomo d’affari che sicuramente avrebbe appoggiato la posizione siriana nella misura in cui questo gli avrebbe garantito affari proficui.”
Walid Jumblatt è accusato dal governo di Damasco di avere complottato, insieme ad Hariri, per spingere la Francia ad appoggiare gli Stati Uniti sulla 1559. Oggi è diventato il nemico numero uno per la Siria, e rischia la stessa fine di suo padre, Kamal Jumblatt, protagonista dell’alleanza tra musulmani e sinistra durante la guerra e ucciso nel 1975 da esponenti del Baath siriano.
 
Manifesto per Bashar AssadVandalismo politico. David Gardner**, ha sostenuto sul Financial Times, che il legame più costruttivo tra Francia e Siria, fosse proprio la figura di Hariri, e che Bashar Assad avrebbe volutamente ignorato i consigli francesi di ritrarsi dal Libano senza fare nulla per impedire la risoluzione. Secondo Gardner, possibile conseguenza di questo “vandalismo politico” è lo scenario in cui Damasco ritirerebbe i suoi 14 mila uomini dal Libano per poi fomentare disordini, a dimostrazione della necessità della sua presenza militare. Lo stesso scenario viene paventato anche da ambienti vicini alla Siria: il numero due di Hezbollah, Naim Qassem, ha dichiarato che “se messa all’angolo, forse la Siria farà il regalo di uscire dal Libano”, per poi domandarsi se gli americani siano davvero disposti a sobbarcarsi le conseguenze di un ritiro.
 
Walid Jumblatt, leader del PSP
L’Aventino alla libanese. I deputati dell’opposizione, 20 su 128, hanno sospeso la loro partecipazione al parlamento e, riuniti presso l’hotel Bristol di Beirut, hanno lanciato un appello alla sollevazione pacifica dei libanesi per costringere il governo alle dimissioni e la Siria al ritiro. Il parlamentare Samir Frangieh ha anche chiesto “La costituzione di un governo transitorio per assicurare il ritiro delle truppe siriane prima delle prossime elezioni”. Alla riunione del Bristol Jumblatt era assente per ragioni di sicurezza, ma dalla sua residenza super protetta ha chiesto: “Che queste autorità se ne vadano, sono state create dai servizi segreti siriani. Sono autorità importate. “
 

Naoki Tomasini

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