Luis Eduardo Guerra, leader campesino, è stato assassinato. Il ricordo di chi lo ha conosciuto
scritto per noi da
Luca Ferrari

“L’esercito ha assassinato Luis Eduardo Guerra, 35 anni, leader della Comunità
di Pace di San José de Apartado e membro del consiglio interno della stessa comunità.
Ha ucciso anche la sua compagna, Bellanira Areiza Guzman Areiza, 17 anni, alla
quale si era unito solo pochi giorni fa; suo figlio Deiner Andrés Guerra, 11 anni, che già era stato ferito l’11 agosto del 2004 da una granata lasciata dall’esercito;
Alfonso Bolivar Tuberquia Graciano, 30 anni, leader di Mulatos e membro del consiglio
di Pace della zona umanitaria di Mulatos; la sua compagna, Sandra Milena Muñoz
Pozo, 24 anni, e i suoi figli Santiago Tuberquia Muñoz di 2 anni e Natalia Andrea
Tuberquia Muñoz di 6 anni”. E’ con queste parole che la
Comunidad colombiana ha annunciato una tragedia che ha gettanto nella disperazione un intero
paese.
Luis Eduardo Guerra è stato tra i fondatori di questa comunità che ha fatto della
neutralità un vero e proprio modello di vita, tentativo disperato di sopravvivere
a un conflitto che da oltre quarant'anni insanguina la Colombia. E' stato persino
costretto a trasferirsi a Bogotà per molto tempo. La comunità ricevette dalla
Corte Interamaricana dei Diritti Umani (organismo ufficiale del continente americano
che esprime raccomandazioni ai governi sui diritti umani) le cosiddette “
medidas cautelares y provisionales”, ossia delle misure speciali di protezione chieste al governoa protezione della
comunità. Ma nulla è mai stato fatto.
A raccontarci chi era e cosa rappresentava veramente Luis Eduardo Guerra è Luigi
Cojazzi, che dall’agosto del 2003 all’agosto del 2004 ha operato in Colombia come
osservatore internazionale per Peace Brigades International. E che ha conosciuto
personalmente l’amato leader campesino.
“Lo conobbi prima di fama, perché quando arrivai a San Josè de Apartado lui non
c’era. Poi ci siamo incontrati in diversi viaggi in cui l’ho accompagnato come
osservatore delle PBI. Il suo assassinio è un fatto particolarmente grave perché
è il primo rappresentante della comunità che viene ucciso da quando Peace Brigades
ha iniziato il suo lavoro a San José. Luis parlava molto bene ed era molto stimato
nelle comunità contadine. Erano famosi alcuni interventi che aveva fatto durante
riunioni con rappresentanti del governo: non aveva paura di dire le cose e le
diceva in maniera diretta. Tanto serio nel lavoro, quanto simpatico e scherzoso
al di fuori. Aveva fatto numerosi viaggi all’estero, invitato da varie organizzazioni
italiane, europee, statunitensi.. Era stato l’ultima volta in Italia nel 2003,
invitato a un incontro credo proprio dalla rete di appoggio alle comunità di resistenza
colombiane che è capeggiata dall’associazione
Lelio Basso e dal comune di Narni (in provincia di Terni) che è gemellato con il comune
di San Josè de Apartado. L’anno scorso era stato anche negli Stati Uniti facendo
sempre attività di sensibilizzazione sulla storia della sua comunità”.
Chi potrebbe averlo ucciso?
“La cronaca è abbastanza nota e lascia pochi dubbi. Lunedì 21 febbraio, verso
le 11 del mattino, Luis è stato fermato da membri dell’XVII Brigata dell’esercito
presso il rio Mulatos. Luis Eduardo si trovava con la sua compagna Bellanira,
suo figlio Deiner e un altro ragazzo, fratellastro di Luis Eduardo. Stavano andando
nei campi per raccogliere il cacao. A quanto raccontano i comunicati della Corporacion Juridica Libertad (gli avvocati che tutelano le comunità), l’esercito li ha minacciati dicendo
che li avrebbe portati via per assassinarli. Al sentire queste cose, il fratellastro
di Luis Eduardo è riuscito a scappare mentre Luis e famiglia sono stati condotti
a La Resbalosa, un paesino vicino. Intanto il fratellastro era tornato a San Josè.
La comunità e i suoi accompagnatori internazionali si sono attivati subito immediatamente
è stato informato il governo.
Quelli di San Josè, il giorno dopo, sono andati a cercarlo. Prima hanno trovato
il corpo di tre persone a La Resbalosa (un uomo, una donna e un bambino che erano
stati uccisi) poi, seguendo le tracce di sangue, in una fossa, hanno riconosciuto
Luis Eduardo, la sua compagna e suo figlio. Erano stati fatti a pezzi, mezzi squartati.
E il corpo di Luis Eduardo presentava segni di tortura.
Non c’è nessuna versione ufficiale, la situazione è in continua evoluzione di
giorno in giorno, però i primi dati che si sanno sono molto inquietanti, nel senso
che da quello che dichiara la comunità, quello che dice la voce comune (che è
abbastanza probabile) è che i responsabili siano i membri dell’esercito”.
Sembra che la situazione possa precipitare da un momento all’altro
“La comunità di San José si trova in una zona militarmente strategica, contesa
da sempre da tutti gli attori armati, legali e illegali. Da sempre la comunità
denuncia i soprusi e le violenze subite dalla popolazione civile. Negli ultimi
mesi si sono intensificati gli scontri e i conseguenti attacchi ai civili e lo
stesso 22 febbraio per l’ennesima volta si sono verificati bombardamenti indiscriminati
della forza pubblica nella zona dove sono avvenuti i fatti.
Luis Eduardo negli ultimi tempi aveva lavorato parecchio per creare delle nuove
zone umanitarie in queste aree, dove la popolazione potesse appunto trovare riparo
durante gli scontri tra armati. Ma quello che si vuole e che potrebbe stare dietro
al suo brutale assassinio, è che invece la popolazione abbandoni queste aree,
per appropriarsi così delle ingenti risorse.
Questa è la logica che è sempre stata alla base del conflitto colombiano, e in
particolare all’azione dei paramilitari. La violenza di questi gruppi armati ha
prodotto una sorta di controriforma agraria, favorendo la concentrazione di terra
in poche mani, e impoverendo sempre più le comunità e i piccoli contadini. Il
meccanismo è semplice: prima arrivano le azioni di terrore dei paramilitari, la
popolazione abbandona le terre, e queste vengono comprate a prezzi irrisori quando
non ‘espropriate’ dai nuovi occupanti.
Sotto questo aspetto è preoccupante la politica del presidente colombiano Uribe
nei confronti del paramilitarismo: c’è un tavolo per discutere della smobilitazione
e il reinserimento degli effettivi di questi gruppo armato. Ma quello che molte
organizzazioni colombiane ed europee e le stesse Nazioni Unite fanno notare, è
che non sono state poste nessuna delle condizioni necessarie a un dialogo di pace,
ovvero il riconoscimento del diritto alla verità e alla riparazione per le vittime.
E, cosa ancor più grave, sembra che non venga rispettata neppure quella condizione
preliminare che è la cessazione delle attività da parte dei paramilitari stessi.