
“La comunità internazionale deve intervenire al più presto per risolvere la questione
del confine tra Etiopia ed Eritrea, al fine di scongiurare il rischio imminente
di una nuova guerra”.
Le parole di Legwaila Joseph Legwaila, capo della missione dei caschi blu della
Unmee nella capitale eritrea, Asmara, non lasciano spazio a interpretazioni: la vecchia
inimicizia tre i due paesi, già trasformatasi in conflitto tra il 1998 e il 2000
e negli ultimi anni nemmeno troppo latente, starebbe per riesplodere soprattutto
a causa della demarcazione di una linea di confine che non è mai stata chiarita.
Fonti ben informate nella capitale etiope, Addis Abeba, confermano il pericolo
di nuove recrudescenze su una delle frontiere più calde del continente africano
e del mondo.
Zona a rischio. Fu proprio la linea di confine che divideva Etiopia ed Eritrea a far scoppiare,
nel 1998 una guerra durata due anni che ha causato la morte di almeno 70mila persone.
L’Eritrea aveva ottenuto l’indipendenza dall’Etiopia cinque anni prima, grazie
all’azione del Fronte per la Liberazione del Popolo Eritreo. Ma la questione della
linea di confine era rimasta irrisolta, generando frequenti collisioni tra i due
eserciti, specie nella zona di Badme, un villaggio strategicamente insignificante,
eppure oggetto di una sanguinosa contesa.
Nel dicembre del 2000 le parti in conflitto si riunirono ad Algeri dietro a forti
pressioni di Nazioni Unite ed Unione Africana, siglando un trattato di pace e
impegnandosi ad accettare la delibera di una commissione indipendente incaricata
di stabilire le coordinate esatte dei confini.
Nel 2003 la Eritrea-Ethiopia Boundary Commision decise che Badme si trovava in territorio eritreo, mandando su tutte le furie
il governo etiope. Quest’ultimo definì la decisione ‘inaccettabile’, di fatto
mandando a monte gli accordi e dando vita a un’impasse politico-diplomatica che
dura tutt’ora: Badme e gli altri villaggi attorno ad esso restano etiopi per gli
etiopi ed eritrei per gli eritrei.
Nelle ultime settimane la missione dei peacekeepers, che monitora le aree a rischio di violenze, ha registrato movimenti dell’esercito
etiope a pochi chilometri dalla frontiera con l’Eritrea e ha lanciato l’ennesimo
allarme.
Unmee sotto accusa. La missione dei caschi blu della Nazioni Unite in Eritrea ed Etiopia è tuttavia
appena finita nel ciclone di uno scandalo sessuale che ormai ha fatto il giro
di tutta l’Africa: dopo le recenti denunce di ragazze e bambine indotte alla prostituzione
in Liberia, Sierra Leone, Guinea e l’ultimo nella Repubblica Democratica del Congo,
gruppi di giovani madri sia in Eritrea che in Etiopia avrebbero dichiarato che
i padri dei loro figli sarebbero proprio i militari della Unmee. Gli stessi che
due settimane erano finiti sotto accusa per alcune salatissime bollette telefoniche
pervenute negli uffici della missione.
Lo spettro di Gambella. Mentre, secondo l’Onu, Etiopia ed Eritrea si preparerebbero a una nuova guerra,
Addis Abeba deve difendersi dalle accuse mossegli contro dall’organizzazione Human
Rights Watch, che a fine marzo ha redatto un dossier su una serie di atrocità
commesse dai militari etiopi nell’ovest del Paese contro la popolazione Anouak
nella regione di Gambella. Stando alle denunce dell’organizzazione, l’esercito
avrebbe massacrato decine di persone, oltre a razziare e bruciare i villaggi.
Il governo del primo ministro, Meles Zenawi, ha respinto ogni accusa.
Ma l’attenzione per ora, resta sul confine tra l’Etiopia e la sua acerrima rivale,
l’Eritrea, e su quanto e come l’Unione Africana e l’Onu saranno capaci di risolvere
questa disputa territoriale senza far scoppiare un nuovo conflitto.